07 Gen 2016

l’incontro del Doge Renier con il Papa Pio VI all’isola di S. Giorgio in alga, di Francesco Guardi

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Dalla collezione del comm. M. Rossello di Milano al Museo d’Arte di Philadelphia.
Il capolavoro del Guardi faceva parte di una serie di quattro tele eseguite per ordine di Pietro Edwards, ispettore delle pubbliche feste della Repubblica,in occasione del soggiorno papale in Venezia, nel Maggio del 1782. in Questo quadro, di cui il Museo Correr possiede un disegno preparatorio a penna, l’ariosità della scena e l’intenso movimento, contrastano con i toni neri delle gondole e quelli azzurrini del cielo e della laguna (da Emporium, Vol. LXXXVI, n. 511, p. 397 anno 1937, articolo Venezia. La mostra delle feste e delle maschere veneziane).
doge renier pio vi guardi

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06 Gen 2016

del citrato di magnesio, di Domenico Andrea Renier

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citrato magnesio domenico renier

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10 Ott 2015

Di quando Alvise e Maria Renier giuspatroni nominarono Don Osvaldo Moretti parroco di Croce del Piave

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da elevamentealcubo.it/crocedipiave/StoriadeCrose1796-1818

Francesco I
Imperatore d’Austria, Re d’Ungheria, e di Boemia ecc. ecc. ecc.
a tutti i presenti e futuri salute.
Questo giorno 4 quattro Aprile 1815 milleottocentoquindici
In nome di Francesco I Imperator d’Austria, Re d’Ungheria, e di Boemia, Comparsi alla presenza di me Notaro piaza Pan… numero 267 residente in questo municipio il 29 Gennaro 1814; e sottosegnati Testimoni la Signora Maria Corner del fu Piero consorte del Signor Alvise Renier del fu Andrea fecero con l’assenso, e permissione del nominato di Lei marito qui presente, ed assenziante, con essa domiciliato nella Parrocchia di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Signori Giovanni Bernardo del fu Manin, domiciliato nella detta Parrocchia, Signor Tommaso Guizzato del fu Giovanni Maria, domiciliato in quella di Santa Maria Formosa, e Antonio Tolotti del fu Francesco, domiciliato in quella di Santa Maria Gloriosa dei Frari, tutti a me noti, facendo li stessi come Giurisdicenti in vigor de’ di loro titoli, a rappresentanza alla presentazione di Parroco di Santa Croce di Piave, dipartimento Adriatico, ed atteso essere vacante la detta Parrochia di Paroco, attesa la morte successa del Reverendo Signor don Antonio Bottamella ultimo possessore Benefiziario, ànno concordemente nominato, come nominano per Parroco il Reverendo Signor don Osvaldo Moretti, ora economo spirituale in detta Parrocchia in luoco del deffonto stesso, all’oggetto[?], che come appoggio del presente atto autentico di Nomina, possa presentarsi alla Curia Vescovile di Treviso per l’ispezioni di suo Istituto.
Scritto, letto, e pubblicato presenti la P… surriferita ad alta, ed intelligibile voce in questa Città di Venezia nel mezzo di me sottoscritto Notaro posto Parocchia di San Marco nel primo Piano guardante sopra il Campiello dei Leoni, presenti il Signor Camillo Costantini del fu Gio: Battista, e Gio: Battista Baldi di Giacomo, ambi domiciliati in questa Città, il primo nella Parocchia di Santa Maria del Giglio, e il secondo in quella di San Simeone; testimoni idonei.
li quali unitamente a tutti giuspatroni, a me Notaio si sono … [segnati]
Maria Corner Renier
Alvise Renier marito di detta moglie
Tommaso Maria Guizzato per ogni … titolo, in rappresentanza
Zuanne Bernardo
Antonio Tollotti
Camillo Costantini testimonio
Gio: Battista Baldi testimonio
Domenico Zuccolli del fu Alvise Notaro
Numero rog. Venezia li 4 Aprile 1815
Registrato al Protocollo Diritti fissi Affari Civili, Foglio 91 e pagò Centesimi 34:
Giacomazzi G.

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26 Set 2015

delle vicende eroiche dei fratelli Girolamo e Antonio Cavalli, medaglie al valor militare nella 1^ guerra mondiale

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Ten. Cavalli Girolamo – Brigata Pisa , 30° Reggimento Fanteria
Medaglia di bronzo al valor militare
n. a Padova il 22.2.1893 m. il 14.5.1917 al Passo Fajti (Carso)
da cimeetrincee.it
ANNO 1917
La brigata passa l’inverno nelle zone di Chiopris e di Peteano-Sdraussina alternando i reparti nel servizio di trincea nel settore del Volkovnjak: all’inizio dell’offensiva di primavera (10a battaglia dell’Isonzo: 12 maggio-8 giugno) la brigata, alla dipendenza della 21a divisione, il 14 maggio procede all’attacco contro le trincee del “dente del Fajti” riuscendo nonostante la tenace resistenza del nemico, ad occupare la trincea di q. 196, che però è costretta ad abbandonare dopo breve tempo per il violento tiro di distruzione dell’artiglieria avversaria. Il 15 e il 16 maggio un nuovo attacco è lanciato contro le posizioni austriache tra il Fajti ed il Volkovnjak; ma le ondate d’assalto, decimate dal tiro di sbarramento dell’artiglieria e da nubi di gas asfissiante, sono infrante, ed i superstiti ripiegano sulle trincee di partenza.
La brigata perde in questi combattimenti oltre 1300 uomini, dei quali 24 ufficiali, e pertanto il giorno 20 viene sostituita in linea ed inviata a Farra per riordinarsi.

Ten. Cavalli Antonio – 7° Reggimento Alpini (battaglione M. Antelao)
Medaglia d’argento al valor militare
N. a Padova il 16.03.1895 , M. a Mesnjak (altopiano della Bainsizza) il 21,8,1917
Da frontedelpiave.info
ANNO 1917.
Il “M. Antelao”, trascorsi i primi mesi dell’anno nelle posizioni di Cima Falzarego, il 27 marzo si sposta in quelle di forcella di Fontana Negra, Tofana 3a, Dosso di Landro (Masarè – “Tre Dita” – Q. 2760), rimanendovi fino al 21 giugno. I riparti, oltre alla sorveglianza delle linee, svolgono una intensa attività di pattuglie e compiono lavori di fortificazione.
Il 22, trasferendosi il 5° gruppo nel territorio della 2a armata, il battaglione si porta a Romerlo, il 30 è a Longarone. Dopo una breve sosta, le marce vengono riprese e l’8 luglio accantona a Nimis, iniziando un intenso periodo di istruzioni.
Il 23, costituitosi il V raggruppamento col 5° e col 13° gruppo, il battaglione viene assegnato a quest’ultimo.
Fervono i preparativi per la imminente battaglia che dovrà svolgersi sull’Isonzo, il 5 agosto gli alpini si avvicinano alle prime linee; il 6 il “M. Antelao”, per Rubignacco, si trasferisce alla borgata Merso di sopra (Scrutto), ed il 16, insieme al gruppo, al Molino di Ruchin.
Il V raggruppamento tenta di passare l’Isonzo in due punti, a Doblar ed alla confluenza del Vogercek. Il battaglione, che col “Pieve di Cadore” costituisce una delle colonne d’attacco, il 17 si sposta a Pusno ed alla sella del Hrad Vrh pronto ad agire. I tentativi per costruire il ponte riescono vani ed il “M. Antelao”, che intanto si è avvicinato al fiume, nel pomeriggio del 19 ritorna alla predetta sella. Un nuovo ordine, però, lo avvia a Doblar e nelle prime ore del 20, sulla passerella ivi esistente, passa sulla riva sinistra dell’Isonzo raggiungendo il “M. Pelmo” sulle posizioni di Na Raunih.
Il battaglione entra subito in azione e, coadiuvato dal “M. Pelmo” che lo segue in rincalzo, con rapido sbalzo, s’impossessa dei cocuzzoli rocciosi antistanti la q. 470 (“Costone Roccioso”). Un successivo tentativo di avanzata, fatto il 21 verso q. 470 – Mesnjak, è arrestato dalla violenta reazione avversaria.
Ritornato nelle posizioni di partenza, respinge i reiterati ritorni offensivi nemici.
La sera del 23 si porta nel vallone di Siroka Njiva in riserva, inviando il 24 la 151a compagnia e due plotoni della 150a, in rincalzo al “Pieve di Cadore”, che, occupata q. 645, avanza verso Mesnjak. La notte del 25, rilevato da riparti della brigata Belluno, passa l’Isonzo e accampa a Ruchin, il 27 a Clodig.
Il 6 settembre, destinato al IV corpo d’armata, si trasferisce a Podsabotino, unendosi ai battaglioni del 5° gruppo. Dopo una permanenza al ponte di Salcano e nelle caverne di q. 227 (S. Gabriele), ove, rimanendo in rincalzo ai riparti dell’11a divisione, provvede a lavori di fortificazione, il 16 ritorna a Podsabotino.
Il 26, per Corno di Rosazzo e Rualis raggiunge a Peternel il 13° gruppo, col quale, la mattina del 30, si sposta a Cividale, per poi, il 1° ottobre, in ferrovia, portarsi ad Ala. Il 3 accampa a passo Buole (Cima di Mezzana e Salvata) impiegando i riparti in lavori vari.

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19 Set 2015

genealogia Vittorio Cavalli nipote di Elisa Renier

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genealogia vittorio cavalli
vittorio cavalli

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05 Lug 2015

tre lettere di Ippolito Pindemonte a Giustina Renier

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da Lettere d’illustri contemporanei a Giustina Renier Michiel
lettere pindemonte a giustina renier

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31 Mag 2015

dello stemma Renier sull’arco del palazzo del Provveditore a Famagosta (Cipro)

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La presenza ufficiale veneziana è concentrata intorno alla piazza centrale di Famagosta. Di fronte alla Cattedrale gotica di San Nicola (ora convertita in moschea), quello che era il palazzo reale del Lusignan fu restaurato e trasformato in Palazzo del Provveditore. Del monumento rimane oggi soltanto l’ingresso con la tripla arcata che formava la facciata del palazzo, su cui è scolpito lo stemma di Giovanni Renier, capitano di Famagosta nel 1552.
famagosta arco renier
stemma renier famagosta
famagosta arco renier2

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18 Apr 2015

Relazione al Senato del Capitano e Vicepodestà di Vicenza Andrea Renier, 1761

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Serenissimo Principe, poiché da generosi Publici voti mi si è concesso di restituirmi dal sostenuto Impiego di Capitanio a Vicenza, mio primo pensiero è quello di adempire alla legge col riferire alla Serenità Vostra lo stato di quella Provincia e de’publici affari. Nota già appieno a Vostre Eccellenze l’indole docile di que’cittadini, non è d’uopo io altro ne dica, se non che avendone agevolmente fatta cognizione mi sono studiato co’modi più addatti e colla soavità del Governo di vieppiù confermare gli animi loro nella divozione al publico nome. Sono per verità que’sudditi per naturale inclinazione bene affetti a questo Serenissimo Dominio e sogliano distinguere la loro Città dalle altre suddite collo specioso vanto di primogenita.
Ivi il traffico va eggregiamente ampliandosi per l’industria de mercanti e questo punto merita di essere a cognizione dell’Eccellentissimo Senato. Nella Città sono in copioso numero li fabbricatori di sete, li quali a merito del clima, delle loro attenzioni e dell’abilità degli artieri hann’ormai riddotti a tal perfezione i vari generi de lavori che gareggiano con quelli di Fiorenza, di Torino e di Francia.
Si distingue in particolare l’ingegnoso Franceschini, il quale alla rinomata sua fabbrica sempre aggiungendo cose nuove ha in questo anno per la trattura con felice riuscita posti a lavori cinquanta fornelli col fuoco di solo carbone; facendo girar i naspi col mezzo dell’acqua ridotta a corso ne sovrastanti canali e cadente in macchinette di poca spesa coll’impiego di una sola femina per fornello. Anche il laneficio va granfatto migliorando in varie terre e special-mente a Schio, dove molti fabbricatori fanno sempre più risorgere il lavoro de panni ad uso di Germania, di Olanda e d’Inghilterra e già li privilegiati hanno ridotti li lor prezzi a tanta discrezione che li medesimi trafficanti del Tirolo fanno loro frequenti ordinazioni. Gli uni e gli altri tendono egualemente a perfezionare le lor manifatture e si rendono degni di godere della paterna predilezione e della generosa munificenza dell’Eccellentissimo Senato, che sola beneficando egualmente li più meritevoli può così mantener tra loro e promuovere negl’inferiori con tal esempio la gara, tutti del pari animandoli a sempre più rendere florido il commercio. Con attento impegno ho io sempre vegliato all’amministrazione della fiscal Camera. Attesi con publico profitto all’esazioni di ogni sorte di rendite e possibilmente aumentai alla loro scadenza li daci del vino a spina Città e della macina Città, borghi e Colture, sebbene caddero poi vane le loro deliberazioni per la recente sovrana massima di unirli in una sola affittanza agli altri che corrono per conto publico.
Il dacio macina territorio è una delle migliori rendite di quella Camera, importando lire 135 mille 500 all’anno. La di lui esazione sino dal 1744 sta appoggiata al sopraintendente Domenico Ferrari, persona perfettamente fornita di tutti li più desiderabili numeri di probità, di cognizione e di esperienza.
Ne fanno fede le abbondanti esazioni da lui sempre fatte, avendo anche in questo anno scorso a merito dell’opera sua riscosse lire 131 mille 193: 16: 10:.4, sicché in tanta summa non sono andate in resto che sole lire 6412: 17, come rileva l’unito bilanzo.
Tale somma è anzi rimasta in residuo per sola colpa di alcuni comuni montani e di quello di Angarano sempre contumaci e renitenti alla propria contribuzione. L’unico ripiego, che solo al fine della mia reggenza mi venne fatto di veder atto a metter a coperto della loro ostinazione la cassa publica, sarebbe un preciso comando dell’Eccellentissimo Senato che dichiarasse nulla ogn’affittanza che da comuni montani e da quelli di Angarano venisse fatta delle lor montagne senza l’approvazione di quel nobilhuomo Capitanio pro tempore, con ordine a parte alla detta rappresentanza di dover in tali approvazioni aggiunger l’obbligo agli affittuali di pagar annualmente alla cassa del territorio la quota della macina del comune a conto dell’affitto.
La quantità delle partite de crediti residuati di campatico e tansa fa prova della difficoltà dell’esazioni. Non mi sono tuttavia lasciato vincere dalla renitenza de publici debitori, nè da loro studiati pretesti ed ho alla fine dovuto rissolvermi alla spedizione de soldati in tansa, onde stringere gli stimati a proporzionati pagamenti e sebbene l’esito non abbi appieno corrisposto al mio desiderio, non ho però rimorso di non aver anche in questo adempito a numeri del mio dovere, come provano gli annessi consueti fogli camerali. Quanto al campatico questo publico pregiudicio precisamente procede dall’antichità dell’ultima allibrazione, che tuttavia serve di base all’imposta, che fu formata sin l’anno 1722.
In tanto tempo moltissime terre han cambiato proprietario senza traslati, onde quantità di dite essendosi smarite alla memoria degli uomini, succede in conseguenza che alli fanti che si spediscono in territorio co’sequestri, o non è possibile riconoscere l’identità de beni de quali non hanno o non vogliono aver cognizione li medesimi capi de comuni, o servono forse anche li successi cambiamenti di pretesto per non ritrovarli. Oltre di che in tanti anni sono stati ridotti a coltura molti terreni, li quali per non esser mai stati allibrati, non rendono alcun utile al publico erario.
Conobbe la publica maturità prima d’ora la necessità di una nuova allibrazione e con sovrane ducali negli anni 1744, ‘45, ‘46, e ‘56 prescrisse la produzione di nuove polizze giurate, la quale seguì anche quasi per intiero. Ma restò poi giacente l’affare perché nessun assegnamento fu fatto al coadiutor ordinario prefettizio, al quale apartiene la formazione del nuovo libro, e intanto nuovi cambiamenti essendo seguiti dopo la produzione delle su dette polizze, non puonno esse più servir al bisogno.
Rispetto alla vecchia tansa sovra l’arti, l’esperienza m’ha fatto conoscere impossibile un’adequata esazione quanto a crediti residuati.
Molte partite trovai appostate a persone che più non esistono, altre ad artefici che poco dopo l’imposta hanno dimesso il mestiere, altri son mancati di vita e molti altri sono realmente incapaci della contribuzio ne loro addebitata per la scarsezza o minorazione dell’utilità. Sino che sussistono queste partite non servono ad altro che a dìfficoltare le riscossioni, perchè confondendosi fra esse nella tansa del territorio quelle che altrimenti sarebbero esiggibili, riesce granfatto difficile nelle rispettive loro distanze dalla Città l’aver ogni volta l’occorrenti distinzioni per riconoscere le dite atte al pagamento da quelle che ne sono incapaci e che sono indebitamente appostate su’publici libri. L’uso delle intimazioni e dell’esecuzioni dirette contro debitori incerti riesce di solo profitto a publici fanti et a ministri, li quali con universali lamentazioni soglio-no esiggere a forza i lor proventi senza alcun utile della cassa publica.
Anche intorno alle gravezze de mandato Domini m’è forza di esser molesto all’Eccellenze Vostre. Il comune di Noventa Vicentina, quantunque ricco di entrate de beni comunali, va debitore verso la cassa residui di quel territorio per conti d’ordine publico già stabiliti di lire 10 mille 987 soldi uno piccoli due di ragion di publiche gravezze per tutto l’anno 1758. Avendo io voluto far cognizione di questo scandaloso diffetto, trovai proceder egli da un disordine che non tevo tacere all’Eccellentissimo Senato.
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01 Mar 2015

di Carlo Mezzacapo marito di Maria Persico, figlia di Matteo, pronipote del doge Paolo Renier

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carlo mezzacapo
MEZZACAPO, Carlo
da Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 74 (2010)
di Nicola Labanca

MEZZACAPO, Carlo. – Nacque a Capua il 9 nov. 1817, terzogenito di quattro fratelli, da Amalia Del Re e Gaetano, di famiglia dal passato ragguardevole ma a quel momento di modeste condizioni.
Il padre, colonnello di artiglieria, aveva seguito nel 1806 il re Ferdinando IV di Borbone in Sicilia e vedeva nel mestiere militare, per sé e per la famiglia, l’unica risorsa per estinguere l’ingente mole di debiti contratta dal proprio fratello Francesco. Particolarmente intenso e stretto si dimostrò nel corso degli anni il legame tra il M. e il fratello maggiore Luigi, tanto che si scrisse di loro «quantunque di abitudini e di gusti diversi, si potevano considerare due corpi con un’anima sola» (Pesci, p. 263).
Luigi (Trapani, 25 genn. 1814 – Roma, 27 genn. 1885) percorse anch’egli la carriera militare, con notevole successo, ed ebbe probabilmente personalità più netta e decisa di quella del M.; si scontrò, tuttavia con un maggior numero di avversari ed ebbe, infine, una minore fortuna postuma.
Alla fine del 1829, come figlio di militare, il M. poté essere avviato alla carriera delle armi, con l’iscrizione alla Reale Accademia militare della Nunziatella (dove Luigi avrebbe conseguito il grado di alfiere nel 1832, passando primo tenente nel 1838 e capitano nel 1847); il M., alfiere d’artiglieria nel gennaio 1836, fu inviato in Sicilia, ma già alla fine del 1837 tornava a Napoli presso il 2° reggimento artiglieria La Regina, transitando, l’anno dopo, nel 1°; nel 1838 fu nominato tenente, quindi, nel 1841, primo tenente. Fu presto evidente che egli non era insensibile ai fermenti rinnovatori che allignavano nella capitale del Regno borbonico e persino nella roccaforte del sistema repressivo napoletano, appunto l’esercito; il M., militare di artiglieria, l’«arma dotta», fu scelto, per partecipare ufficialmente all’VIII congresso degli scienziati italiani a Napoli (settembre 1845).
Certo conoscendo le sue propensioni (e ancora più accentuate erano quelle di Luigi), nella primavera del 1848 il ministero della Guerra del governo costituzionale di C. Troya da Napoli lo inviò in Piemonte per comunicare a Carlo Alberto di Savoia l’offerta della collaborazione militare napoletana. Per concretare quell’offerta, il M. si recò in seguito a Bologna, dal comandante del corpo di spedizione napoletano Guglielmo Pepe, ma vi giunse quando da Napoli Ferdinando II di Borbone era rapidamente tornato sui propri passi, mentre ufficiali e soldati napoletani, già al fronte, tumultuavano per non abbandonare il campo della lotta nazionale e andare anzi al Po a combattere con Pepe. Il M. condivise questa scelta, imprimendo così una svolta radicale alla propria vita: i successivi diciassette mesi, da quel maggio 1848 sino al settembre 1849, segnarono indelebilmente il M., che si trovò a combattere per l’Italia.
Per incarico di Pepe, andò ad Ancona onde facilitare l’afflusso delle truppe napoletane. Soprattutto, promosso nel luglio 1848 capitano d’artiglieria (non più quindi dal ministero borbonico ma dalla «rivoluzione») fu a Venezia dove, nel gennaio 1849, venne nominato comandante della divisione d’artiglieria a Marghera e della 2ª compagnia Bandiera e Moro con i gradi prima di maggiore dell’artiglieria veneta di terra (gennaio) e poi di tenente colonnello, comandante della legione Bandiera e Moro (20 giugno).
Una settimana dopo la capitolazione di Venezia (22 ag. 1849) il M. lasciò la città e si recò a Genova, dove altri patrioti, democratici e mazziniani, si stavano dirigendo; lo precedeva la fama del fratello Luigi, che nel frattempo aveva conquistato una posizione di primo piano fra i militari napoletani passati alla causa nazionale.
Luigi, avendo anch’egli scelto di appoggiare la rivoluzione nazionale e anch’egli a Venezia, divenne, nell’agosto, membro del Consiglio di difesa della città; quindi, in dicembre, si unì all’esercito della Repubblica Romana e a Roma, nel successivo febbraio 1849, divenne sostituto del ministro della Guerra; fu poi promosso colonnello e, alla fine di giugno, maggior generale. Esulato a Malta dopo la caduta della Repubblica, aveva raggiunto successivamente Genova per ricongiungersi con il Mezzacapo.
Il M., esule politico, continuò a coltivare aspettative nazionali, guardando a soluzioni forse di tipo murattiano, certamente democratiche, forse anche mazziniane, mentre, con il tempo, le posizioni contrastanti di conservatori e liberali, piemontesi e napoletani, confluivano, e in qualche modo si qualificavano, per i due fratelli, in quelle di Destra e Sinistra. Nel 1853, trasferitisi da Genova a Torino, i due entrarono in stretto contatto con il circolo del conterraneo P.S. Mancini; non persero, comunque, la propria identità di militari, ambito in cui volevano e sentivano di poter dare un contributo alla causa nazionale.
Non potendo, al momento, esercitare un ruolo attivo, si dedicarono a elaborare un contributo di idee e di riflessioni sulla materia militare: nel 1850 fondarono la Biblioteca militare per la gioventù italiana che si dedica alle armi; dal 1853 il M. prese a collaborare con una certa regolarità a Il Diritto; dal 1856 pubblicò, insieme con Luigi, la Rivista militare italiana e, a doppia firma, apparve nel 1859 Studi topografici e strategici su l’Italia (Milano), un importante trattato di politica militare.
Nel gennaio 1859 il M., insieme con il fratello e altri ufficiali esuli, firmò la lettera con cui tutti i sottoscrittori si mettevano a disposizione del re di Sardegna Vittorio Emanuele II nella campagna militare che si stava aprendo. Fra 1859 e 1861 partecipò quindi attivamente alle operazioni militari.
Tenente colonnello (dal 6 maggio 1859), fu capo di stato maggiore nel II corpo dell’Italia centrale dell’esercito volontario in Toscana, noto anche come divisione delle Romagne o divisione Mezzacapo – di cui era comandante Luigi (maggior generale nell’aprile 1859, poi tenente generale in giugno) –, destinato a raccogliere i volontari dello Stato pontificio e a portarli a Bologna, che in giugno si era sollevata. Quando in agosto, dopo l’armistizio di Villafranca, arrivò a Modena il generale M. Fanti, incaricato dal ministero sardo di far transitare velocemente quello che era diventato l’esercito della Lega nei ranghi dell’esercito regolare, il M., nominato capo di stato maggiore dell’esercito della Lega, dalla fine di settembre affiancò Fanti a Bologna e di fatto, tra la fine del 1859 e l’inizio del 1860, lo sostituì in quello specifico incarico, presiedendo alla fusione delle due strutture.
Come ufficiale dell’esercito sardo il M., dopo alcuni incarichi non di primo piano, fu promosso colonnello e prese parte alla campagna meridionale con E. Cialdini partecipando ai combattimenti di Mola di Gaeta (2 novembre). Entrò a Napoli con Fanti (7 novembre) e il 15 ottobre ebbe le spalline di maggior generale.
A compimento di questo periodo che si chiudeva con la proclamazione del Regno d’Italia, il M. e il fratello facevano ormai parte dell’élite militare nazionale, ma come in precedenza quali patrioti e militari avevano fatto esperienza degli aspetti più chiusi e retrivi del vecchio Regno borbonico e del suo esercito, ora da combattenti volontari fecero diretta esperienza anche delle chiusure dell’esercito sardo, per la riforma intellettuale del quale si erano ambedue spesi nel decennio di preparazione.
Il M. – che nel frattempo aveva tenuto incarichi di comando fra Ancona, Rimini e Forlì ed era stato nominato tenente generale ai primi del 1864 – allo scoppiare della guerra del 1866 si trovò a capo della 13ª divisione sotto Cialdini con la quale, nel luglio, passò il Po, poi l’Adige e il Brenta portandosi infine sino a Venezia (22 luglio). In seguito ebbe comandi territoriali a Venezia, Alessandria, Bologna e Napoli.
A Bologna incappò nei moti per la tassa sul macinato e nelle effervescenze rivoluzionarie delle campagne e delle città della Romagna; a Napoli, come comandante del locale corpo d’armata, dovette fronteggiare l’epidemia di colera e il terremoto di Casamicciola.
Con il trascorrere degli anni il M. aveva assunto posizioni politiche progressivamente più moderate, avvicinandosi a quelle di M. Minghetti; di fatto sosteneva di non avere una posizione politica precisa ma di tenere solo – da militare – alla saldezza delle istituzioni di quello Stato liberale che sentiva di aver contribuito a far nascere. Si candidò, ma con poca fortuna, nelle file della Sinistra moderata a Portogruaro e San Donà, nel 1870, e poi a Napoli nel 1874; fu infine nominato senatore nel 1876.
Nel frattempo aveva contratto un secondo matrimonio con Maria Persico (6 marzo 1870), dopo che la prima moglie Enrichetta di Ercole Gaddi (sposata il 5 ott. 1863) era morta nel 1869.
Nel giugno 1886, mentre appunto era di stanza a Napoli, fu esonerato dal comando attivo, «per avanzata età», dal ministro della Guerra C. Ricotti Magnani, con cui aveva avuto numerosi scontri in Senato pronunciandosi contro le economie imposte ai bilanci militari e mostrandosi insoddisfatto della politica coloniale del paese.
Il M. svolse in seguito le funzioni di presidente del Tribunale supremo militare e fece parte di numerose commissioni senatoriali, intervenendo ancora sulla stampa (un suo articolo nella Nuova Antologia, L’Eritrea e i suoi confini, 1° dic. 1897, su Adua e contro la politica espansionistica fece scalpore); ma oramai la politica militare seguiva linee e programmi ispirati a un accentuato nazionalismo le cui logiche risultavano al M. incomprensibili, e forse anche inaccettabili.
Definitivamente collocato a riposo nel 1896, il M. morì a Roma il 26 luglio 1905.

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22 Feb 2015

idillio di Giuseppe Maria Renier

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Da IRENIO IDILLII PESCATORII, IDILLIO 17 : I PATRJ ESEMPJ

In solitario
Poggio, prospetto
All’ ampio pelago,
Umil tempietto
Levasi al ciel,
Cui d’ elci e salici
Chiostra d’ intorno,
Porge soavissimo
Quand’ arde il giorno
Orezzo e ombrel.
Colonne, stipiti,
Fregio, Pareti,
Di fascie ammiransi
Cinte, e tappeti
D’ almi color.
Ché i corai prestanvi
Tinte vermiglie,
Il verde l’ alighe,
E le conchiglie
L’ azzurro e l’or.
Felice Industria
D’ Anviel, che cura (1)
Cara e spontanea
Fu di Natura
Ne’ primi dì,
E che per rendere
Più caro al Bello
Or Arte Studio
Bulin Pennello
A lei s’unì.
Vigil silenzio
Ivi è custode.
L’aura, che mormora,
L’ eco, che s’ ode
Del mar vicin;
A quanti appressansi,
Un misto in core
Di gaudio destano
E di terrore,
Quasi divin.
Il vecchio Irenio
A quelle soglie
Con Lenzio movesi (2),
Quando si toglie
Stanco dal mar.
E al giovin tenero
Di virtù a esempio,
I nostri Celebri
Cui sacro è il tempio,
Gode esaltar.
Qui caldi cantici
A Sabbadino (3),
E al vasto genio
Dello Zarlino (4)
Manda dal sen.
Zarlin, cui Musica
Cesse sua fronda;
L’ altro, cui Idraulica
Su di quest’ onda
Cesse suo fren.
La rubra Mitria (5)
Del Veronese;
I Guerrier, turbine (6)
Che al Genovese
Spense l’ ardir;
E Lei, che un’anima (7)
Ne’ Pastèi pose,
Con inni celebra,
Che spiagge algose
Mai non udir.
Deh come scendono
All’alma cari
Suoi suon patetici,
Quando a Bottari (8)
Volge lo stìl!
E della Lucciola
I versi onora (9);
E onora d’ Adria
L’ intatta Flora (10)
Di quel gentil!
O fa che spandasi
Dal tempio al lido,
D’ Olivi amabile (11)
Il nome e il grido
Ch’ alto il levò.
Grido, ond’ Euganea
Sì biondo poi,
Tra i chiari tumuli
De’ figli suoi
Mesta il posò (12).
O all’ Aula spintosi
Dell’Istro in riva,
Fiso all’ immagine
Ch’ ivi è si viva
Del suo Renier (13),
Consacra timido
Canto all’ Augusto,
Che Padre e Giudice
Premia ognor giusto
Core e saper.
Ma chi commoversi
L’ alma non sente,
Se Fabris, flebile (14)
Canta, e piangente
Canta Vianel (15) !
Alme dolcissime,
Che mente e core
Informar seppergli
Solo all’ onore,
Al vero e al bel.
A queste tenere
Memorie resta
Immoto, mutolo.
Tanta si desta
Doglia in quel cor!
Ma Lenzio avvivalo
Delle sue canne,
E al gaudio guidalo
Delle capanne
De’ Pescator.

(1) Nome anagrammatico dell’ Ab. Don Gio. Battista Vianelli di Chioggia, che fatto dalla Natura al Disegno, da sè progredisce a rendersi Pittore ed Incisore distinto.
(2) Nome Peschereccio dato all’ Ab. Don Lorenzo Renier, nipote dell’Autore, Professore, e Compositore distinto di Musica.
(3) Cristoforo Sabbadino di Chioggia, che fiorì nel secolo decimosesto, chiamato l’oracolo degl’ Idraulici. Scrisse sulle Lagune Venete. Veggasi la Dissertazione dell’Abate Cristoforo Tentori sulla preservazione della Laguna Veneta stampata ìn Venezia nel 1792, e il di lui Elogio scritto dal nostro Ab. Girolamo Ravagnan P. P. stampato in Venezia dallo Zerletti.
(4) Giuseppe Zarlino di Chioggia, che fiorì nel secolo decimosesto; riguardato siccome il Ristauratore della Musica per le sue Opere Classiche in proposito; e distinto per altre Opere sopra diversi argomenti. Veggasi tra gli altri Scrittori, che si potrebbero citare ,il Tiraboschi Storia della Letteratura Italiana, e la Biblioteca Italiana, Milano 1813, Vol. IV ; oltre il di lui Elogio scritto dal ricordato Ab. Ravagnan, ed unito a quello del Sabbadino sopraccitato.
(5) Il Cardinale Sante Veronese di Chioggia già Vescovo di Padova.
(6) Qui si parla specialmente de’ Guerrieri Chioggiotti nella Guerra detta di Chioggia contro i Genovesi nell’anno 1380.
(7) Rosalba Carriera di Chioggia celeberrima Pittrice particolarmente a pastelli. Di questa Pittrice scrisse tra gli altri il fu Canonico Dott. Giovanni Vianelli di Chioggia, e il vivente Ab. Meneghelli P. P. nella Università di Padova.
(8) Bartolomeo Bottari di Chioggia Medico, Naturalista, e Coltivatore gentile di Belle Lettere. Si può-vedere l’ Elogio, che ne fece il fu Angelo Gaetano Vianelli di Chioggia nelle Annotazioni a quello del Vianelli ricordato all’ann. 8 e 9, Idillio II.
(9) Poemetto inedito del Bottari intorno la Scoperta della Lucciola Marina del Vianelli.
(10) Prospectum Florae Clodiensis et Litorum Venetiarum. Opera pur inedita del Bottari, e prima di lui non da altri intrapresa.
(11) Il già ricordato Ab. Giuseppe Olivi celebratissimo per la sua Zoologia Adriatica.
(12) Mori l’ Olivi in Padova, e nel Chiostro del Santo di quella Città esiste il di lui busto con ‘iscrizione.
(13) Il fu Stefano Andrea dott. Renier di Chioggia Professore di Storia Naturale nell’ Università di Padova. Esiste nell’ I. R. Museo di Vienna una Sala denominata Raineriana, nella quale vedesi appeso il di lui Ritratto a suo onore.
(14) Nome Peschereccio dato a Nicola Fabris di Chioggia Prete dell’ Oratorio. Intorno alle Scientifiche e Letterarie cognizioni del medesimo si possono vedere le Memorie per servire alla Storia Letteraria e Civile. Venezia 1800. La Biografia Universale stampata in Venezia, e il di lui Elogio scritto dal nostro fu Canon. Sebastiano dott. Dall’Acqua P. P. stampato in Venezia, poi in Padova nel. 1802.
(15) Idillio II, ann. 8.

ANNOTAZIONI.
Giorgio Renier ed Angela Voltolina di Chioggia furono i Genitori del nostro Giuseppe, che restò privo del Padre poco dopo alla nascita, ma non lunga pezza, perché la vedova sua Madre passò in brìeve alle seconde nozze col Dott. Giuseppe Valentino Vianelli, che amollo sviscerataroente come fosse proprio suo Figlio.
Il Dott. Giuseppe Valentino Vianelli, novello Padre del nostro Giuseppe, nacque in Chioggia il 1720 da illustre Famiglia. Studiò in Patria, in Padova, ed in Bologna. Divenne Medico insigne, profondo Filosofo, sapientissimo Naturalista , buon Poeta, e Prosatore distinto. Scopri le lucciolette marine, arricchì di nuovi pregi la Poesia Pescatoria, nella quale educò il suo diletto Renier; e promosse caldamente i progressi delle scienze e delle lettere nelle più celebri Accademie nazionali o come preside o come membro. Mori qual visse da pio cristiano il 1803 in seno alla Patria. Vedi l‘ Elogio compostogli da Don Girolamo Ravagnan, or Canonico Onorario, ed uno de‘ viventi dotti di Chioggia. Venezia 1806. Zerletti.
Precettore del nostro Giuseppe fu Nicola Fabris di questa nostra Città, dove fece i suoi studj, e visse Prete dell’Oratorio. Ecclesiastico d‘ illibati costumi, di soda pietà e di zelo prudente, cercò la salvezza delle anime, ma coltivò in pari tempo la poesia, ed esercitò l’arte del dire con Sermoni della più strignente, toccante ed animata eloquenza sacra. Dotto in pressoché tutte le scienze e le arti (delle quali fu maestro a sè stesso), si segnalò precipuamente nelle matematiche, nella scienza naturale, nelle arti meccaniche e nella musica, per trasporto di genio, per vastità di erudizione, per invenzioni copiose e celebratissime in Italia e fuori, sino ad essere consultato in molte dispute, che vi avean relazione. Nato il 1739, mori il 1801. Vedi l’ Elogio compostogli dall’ egregio Dottore D. Sebastiano dell’Acqua mancato di fresco a Chioggia sua Patria, ed a’ vivi. Venezia. Rizzi. 1801; e la Biografia Universale Vol. 19. Venezia 1824. Alvisopoli.

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01 Feb 2015

Alvise Renier in un quadro di Paris Bordone

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alvise renier di paris bordone
Alvise Renier.
Olio su Tela
96×77.5cm
Museo: Accademia-Venezia

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01 Feb 2015

targa in Corso del Popolo a Chioggia in ricordo dell’insurrezione del 1848 (nel consiglio comunale anche Domenico Renier)

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targa chioggia domenico renier

    IN QUESTA CASA
    CON SUBITANEO PATRIOTTICO ARDIMENTO
    LA RESA DI CHIOGGIA
    PER L’IMMINENTE INSURREZIONE POPOLARE
    MINACCIATA DAL CANNONE NEMICO
    LA SERA DEL 22 MARZO 1848
    ALL’AUSTRIACO COMANDANTE
    FU IMPOSTA
    ____
    IL CONSIGLIO COMUNALE
    COMMEMORANDONE IL 50° ANNIVERSARIO
    A PERENNE CITTADINO RICORDO
    IL NOME DEI BENEMERITI SCOLPI’
    ____
    NACCARI ANTONIO PODESTA
    CIPRIOTTO ANGELO LISATTI D. DOMENICO
    PERLASCA DR ALESSO VIANELLI TOMO ASSESSORI
    BONIVENTO ANTONIO BULLO DR SANTE CHIEREGHIN
    NICOLO’ CHIEREGHIN FRANCESCO GIERINI FRANO PENZO
    DR VINCENZO PENZO OLIVO RENIER DR DOMENICO
    VENTURINI TOMASO VENTURINI FRANCESCO

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24 Gen 2015

due cartoline con stemmi Renier e Corner

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cartoline renier

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17 Gen 2015

RIALTO di Paolo Renier

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RIALTO. OGGI NOI ASSOCIAMO QUESTO NOME AL CONCETTO DI MERCATO, MA È UNA VISIONE PARZIALE, ED IO VORREI CON QUESTE MIE PAROLE RILANCIARE, NOBILITARE QUESTO NOME E QUESTA ZONA, CHE SONO CARICHI DI storia e di contenuti, sono originali e suggestivi. Rialto, Canale profondo: per una civiltà lagunare nessun termine è più significativo di “canale”, nessun aggettivo più qualificante di “profondo”. Siamo così affezionati al nome della nostra città, Venezia, che può apparire stravagante l’idea di metterlo in discussione, ma se qualcuno mi chiedesse qual’è il nome più appropriato per questa città, risponderei: Rialto. In fondo, se andiamo alle origini, Venezia era il nome di una vasta zona lagunare e circumlagunare; ma Rialto, era il nome originario dell’isola che fu il nucleo della nuova città, il nome dell’isola fortunata fra altre consorelle, per il fatto di trovarsi sulle rive di un grande e profondo canale. L’ambiente lagunare che sembra così placido, è invece molto severo: premia chi si afferma, ed è inesorabile per chi è debole. Molte isole, molti centri antichi, decadono e scompaiono, ed è Rialto che sopravvive, si ingrandisce, congloba le isole vicine, è Rialto che si eleva ad un ruolo politico, che coagula l’identità delle popolazioni dell’Estuario, di quelle terre che si gloriano di esse-re l’unico lembo di terra romana non contaminato dalle invasioni.
È Rialto che, partendo dalla primitiva umiltà ed eguaglianza, riesce, senza conflitti, a creare un’unità che sarà il germe di una straordinaria avventura.
Qui è necessaria una precisazione, che potrà provocare anche qualche delusione: il Rialto originario al quale ho accennato, la “insula Rivoalti” dell’VIII e IX secolo, corrispondeva alla zona a sud del canale, quella attorno a S. Bartolomeo, non alla zona a nord che noi oggi chiamiamo Rialto. Ed è anche spiegabile con la considerazione, di carattere geografico, che la sponda esterna dell’ansa di un corso d’acqua è più alta e consistente della sponda interna. La odierna Rialto non è quindi il nucleo più antico di Venezia. Al di là del canale, fino a tutto il X secolo, c’era una zona bassa, paludosa, adatta al più ad ospitare il macello (le “Beccherie”, delle quali è rimasto il nome ad una calle). Il Diacono Giovanni, che scrive attorno al 1000, fa cenno a questa zona, ma non le attribuisce alcun nome: bisogna aspettare fino al 1097, quando un documento la indica come “caput Rivoalti”, ove per caput si indica una propaggine, una periferia della vera Rialto, quella al di qua del Canale. Questi aspetti negativi per quanto riguarda l’antichità di Rialto, non offuscano affatto la sua fama, anzi in un certo senso mettono in rilievo il fatto che Rialto ebbe una sua storia autonoma, che non sempre coincide con quella di Venezia in senso lato.
Dopo la denominazione di “caput”, segue quella più autorevole di “confinia” e poi quella di “insula”, cioè di qualcosa di indipendente, a pari dignità con S. Marco; e man mano che la primitiva, umile zona periferica, assurge a dignità di “civitas”, il prestigioso e antico nome di Rialto emigra al di là del Canale, verso una più ampia dimensione. Strano destino di questi nomi: quello di Venezia si concentra in una città, e quello di Rialto, scacciato dal primo, passa ad altra zona. Eppure una pallida traccia rimane: ancora oggi noi chiamiamo Rialto la stretta fascia attorno alla testata sud del Ponte. Sono i Gradenigo e gli Orio le prime famiglie notabili che bonificano ed edificano a Rialto, ed è fondamentale l’atto con il quale, nel 1097, due fratelli Orio, vecchi e senza eredi, lasciano al Comune le loro proprietà di Rialto; in quel momento la zona viene dedicata a mercato pubblico, la divisione di compiti fra le due rive viene ufficializzata, funzione politica per l’una, commerciale per l’altra, ed inizia la vita di Rialto degli anni d’oro.
Da quel momento Rialto non è più l’appendice di un mercato, ma “il” mercato per antonomasia, il mercato più noto del mondo. Si consideri ad esempio che gli zecchini veneziani erano trattati fino in India, e zecchini voleva dire commercio, commercio che aveva il suo fulcro mondiale a Venezia, ed il suo centro a Rialto.
È il caso di tener presente la situazione topografica, perché a Venezia c’è uno stretto connubio fra storia e topografia: chi conosce la sua storia può leggerne le tracce nei suoi elementi urbanistici, e viceversa chi osserva con attenzione ed amore ogni calle, ogni ponte, può risalire alla storia della città, quella dei grandi avvenimenti, come quella della vita quotidiana del suo popolo. Quando mi si chiede qual’è la cosa più antica che rimane a Venezia, rispondo: la sua topografia, perché gli edifici sono cambiati più volte, ma la sua pianta, i suoi canali, le sue calli, sono all’incirca gli stessi.
Per Rialto è il caso di sottolineare la limitatezza dell’area: fino al XI sec. era un piccolo nucleo compreso fra l’ansa del Canale, il rio Manolesso (oggi di S. Cassiano), e la palude Poncianica (oggi S. Silvestro). La Ruga Rialto era un rio, così il rio Terà S. Silvestro, e solo in un secondo tempo si aprì una strada verso S. Polo. E del 1155, indice di una più intensa edificazione, la costruzione della chiesa di S. Matteo, oggi scomparsa, ad opera delle famiglie notabili del posto; sono i Navagero, i Falier, gli Zorzi, i Renier, i Coronario, come da documento riportato da Flaminio Corner, che descrive i luoghi, ancor oggi esattamente riscontrabili, attorno alla calle della Riveta. In essa sbocca la minuscola Corte del Nonzolo, che cito quale esempio di un’edilizia povera ma funzionale, se si pensa che in questo groviglio di callette si svolgeva un’intensissima attività commerciale, per cui lo spazio era prezioso.
Qui era il crogiolo vitale, privo di alcun orpello, di una città vitalissima. La conseguenza di questo attivismo fu un fenomeno caratteristico del solo Rialto: dopo il periodo iniziale, tutte le famiglie notabili emigrarono, perché le aree di Rialto erano divenute scarse e preziose, poco adatte per un palazzo vasto e degno. Solo i Querini resistettero, in ottima posizione sul Canale, ma gli avvenimenti del 1310, e la conseguente distruzione del loro palazzo, sembrano confermare questa regola: nessun palazzo a Rialto.
Siamo quindi, nel XII sec., all’esplosione di Rialto, la cui fama si espande ovunque, assurgendo quasi a simbolo mondiale del mercato. Perché qui non solo arrivano e partono merci, ma si contratta, si finanzia, si fissano prezzi, si fa credito, si aprono banche, si decidono le sorti di navi e di flotte, si fanno e disfanno fortune, vi approdano mercanti dalle Fiandre e dalla Tana. È il momento nel quale Rialto, che fino allora si poteva considerare un gradino al di sotto delle altre contrade, assume una sua fisionomia precisa, diversa. Certamente le sue fortune sono le-gate all’intera città, all’Arsenale, al reggimento politico, ma Rialto seppe conquistarsi una sua individualità: quando vi vennero trasferite le magistrature addette al commercio; quando alcuni dissero che il suo nome era più noto nel mondo di quello di Venezia; quando fu assegnata a Rialto la pubblicazione degli atti ufficiali, essendo più frequentato del “brolio” di S. Marco; quando vennero istituiti specifici ufficiali “sopra Rialto”; quando la sua selciatura venne posta come problema che interessava addirittura l’onore della Repubblica; quando vi sorse una scuola superiore che avrebbe potuto costituire il nucleo di una nuova Università.
È sintomatico questo accostamento: una Scuola di logica e di matematica, a strettissimo contatto con i banchi di vendita, ove i commercianti facevano baccano tutto il giorno. Ma Rialto è così, luogo strettissimo ma estremamente denso di attività, una città nella città. Un torto fu sempre fatto a Rialto: non fu mai riconosciuto come sestiere, anzi non fu mai riconosciuto per niente. Anche oggi ufficialmente non esiste, né per l’anagrafe, né per la toponomastica (solo il Ponte ed un Campo ne portano il nome), né per la Chiesa, né per le Poste. Eppure la sua carica specifica di notorietà, ricchezza e dinamismo è ben superiore a quella di altre contrade, e si manifesta nell’orgoglio con il quale gli abitanti, se chiedete dove abitino, non diranno mai “a S. Polo”, ma “a Rialto!”. Non so che meriti abbia S. Polo, che ha dato il nome al sestiere; esiste solo un grande campo, ed una chiesa, che non è neppure Parrocchia. Sostengo che il sestiere dovrebbe chiamarsi Rialto, il solo nome che può stare alla pari con quelli, densi di significato storico, degli altri sestieri.
Troppo lungo sarebbe seguire la storia di Rialto nei secoli: è una serie di alti e bassi, di crisi, di modifiche. In trasparenza vi si legge la storia di Venezia, non quella ufficiale, politica, quale venne vissuta nel Palazzo, nella vicina amica/nemica S. Marco, ma la storia dei mercanti, dei navigatori, degli armatori, dei banchieri, degli scaricatori. È una storia autentica, popolare, fervida di lavoro, intessuta di fatica.
Se in altre sedi il popolo veneziano ha espresso le sue doti in termini di politica, di saggezza, di oratoria, non di minor pregio sono state le doti espresse in Rialto in termini di laboriosità, intraprendenza, sacrificio.
Ci si può chiedere cosa c’era e cosa si faceva a Rialto, e si può rispondere: di tutto.
C’erano gli oresi, i saggiatori di metalli, i casaroli, i varoteri, i merciai, i calegheri, i casseleri, i sartori, i naranzeri, i venditori degli alimenti più comuni e di mille altre merci provenienti da tutto il mondo; c’erano i Banchi Giro, i Camerlenghi, i Visdomini, i “Cinque alla Pase” ed altre magistrature; c’erano i mercanti all’ ingrosso, quelli al minuto e gli ambulanti; c’erano i magazzini, le botteghe, la stadera, le bancarelle; c’era il fondaco per le farine, lo spazio per il ferro, i fondaci riservati a specifiche popolazioni (i Milanesi, i Toscani, ecc.); c’erano i capolinea delle barche che facevano traghetto con la Terraferma, le case di malaffare, i notai e gli scrivani, la pietra del bando, la colonna del malefizio, l’esposizione di quadri, la loggia riservata ai nobili, le osterie, le locande, gli affreschi con mappe geografiche per i naviganti e panche per sedersi; c’erano rive frequentatissime, edifici vecchi e nuovi, l’orologio, un groviglio di proprietà pubbliche e private, di tradizioni, di diritti, di usi ed abusi, ed eterne contestazioni fra mercanti, doganieri ed autorità; c’erano chiese (di una, di S. Ubaldo, si sono perdute le tracce, se ne vede solo il campanile nella pianta del De Barbari). È incredibile quante attività si concentrassero in così poco spazio.
Non è da meravigliarsi che Rialto costituisse uno dei luoghi più caratteristici che il forestiero dovesse visitare; perché, oltre alla ricchezza e varietà delle merci esposte, anche il traffico, il vociare, il perenne stato di disordine e di attivismo costituivano un’attrattiva unica, specialmente per persone provenienti dalle severe città medioevali. Una traccia vivace ci è stata lasciata dal Fiorentino Jacopo d’Albizzotto; in un poemetto un po’ strampalato ma colorito, descrive le mille cose che si trovano a Rialto, e conclude, temendo che il suo lettore non gli creda: “Non voglio tu creda che ti dica fole, /che quel che dico, ti dica bugie, /ma io non potrò tutto narrare /la gran quantità che è a Rialto /d’ogni cosa che tu sai nomare”. Cioè, si trova qualsiasi cosa si possa immaginare. Mi limito a citare due episodi della storia di Rialto.
Uno, triste, l’incendio del 1514 che distrusse, favorito dal vento, gran parte di Rialto. La ricostruzione iniziò due giorni dopo, ma lunghe furono le polemiche fra chi voleva approfittare per rifare su basi nuove, e chi voleva ricostruire quasi tutto come prima.
Prevalse un progetto dello Scarpagnino, e mi piace ricordare che in questa scelta, ed in tutto il problema di Rialto, ebbe una parte decisiva il Provveditore Daniele Renier. Il secondo episodio è lieto, e si riferisce al Ponte, divenuto il simbolo di Rialto. Il primo, in legno, sembra risalisse al 1172, ed a lungo mantenne la nota linea, quale la vediamo nel dipinto del Carpaccio. Per secoli i documenti riguardanti il ponte trattano due motivi: il perenne stato disastrato del ponte stesso, che una volta perfino crollò, e l’eterna lotta fra i venditori che tentavano di installarsi sul ponte, ed i magistrati che tentavano di scacciarli. Il fatto che poi siano stati costruiti dei negozi sul ponte nuovo, significa che i primi ottennero in definitiva il riconoscimento dei loro diritti.
Fin dal 1507 si cominciò a parlare di un ponte in pietra, ma solo nel 1591 si riuscì a completarlo, dopo anni di discussioni accanite, cosa non nuova per Venezia.
Alla soluzione attuale si giunse dopo una lunga serie di proposte, modifiche, studi, e non fu il risultato di un solo progetto e di un solo artista, ma di un lavoro collegiale di tecnici, di artisti, di autorità. Poiché il Ponte è ancora in ottimo stato di conservazione, non resta che ammirare l’abilità dei costruttori, tenuto conto del terreno sul quale dovettero gettare le fondamenta. Ad esempio, furono posti in opera 12.000 pali di olmo, ed è significativo notare che si adottò la soluzione ad un solo arco, perché si preferì avere due soli, ma sicuri, punti di appoggio, piuttosto che un terzo appoggio che avrebbe potuto dar luogo a cedimenti diseguali, dato che il fondo del Canale era meno solido delle rive. Dal punto di vista artistico, a confronto di altre costruzioni veneziane, il Ponte può anche prestare il fianco ad alcune critiche, un po’ tozzo com’è, senza ornamenti, certamente più grezzo rispetto ad altri progetti, ma questo è dovuto alla mancanza di un vero ed unico progettista.
Il Ponte fu sempre al centro dell’attività più genuinamente popolare della città.
Ai tempi d’oro fecero seguito tempi di crisi e di decadenza, in parte naturalmente legati al declino di Venezia e delle sue fortune marittime, in parte a cause di segno opposto, cioè allo sviluppo di alcune strutture che vennero traslocate, perché non potevano più avere sede a Rialto per la ristrettezza dei luoghi: ad esempio la dogana, i terminali di barche, molti uffici, ed il mercato stesso, che finì per proliferare in altri mercati sestierali. I problemi di Rialto, come si vede, hanno origine molto lontana. Un tentativo di rivitalizzazione fu l’insediamento delle sedi giudiziarie, che oggi si trovano in crisi proprio per carenza di spazi. E con questa annotazione siamo arrivati ai tempi moderni, con difficoltà che, a ben guardare, sono le stesse che affiorano già nel XVI secolo. L’accelerazione tipica dei nostri tempi ripropone drammaticamente il problema del futuro di Rialto, non dal punto di vista della sopravvivenza fisica, perché è un’area centrale ed appetita, ma per quanto riguarda la sua individualità, la sua diversità, il fatto di essere una città nella città. C’è il pericolo che vada confuso con le zone circostanti, cioè che muoia come Rialto, e sarebbe una grave perdita; pertanto, venendo al pratico, avanzo alcune proposte.
Se dovesse avverarsi l’esodo delle sedi giudiziarie, bisogna trovare un’attività sostitutiva, e poiché si parla di acquisire a Venezia un’attività della Comunità Europea, si può pensare alla istituenda Banca Europea; non dovrebbe richiedere grandi spazi, e resteremmo nel solco della tradizione, perché Rialto ha visto sorgere le prime banche del mondo. Rialto ha anche bisogno di attività vivaci, popolari, quindi potrebbe divenire il centro, espressamente dedicato, dell’artigianato veneziano, sia per la produzione che per la vendita. Rialto soffre anche per la mancanza di una specifica autorità che lo rappresenti: non c’è alcuno, nemmeno un parroco, che possa dire di parlare a nome di Rialto. Sembrerebbe opportuno, e possibile, che le categorie commerciali interessate eleggessero un loro rappresentante, una specie di “Proveditor sora Rialto”, eventualmente nell’ambito del Consiglio di Sestiere.
Naturalmente è tutto da inventare, ed esistono poche speranze che, nel clima inconcludente della politica cittadina, qualcuno si muova e prenda a cuore le sorti di Rialto. Queste mie parole hanno per obiettivo di richiamare la storia eccezionale di Rialto, difendere la specificità di questo “locho”, come lo chiamava la Repubblica, che non è sestiere, nè zona, nè mercato; è solo Rialto, è qualcosa di diverso dalla stessa Venezia, è una forma di vita e di lavoro. Rialto è il concentrato della venezianità, la sua storia è altrettanto appassionante di quella di Venezia, le sue attuali caratteristiche, per quanto sbiadite rispetto al passato, sono ancora degne di essere valorizzate e difese. Cerchiamo di mantenere la sua perenne vitalità: se c’è qualcosa da adattare, adattiamo, ma trattiamo Rialto in modo diverso, senza confonderlo con altre parti, per quanto pregevoli, di Venezia, perché Rialto è una delle espressioni più originali di questa originalissima civiltà veneziana.

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11 Gen 2015

di Francesco Vincenzo Negri revisore dell’opera di Giustina Renier “Origine delle Feste Veneziane”

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francesco vincenzo negri
da Treccani.it

NEGRI, Francesco Vincenzo, Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 78 (2013)
di Michele Gottardi

NEGRI, Francesco Vincenzo. – Nacque a Venezia il 6 febbraio 1769 da Giuseppe e da Maddalena Monticano, nel palazzo di famiglia a S. Martino, nei pressi dell’Arsenale.
Unico maschio tra sette sorelle, dopo l’avvio agli studi in un collegio privato, mutuò la passione per le lettere dallo zio paterno, l’ex gesuita Girolamo, mentre un altro zio, anch’egli ex gesuita, Giuseppe Marsili, lo istruì nella lingua greca e nelle scienze. Terminato il percorso di formazione attorno ai vent’anni, poté dar spazio alla sua inclinazione agli studi, anche grazie alla prosperità economica della famiglia e all’assenza di imposizioni da parte del padre che, cogliendone l’indole tutt’altro che sociale, non lo spinse verso la tradizionale carriera nelle magistrature pubbliche.
Le sue prime esperienze intellettuali si rivolsero alla poesia, ma presto si accostò alla filologia: «ebbe l’ingegno, più che pronto, impetuoso; ma la riflessione venne per tempo a rintuzzare quell’impeto, e tanto e’ lasciolla signoreggiare, che giunse quasi a soffocare l’ingegno» (De Tipaldo, 1835A, p. 9). Nonostante «il gusto universale di que’ dì piegasse molto alle vivacità oltramontane […] Negri fece suo tesoro la lettura degli Antichi che non abbandonò mai», senza darne troppa pubblicità, quasi per «tema di trarne dileggio» (ibid.). Iniziò così ad attendere alle Lettere di Alcifrone, pubblicate a Milano nel 1806.
I testi dell’autore greco del II-III secolo d.C.– che aveva scelto di far parlare alcune particolari categorie come pescatori, contadini, parassiti e cortigiane per trattare argomenti reali, bizzari quanto scabrosi – vennero tradotte per intero, integrando le edizioni precedenti, a partire dall’aldina del 1499 (Epistulae diversorum philosophorum) e dalle due tedesche, entrambe edite a Lipsia, nel 1715 e 1798: le Lettere ebbero un successo immediato, grazie alla «nitida ed elegante versione pubblicata» (Moschini, 1806-08, II, p. 259).
Alle Lettere di Alcifrone fece seguito la Vita di Apostolo Zeno, la cui stesura iniziò quasi contemporaneamente all’uscita dell’opera precedente, tanto che Giannantonio Moschini già nel 1806 poteva scrivere che «nella dispiacenza di non avere ancora una vita di Appostolo [sic], che ce lo faccia conoscere in tutte le letterarie di lui vicende, abbiamo almeno il conforto che il signor Francesco Negri veneziano fra poco appagherà con le stampe i comuni desideri» (ibid., p. 159).
Uscita a Venezia solo nel 1816, per la Tipografia d’Alvisopoli di cui era direttore l’amico Bartolomeo Gamba, la Vitadivenne la sua opera più famosa, grazie alla dotta ricostruzione della biografia e dell’azione letteraria di Zeno, densa di particolari, di giudizi decisi e di aneddoti, in parte desunti dal Diario di Marco Forcellini, letterato veneto già editore delle Lettere zeniane (Venezia 1752) e le cui carte – memorie inedite in forma di diario della vita di Zeno, spesso raccolte dalla testimonianza diretta dell’autore – erano pervenute a Giulio Bernardino Tomitano e da questi trasmesse a Negri, a condizione che se ne avvalesse per la biografia di Zeno.
All’inizio degli anni Venti Negri venne coinvolto da Gamba in una nuova iniziativa editoriale, una rassegna biografica di personaggi veneziani famosi del secolo appena trascorso (Galleria dei letterati ed artisti illustri delle province veneziane nel secolo decimottavo, Venezia 1822-24), fatta con il preciso intento di rilanciare – in un momento di crisi sociale ed economica e di declino culturale della città e del suo territorio – la centralità istituzionale e intellettuale di Venezia e della Serenissima: in questo senso si spiega la dedica alle «Società letterarie delle Province venete».
Le biografie – uscite mensilmente tra l’agosto 1822 e il giugno 1824, ognuna con la relativa incisione – racchiuse nello spazio di una pagina, a fianco dell’immagine del biografato, raggiunsero infine il numero di 150, opera, 50 per ognuno, di Negri, dell’abate Angelo Zendrini e dello stesso Gamba.
Il successo di questi lavori – per lui, «postosi in animo di passar muta la vita tra la folla confuso» (De Tipaldo, 1835A, p. 10)– comportò un mutamento nelle sue condizioni di vita, al punto che – giunto a cinquant’anni – «cominciò a sentire il peso della fama» (ibid.), di cui cercò di mitigare le conseguenze vivendo spesso appartato.
Anche per questo lasciò molti manoscritti inediti, che donò a Emmanuele Antonio Cicogna (ora a Venezia, Bibl. Museo Correr), il quale, per riconoscenza, alla sua morte dettò due iscrizioni, una apposta sulla facciata di palazzo Negri, l’altra da mettere sulla tomba di Pederobba.
Continuò a occuparsi di traduzioni dal greco, pubblicando anche alcune composizioni poetiche, epigrammi, epigrafi – come quelle in morte del patriarca Francesco Milesi (1819) e di Antonio Canova (1822) – intrattenendo relazioni con molti letterati, al punto da mostrare di prediligere più il ruolo di sostegno ad amici e colleghi, che quello di autore e scrittore. In questa chiave si spiegano le molte lettere con personaggi noti e meno noti, da Vincenzo Monti a Ippolito Pindemonte, da Andrea Mustoxidi a Giustina Renier Michiel, da Guglielmo Manzi a Jacopo Vittorelli, da Giulio Bernardino Tomitano a Jacopo Morelli.
A tutti diede attenzione: si trattasse dell’Origine delle festeveneziane di Renier Michiel (che gli fece leggere l’opera, uscita poi nel 1829), dei dubbi filologici di Tomitano o di qualche componimento di Pindemonte o Mustoxidi o di richieste di letterati meno noti, che spesso gli si rivolsero per consigli o gli diedero in lettura le proprie opere prima della pubblicazione per un parere. A ognuno rispose, ampliando in questo modo la già fitta rete di corrispondenti. Particolarmente importante fu il suo legame con De Tipaldo, il quale – greco d’origine e attento, tra i suoi molti interessi, alla valorizzazione della cultura ellenica – fu particolarmente attratto dall’attività di grecista di Negri e ne fece un breve encomio all’Ateneo veneto già nel luglio 1828 per rievocarne poi solennemente la figura il 24 febbraio 1834 (sempre all’Ateneo), affidando quindi alle stampe il profilo biografico (1835), e pubblicando, infine, in occasione di nozze, diversi inediti di Negri, tra il 1840 e il 1843.
Nella vita civile, pur essendo socio di molte accademie – dagli Intrigati di Pirano ai Poliglotti di Castelfranco, dall’Ateneo di Treviso alla Società aretina di scienze, lettere ed arti – non vi ebbe parte attiva. L’unica eccezione, a parte un paio di interventi pubblicati nelle Memorie scientifiche e letterarie dell’Ateneo di Treviso, fu la partecipazione all’Ateneo veneto, nel quale confluì sin dalla fondazione, essendo già socio delle due Accademie – la veneta letteraria e quella dei Filareti – che assieme alla Società di medicina, vi diedero vita nel 1812.
Qui presentò in tre occasioni delle memorie, tutte di ambito letterario e culturale legate alla Grecia antica: nel 1813 (Illustrazione di un monumento greco letterario riportato nei marmi arundelliani), nel 1817 (Sulla Yinge magica degli antichi, in Esercitazioni scientifiche e letterarie dell’Ateneo di Venezia [poi Ateneo Veneto], I [1827], pp. 77-88) e nel 1826 quando, ormai socio onorario, ripresentò il tema di nove anni prima, ampliato e approfondito, affidandolo poi alla pubblicazione nella rivista dell’Ateneo.
Pur coinvolto più volte dal liceo di S. Caterina per assistere agli esami finali e ricevendo molte richieste di dettare testi per lapidi e iscrizioni, disdegnò onori e simposi pubblici prediligendo invece «un bosco selvatico, una solinga campagna» (De Tipaldo, 1835A, p. 11), al punto da ritirarsi a Pederobba (Alto Trevigiano), in una sua tenuta. Negli ultimi anni di vita sposò una giovane vedova senza grandi fortune.
Morì a Venezia il 15 ottobre 1827 e fu sepolto a Pederobba.

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10 Gen 2015

GIUSTINA RENIER MICHIEL di Rodolfo Renier

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L’elevazione al Dogado del N. H. Polo Renier segnò l’apogeo di quella famiglia, già illustre per ambasciatori e procuratori di S. Marco. Gaspare Gozzi, dedicando a Polo Renier Il quadro di Cebete Tebano vulgarizzato, rammenta nominatamente alcune fra le glorie principali della famiglia. Vedi Opere di Gaspare Gozzi, Padova 1818-20. È una caratteristica figura questa di Paolo Renier, che meriterebbe ora una storia imparziale e diffusa, come meritò dai contemporanei, elogi e commemorazioni (Pietro Mocenigo, Elogio del Doge Paolo Renier, Venezia 1788; Emanuele De Azevedo, Oratio in funere Serenissimi Principis Pauli Rainerii, Venezia 1789; Moschini, Della letterat. Venez. nel sec. XVIII).
Il Tommaseo scrisse che “se fosse vissuto fino al novantasette, forse Venezia non periva, o di miglior morte periva” (Storia civile nella Letteraria, Torino 1872). E credo si apponga, che per certo alla gloriosa Repubblica nessuna sciagura potea succedere peggiore, che l’avere a capo in quei giorni difficili il debolissimo N. H. Ludovico Manin.
Non già che il Renier potesse fare miracoli, rinsanguare un corpo esausto, ritemprare un popolo infiacchito e corrotto; ma egli almeno ebbe e mostrò tempra virile, ed era senza al-cun dubbio un ingegno superiore. Nel decennio del suo Dogado (1779-1789) la Serenissima riebbe ancora qualche momento del suo antico vigore: indizio di ciò stanno, opera romanamente intrapresa e compiuta, i Murazzi. Il Renier aveva inteso il male dell’antico Governo e avea preso a curarlo. A ciò forse si deve quel suo voltafaccia, che indignò tanto alcuni contemporanei e non trovò indulgenza neppure nei posteri.
Paolo Renier giovane appartenne a quel gruppo di Patrizi liberali, che sotto il Dogado di Francesco Loredan e di Marco Foscarini cercarono opporsi alla straordinaria potenza del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato.
Di questa opposizione era l’anima il N. H. Angelo Querini, celebre non meno come mecenate degli studi e delle arti, che come spirito largo e amante di libertà. Tra il Querini e il Renier si strinse un’amicizia, che purtroppo non doveva durare, giacché il Doge Paolo Renier del 1780 apostatò le idee propugnate dal senatore Renier nel 1761.
Il Doge era nemico dei Barnabotti, quanto il Senatore ne era stato amico. Ripristinare l’antica potenza delle famiglie nobili, richiamare il Governo aristocratico alle sue tradizioni, rialzare il prestigio della Dominante fuori delle lagune, furono i concetti a cui si ispirò il Governo del Renier. Forte della sua eloquenza che tutti vantano prodigiosa e di quel tatto politico che rese celebri i Veneziani più antichi, egli volle opporsi alle correnti sovversive, presago della rovina che qualunque allentamento dei vecchi ordini di governo doveva recare alla gloriosa Repubblica. A questa apostasia del Renier si collegano le curiose e poco note vicende del suo Busto. Nel 1776 Angelo Querini pensò di far fare un Busto dell’amico, e lo commise al giovane Antonio Canova. Il Busto fu eseguito, e meritò lode. In seguito, fatto Doge il Renier e mutate le sue tendenze, il Querini, inasprito anche da nuove ragioni di inimicizia personale che s’erano sovrapposte, non volle più nel suo studio il Busto canoviano.
Ei lo confinò nelle sua villa d’Altichiero, dietro l’altare delle Furie, esposto ad ogni genere di insulti e di brutture. Venduto quindi dagli eredi, malconcio e guasto nel passare di ma-no in mano, si perdette la memoria dell’uomo che rappresentava e dell’artista che lo aveva fatto.
Giambattista Geraldon Bosio, che lo acquistava nel 1834, non sapeva chi rappresentasse quell’effige, e solo per caso venne a conoscerlo di poi, per avere un artista ottantenne riconosciuto in essa il Busto del Renier che aveva ammirato in casa Querini.
Così almeno pensa Petronio Maria Canali, nel suo opuscolo intitolato Storia aneddoto del Busto Erma del Doge Renier opera di Canova, Venezia 1840; e dietro a lui il Reumont, Die Buste Paolo Renier’s, in Beitrage zur italienischen Geschichte, Berlin, 1853… Il popolo veneziano frattanto, mentre così grandi fatti si maturavano nelle tenebre, continuava nella sua vita spensierata, continuava nelle sue gazzarre carnevalesche, non curante del domani. Con Polo Renier gli moriva l’ultimo dei suoi grandi uomini di Stato, e di questa morte nessuno si accorgeva. Essendo accaduta di carnevale, i funerali si fecero segretamente, per non funestare le gioie della stagione, e solo il primo lunedì di Quaresima fu annunciato ufficialmente che il Sere-nissimo era morto.
Il Doge Paolo Renier ebbe due mogli, la prima patrizia, Giustina Donà dalle Rose, la seconda ballerina, Margherita Dalmet, la quale prima del matrimonio gli diede un figlio, che non portò mai il nome di famiglia. Vedi su questa donna Molmenti, La Dogaressa di Venezia, Torino, 1884. Di questa vita intima parecchio irregolare la famiglia del Doge non dovette certo rallegrarsi; tuttavia non sembra che forti scissure vi fossero mai.
Quando Polo Renier fu eletto Doge, la nipote sua Giustina aveva 24 anni (era nata il 15 ottobre 1755), e da due anni era reduce a Venezia dal soggiorno di Roma, ove si era recata col marito Marcantonio Michiel e col padre Andrea Renier, Ambasciatore Veneto presso il Vaticano.
Ella quindi poté assistere alle sontuosissime feste di cui il Doge nuovo eletto fu largo al popolo Veneziano, ghiottissimo di questi spettacoli, specie nel periodo del decadimento. E certo la gentildonna, nell’apogeo di gloria cui era giunta la sua famiglia, ebbe occasione di sfoggiare quella sua bellezza invidiata, per cui a Roma chiamavanla la Venerina Veneziana, e molto più le doti eminenti del suo spirito colto ed arguto.
Giustina Renier Michiel è una figura di dama molto caratteristica, e difforme in tutto e per tutto da quelle gentildonne del tempo suo, che il Carducci ebbe recentemente a doman-darsi se vivessero “oltre la vita imbellettata di pupattole da sala ed oltre le pose scultorie o poetiche o procaci di modelle”. Nessuna posa in Giustina. Isabella Albrizzi, che le fu amicissima, senza dubbio per la disparità spande che v’era fra i caratteri di quelle due dame, e ne scrisse nel 1833 un affettuoso Ritratto, dice che “Orgoglio di nessuna fatta allignò in lei giammai: non per aver sortito i natali in mezzo ad ogni repubblicana grandezza; non per vedersi da una famiglia, splendida al pari per onori e dovizie, accolta sposa desiderata; non finalmente per aver ottenuto una gloria d’ogni altra più bella, giacché tutta Sua propria, quella d’esser salita in fama come cultrice delle lettere”. La semplicità, la naturalezza ella amava sovra ogni cosa, nel vestire e nel conversare. Vanno famose di lei due frasi caratteristiche:
“L’abito della mia corte è una veste da camera”, e “Mi sono sempre trovata meglio ove più ci si avvicinava alla natura e alla semplicità”. Vittorio Malamani osserva giustamente: “Giustina Renier Michiel fu l’ultima Dama Veneziana, Isabella Teotochi Albrizzi fu la prima Dama moderna”. E infatti col titolo appunto L’ultima Dama Veneziana il Malamani ha dettato una Monografia su Giustina, ricca di fatti nuovi e di buone osservazioni. La gentilezza dell’autore e dell’editore Morelli mi permise di leggere nel manoscritto questa memoria, che vedrà fra non molto la luce. Io ne rendo qui ad entrambi le più sentite grazie.
Il Ritratto che Isabella Teotochi Albrizzi fece di Giustina Renier, apparso nella Strenna del Vallardi del 1833, vide anche la luce nella Antologia, vol. XLVIII. Luigi Carrer inserì poi (1838) nell’Anello di sette Gemme un lungo Discorso di Giustina Renier Michiel e dei Veneziani.
Odiava i fronzoli, le gale, le pompe, di cui erano così vaghi i suoi contemporanei: e quando alcuna volta le conveniva abbigliarsi riccamente, non le pareva vero di tornare alla consueta semplicità della sua vesticciuola, di correre a smascherarsi, com’ella soleva dire. Ciò che si dice della persona, può ripetersi dello spirito.
I lustri della vanità femminile, i raffinamenti della ipocrisia non erano fatti per lei, che agli amici palesi ed agli avversari celati prodigava ugualmente i tesori della sua sincerità e le gentilezze dell’animo elevatissimo. Cosa mirabile sempre ed eccezionale in donna letterata; più mirabile e più eccezionale allora, in mezzo a tutto quel falso e quel convenzionale che aveva in sé la società incipriata.
Vivacissima, si mostrò sempre nemica spietata della noia, che chiamava pessimo dei mali, preferendo ad essa il dolore. Donnescamente gentile, amò passionatamente i fiori e i bambini. Questa sua passione pei fiori doveva essere vincolo nuovo tra l’animo suo e quello del più tenero fra i suoi amici, Melchiorre Cesarotti, che come tutti sanno dei fiori e delle piante era entusiasta, fino a crearsi, com’egli diceva, un vero poema vegetale nella sua villa di Selvagiano.
È a notarsi che Bernardino Renier, di cui avrò a parlare in seguito, cedeva al Cesarotti una sua bellissima sensitiva arborea, che il professore di Padova, riconoscentissimo, trapiantò nel suo giardino chiamandola Raineria. Se non che non sembra che la Renier Michiel giungesse all’esagerazione dell’amico suo, il quale odiava la Botanica, perché facea strazio dei fiori a fine di cotomizzarli (cfr. il proemio alle Cento lettere inedite di Melchiorre Cesarotti a Giustina Renier Michiel, pubbl. da V. Malamani, Ancona 1885. La nostra gentildonna, non solo ritraeva i fiori con la penna e con la matita, non solo li coltivava di sua mano con cura amorosa ed esperta, ma amava anche studiarli scientificamente.
Fra le sue opere inedite v’è un discorso sul modo di studiare la botanica, e ciò che è più notevole ancora, sembra le balenasse l’idea di insegnare Botanica pubblicamente, lo si rileva da due lettere del ricchissimo carteggio inedito di Ippolito Pindemonte col Bettinelli, cfr. Alessandro Luzio, Lettere inedite di Giustina Renier all’ab. Saverio Bellinelli, Ancona 1884.
Un altro particolare, che distingue Giustina Renier Michiel da molte dame ragguardevoli del tempo suo: è l’amore grandissimo ch’essa ebbe per la sua famiglia. Quali precisamente fossero le sue relazioni col N. H. Michiel, suo marito, a me non è dato precisarlo. Il non vederne peraltro fatto cenno quasi mai nelle sue lettere, né in quelle dei suoi corrispondenti, non ebbe a sospettare che fra di loro vi fosse qualche freddezza.
Fa eccezione il Cesarotti, in una lettera del 30 Dicembre 1804, della quale peraltro non mi riesce di afferrare pienamente le allusioni.
“Intesi la buona fortuna di vostro marito. Questo è il caso che si verifica il detto: Habenti dabitur. Io che crederei che dovesse essere tutto l’oposto, amerei di potermi congratulare piuttosto con voi che con lui. Il modo con cui vi siete contenuta col marito meriterebbe veramente la mia lode, se fosse certo che le parole del marito meritassero ira, come mi mostrate di credere. Ma per giudicare così, converrebbe saper con precisione il senso nel quale fur dette, il che deve rilevarsi, non dalle parole, ma dal modo di dirle, e dal complesso delle cose precedenti, e tuttociò fa supporre che chi pronunziò quelle parole intendesse eccitar piuttosto compassione che ira. Non potendo giudicar con pienezza della cosa, non posso che contenermi con voi come voi foste col marito, senza darvi né lode né biasimo”.
Tuttavia la Renier Michiel si guardò bene da quei divorzi, che erano né più né meno che adulteri mascherati, di cui abbiamo tanti esempi tra le dame celebri veneziane: basti citare Caterina Corner, che annullato il suo matrimonio col Montecuccoli divenne l’amica del N. H. Pietro Pesaro; Caterina Dolfin, che fa sciogliere il suo matrimonio con Marcantonio Tiepolo per essere prima amante e poi sposa ad Andrea Tron; Isabella Teotochi, che si svincola dal primo marito N. H. Marin per andar moglie a Giuseppe Albrizzi. Nonostante i rilassati costumi del secolo, questi fatti non potevano a meno di gettare una triste luce sulla reputazione di una dama, e Giustina Renier, qualunque possano essere state le sue relazioni col marito, non ne volle mai sapere.
Ella d’altronde avea avuto da quel matrimonio dei frutti soavissimi, che le empivano di tenerezza l’animo materno, le sue due figliuole. Le amava ardentemente, ne discorreva con tutti, si rassegnava a lasciare, talora più volte in un anno, la sua diletta Venezia e le sue care abitudini per recarsi a visitare Cecilia, maritata Martinengo del Barco a Brescia.
In una di queste escursioni, ella scriveva lietissima al suo vecchio Bettinelli (31 luglio 1808) di trovarsi felice: “Coll’esercitare le tenere funzioni e di madre e di nonna. Fin qui altro non feci che ba-ciare e ribaciare dolcissimamente; mi sono però imposta un po’ più di moderazione, e domani incomincerò un po’di sistema di vita”. E un mese più tardi: “Io fin qui non son nonna che di un bambino di due anni; ora ho lusinga che lo sarò pure di una Giustinetta, ma ci vuol tempo ancora, e questo è quasi un secreto, cioè è il secreto della decenza; cosi ha pensato la madre, cosi pensa la figlia”.
Di espressioni simili, che mostrano tutta la piena affettuosa di quell’anima gentilissima, ve ne sarebbero da spigolare molte, se per disgrazia le lettere finora note della Giustina non fossero troppo inferiori pel numero al desiderio degli studiosi. Dei due più importanti carteggi di Giustina, quello col Bettinelli e quello col Cesarotti, noi abbiamo solo notizie incompiute, perché mancano le lettere della Renier Michiel.
Per uno scrupolo un po’ curioso, il novantenne Bettinelli restituì a Giustina Renier Michiel le sue lettere, che dovevano passare il centinaio, sicché quattordici solo ne rimasero nel carteggio bettinelliano di Mantova.
Il Cesarotti, morendo, ordinò che fossero bruciate le lettere della Renier a lui dirette, e l’ordine suo fu eseguito, quantunque di questa eccessiva cautela si ignori il vero motivo. Le lettere note della Renier si riducono quindi a quelle depositate dal Busetto nel Museo Correr e utilizzate dal Malamani, e a quelle sparsamente pubblicate in opuscoli per lo più nuziali.
L’on. Lioy nel Fanfulla della Domenica (24 giugno 1883) accennò ad una serie di lettere di Giustina al dr. Rubini; ma di ciò io non potei avere notizie più particolari. È certo che i maggiori depositi devono essere ancora l’archivio della famiglia Zannini e quello dei Martinengo da Barco di Brescia: ma per quanto so dal Malamani che gli ha tenuti ambedue, essi sono inaccessibili.
Buona parte dei documenti dell’archivio Martinengo da Barco mi si dice essere passata in quello del sig. Donà delle Rose in Venezia.

II
Un’altra persona v’era in casa Martinengo da Barco che attirava tutte le amorose sollecitudini della buona Giustina Renier, il vecchio zio Conte Giovanni. “Generosità, umanità, pietà, indulgenza sono le principali doti che lo distinguono (scriveva ella al Bettinelli); ed il di lui cuore impastato di tenerezza lo rende tuttavia soggetto, benché nonagenario, a qualche dolce tentazione; ne fia delitto, mentre forse queste contribuiscono a renderlo ancor più amabile. Egli è fratello del padre del marito di mia figlia; ha 87 anni circa, magro, alto, bella cera, politissimo di persona, civilissimo di modi. Io non finirei mai di parlare di lui perché proprio l’amo tenerissimamente”.
Siccome il buon vecchio avea conosciuto un tempo il Bettinelli, l’eccellente Giustina Renier pregava l’amico suo di inserirle nelle sue lettere due richieste a suo riguardo, che gli avrebbero fatto molto piacere. E infatti il Bettinelli accondiscese a questo gentile desiderio, perché in una delle lettere successive di Giustina leggiamo:
“Prima di tutto infinitamente vi ringrazio del commoventissimo paragrafo riguardante l’angelico Conte Giovanni: egli ebbe le lagrime agli occhi dalla compiacenza, e mi commette dirvi le mille e mille cose”. Figli maschi la Renier Michiel non ne ebbe, onde concentrò l’amor suo in Vincenzo Busetto, verso cui usò sempre cure materne, e che si prese in casa nel 1810.
La coscrizione toccata al Busetto costò molti pensieri alla gentildonna, come si rileva da una lettera del 1821 che pubblicherà il Malamani, la quale è da collegarsi con la seguente del Pindemonte: Verona, 3 aprile 1819.
“Non posso dirvi con quanto dispiacere io abbia sentito la situazione triste e inquietante in cui vi trovate. Credo anch’io che il vostro Vincenzo non partirà da Venezia, ma ciò vi costerà un sacrifizio non piccolo. Si suol dire, che convien scegliere il male minore , e questo appunto si è il caso; caso che pur troppo si verifica spesso, giacché spesse volte altro non ci resta nelle nostre risoluzioni, che la scelta dei mali. Anche qui la coscrizione toglie il riposo a molti, ed a molte.
Fortunatamente per me non si trova tra queste persone alcuna di quelle, che più mi interessano. Par dunque che fosse destinato, che la mia afflizione per tal motivo non dovesse in Verona nascermi, ma venire a me da Venezia. Non vi pari d’altro, pregiatissima amica, perché d’altro non mi pare dover parlarvi. E però aggiungo solamente, ch’io sono, e con tutto l’animo”. il vostro PINDEMONTE”.
Di questa, e delle altre lettere inedite di Ippolito a Giustina, che si conservano nella Bibl. Comunale di Verona, mi comunicò copia il sig. Pietro Sgulmero, alla cui cortesia io mi professo obbligato. Egli mi partecipò anche quelle del Museo Correr, delle quali avevo già notizia per altra via. Di Vincenzo è spesso parola nelle lettere che gli amici le dirigono. Come pure in esse e in quelle di Giustina trovasi rammentato frequenti volte Antonio Renier, fratello della Renier Michiel, al quale la legava somiglianza d’indole e di gusti.
“Una visita di altra spezie ed a me altamente cara (le scrive il Cesarotti) fu quella di vostro fratello Antonio. Egli è vostro degno fratello; ha per voi l’affetto il più tenero; vi somiglia nello spirito e nel cuore. Quanti motivi d’amarlo! Prescindendo anche da ciò, trovo in lui, oltre le qualità amabili, anche le solide e le più degne di stima: aggiustatezza d’idee, finezza di criterio, discrezione, moderazione e prudenza. La cara Giustina fu l’unico soggetto del nostro colloquio”. E altrove: “Giustina e Tonin sono uno spirito con due sessi che si confondono. Egli è una miniera inesausta di filosofia, d’ingegno, e di grazie”, e ancora: “Che dirò del nostro Tonin? Io non posso nominarlo senza entusiasmo; e il mio entusiasmo non ha vocabolario che basti ad esprimere quel misto d’ammirazione e d’affetto, che mi destano le sue adorabili qualità. La mia famiglia è inondata per lui della più grande delle gratitudini: egli è il Napoleone de’nostri cuori”.
“Il mio buon Tonin”, lo chiama sempre la affettuosa sorella, che da lui si fa accompagnare, a lui legge i suoi lavori e le lettere degli amici. Antonio Renier avea sposato la nobildonna Cecilia Cornaro, da cui nacque nel 1801 Adriana Renier. L’affetto che Giustina sentiva pel babbo, ella lo divise d’allora in poi con la figliuola, che cresceva pronta d’ingegno, e inclinata in singolar modo alla poesia.
Quando Adriana Renier, guarita da malattia quasi disperata per le cure del dott. Paolo Zannini, volle giurarsegli sposa, la buona zia Giustina mise in opera tutta la sua influenza acciò il voto del suo cuore venisse appagato (lo dice il Veludo, frequentatore delle conversazioni di casa Zannini, nell’Archivio Veneto, vol. XII).
Adriana Renier Zannini, l’amica del Carrer, del Mustoxidi, di Benassù Montanari, la collaboratrice del volume Api e vespe (le Api e vespe uscirono la prima volta nel 1847. L’Ongania ristampò nel 1882 questo volume, e il valente Biadego ne discorse, da Libri e manoscritti, Verona 1883; i versi di Adriana sono firmati con la lettera N. Cfr. P. Ferrato, Della vita e degli scritti di Adriana Renier Zannini, Mantova 1876), le serbò sempre gratitudine e affetto, frequentando i suoi convegni, soccorrendo ai bisogni della sua vecchiaia, rammentandola morta con versi soavissimi.
La semplicità delle abitudini e la affettuosità del cuore andavano unite in Giustina Renier con un forte carattere ed un sentimento elevato della propria dignità. La sua vita è piena di aneddoti che lo provano, e chi leggerà la buona memoria del Malamani potrà facilmente capacitarsene. La nobiltà del sangue ella sentiva nella forma migliore, come stimolo a non commettere mai delle bassezze.
Tutte le sue azioni sono improntate a questo sentimento di nobile alterezza, che tanto si distingue dalla boria volgare. E io credo che parte non piccola avesse questo sentimento in quell’amor patrio sviscerato, che è la più bella caratteristica dell’animo suo.
Quando Giustina Renier Michiel disse al Bettinelli: “Prima di tutto io sono Venezianissima”, non poteva esprimer meglio quel che realmente ella fu. Ed ella ebbe pur troppo a vivere in tempi tristissimi per la sua Venezia, ed a dar prova parecchie volte della energia del suo carattere. Tutti quelli che hanno letto quel malinconico libro che sono le Confessioni d’un ottuagenario di Ippolito Nievo, rammentano la vivace pittura che vi si fa degli ultimi giorni della Repubblica. Sciolto il Maggior Consiglio, cadute le antiche tradizioni di Governo, la Municipalità fiacca, vi fu nel maggio del 1797 una terribile giornata in cui la gloriosa Regina dei mari era in mano di poche centinaia di facinorosi. Ordini precisi mancavano, mancava una autorità salda e forte, che valesse a reprimere quella vigliacca sommossa.
Fu Bernardino Renier (e in questa deliberazione la nostra Giustina Renier non sembra estranea), che scongiurò quel pericolo, puntando i cannoni sul ponte di Rialto (Franchetti, Storia d’Italia dopo il 1789; cfr. Molmenti, Vecchie Storie). Dopo la caduta della democrazia, Bernardino Renier si ritrasse in Toscana, e quindi a Parigi, ove visse quindici anni.
Era amantissimo delle arti, e si occupò pure di matematica e di filosofia della storia. Morì in Padova il 2 settembre 1831. Vedi Antologia, vol. XLIII.
Seguirono le orge democratiche, l’albero della libertà piantato in Piazza San Marco, la festa allegorica, che finì in un miserando ludibrio. Ai primi albori del sole democratico Giustina credette: ella semplice e buona non temeva il reggimento popolare, poiché vedeva dissanguata e inetta al governo la nobiltà. Ma ben presto si accorse qual piega prendevan le cose e dove miravano i disegni oscuri del Bonaparte: “Nous ne voulons pas être à l’Empereur” gridava ella allora, scrivendo a un amico, “nous voulons être libres, mais si les choses ne changent pas il va nous engloutir” (Museo Correr, Raccolta Busetto). E poco appresso, a chi le rinfacciava d’esser ridivenuta aristocratica, rispondeva:
“Fui partigiana delle opinioni democratiche fino a che credetti che la loro base fosse la virtù, la distruzione dei pregiudizi, il miglior essere dei più, ma poscia ben m’avvidi ch’era ben altra cosa, anzi affatto contraria, e mi convenne lasciarle. Fui però più tenace degli altri nelle mie opinioni, giacché non bastò a me il soqquadro in cui fu posto il mio paese, non mi bastò che fosse squarciato il velo della opinione politica del Governo, scemate le proprietà, spogliati gli altari, compromessa la libertà individuale: che volli attribuire questi misfatti ad alcune immorali persone, e giammai alla falsità del principio democratico.
Ma quando, dopo dieci anni che la Francia soffre, dopo i sacrifizi che ha fatti e il sangue sparso per ottenere la libertà, la veggo ora avvilita ed oppressa da un uomo, che non è neppure francese, che è privo d’ogni virtù morale, che è dominato dall’ambizione, e che per accrescere la gloria propria farebbe versare torrenti di sangue, che cosa più mi resta a sperare?”.
L’uomo fatale venne a Venezia nel 1807, dopo la pace di Presburgo. Gli si fecero molte feste: il Podestà di Venezia Daniele Renier, con seguito cospicuo, andò ad incontrarlo, e Napoleone fu trasportato per la laguna in un bizzarro legno fabbricato per quella occasione. Allora Giustina non lo vide: forse non volle vederlo. Ma l’anno dopo, quando tornò a Venezia, la prese vaghezza di avvicinarlo, e gli si fece presentare.
Ella si rammentò allora più che in qualunque momento di qual patria e di qual sangue fosse. L’incontro fu bizzarro, ed ella stessa lo narrò al Bettinelli:
“In che siete voi famosa?” le chiese Napoleone. “Io famosa?”
“Sì; ma in che siete famosa?” “Nell’amicizia”. “E di cosa avete scritto?” “Varie piccole cose che non meritano di parlarne”. “In verso o in prosa?” “In prosa, Maestà, perché non sono stata mai capace di scrivere un verso”. “Ah! voi siete improvvisatrice, voi siete improvvisatrice”. “Vorrei esserlo in si bella occasione di farmi onore”. “E che cosa avete dunque scritto?” “Vane piccolissime cose: alcune traduzioni”.
“Traduzioni? e di che?” “Di alcune tragedie”. “Racine, m’immagino”. “Perdono, Maestà, dall’Inglese”. Napoleone Bonaparte le voltò le spalle e partì. (Lettere inedite della N. D. Giustina Renier e il e l’ab. S. Bettinelli, Venezia 1857).
Si immaginino le allegre risate che la Venezianissima avrà fatte con gli amici del suo crocchio, per questo dialogo agrodolce col più grande uomo del secolo.
III
Tutti gli scritti principali di Giustina Renier Michiel hanno per scopo la glorificazione di Venezia. Nel 1806 il Visconte di Chateaubriand passava per Venezia, e poco appresso da-tava da Trieste una lettera al Mercure di Francia, in cui esponeva in poche righe impertinenti la impressione che gli avea lasciata la città delle lagune:
“C’est une Ville contro nature, on n’y peut faire un pas sans être obbligé de s’embarquer, ou bien on est reduits à tourner d’étroits passages, plus semblables à des corridors qu’à des rues.
La Place de Saint Marc seule, par son ensemble plus que par la beauté de ses batîments. peut être re-marquable et digne de sa renommée. L’architecture de Venise, presque toute de Palladio, est trop capricieuse et trop variée; ce sont deux ou trois palais batis les uns sur les autres. Et ses fameuses gondoles, toutes noires, semblent des bateaux qui portent des cercueils…”.
Del suo giudizio negativo, nel quale non si sa veramente se sia maggiore la leggerezza l’ignoranza, fu giustamente offesa la Venezianissima, che rispondeva al Visconte in una lettera francese, pubblicata prima nel Giornale dei Letterati di Pisa e poi ristampata in opuscolo. Questa lettera è un modello di polemica arguta: io credo non si possa più pulitamente e in-sieme più efficacemente mostrare ad un uomo che egli ha parlato senza sapere quello che si dicesse. Le contraddizioni, le inesattezze, le melensaggini contenute nelle poche righe del fantastico Visconte sono tutte rilevate e confutate; né mancano delle frasi vibrate, che rivelano tutta l’alterezza della onesta gentildonna, come le seguenti:
“Venise est notre ouvrage: chacune de nos rues est un trophée de notre hardiesse” e “Non, ce n’est pas contre nature, Monsieur, c’est au dessus de la nature que Venise s’est élevée”. Com’era da aspettarsi, la lettera di Giustina piacque molto, non solo ai Veneziani, ma a tutti gli Italiani colti. Il Cesarotti, nonostante il suo entusiasmo pel Chateaubriand, ardeva di vederla stampata; Giovanni Piazza e il Bettinelli la tradussero in Italiano; la Marchesa Orintia Sacrati toglieva ad imitarla, rincarando la dose in una Sua lettera a Floriano Caldani, che venne resa di pubblica ragione. Questa lettera è ben lungi dall’uguagliare l’arguzia aristocratica di quella di Giustina: è una risposta più lunga, più ragionata forse, certo molto più viva, ma meno cavalleresca.
La Marchesa Sacrati aggredisce direttamente il Chateaubriand con la invettiva e col sarcasmo. Essa chiama “eruttazione del suo spirito” le frasi da lui scritte; dice che egli non trovò Venezia ammirabile, perché Venezia non seppe ammirar lui, e che egli “ha preso una strada tutta nuova per farsi ammirare”, giacché “l’Italia essendo stata encomiata da tanti uomini illustri e non sapendo cosa dirsi di nuovo, ne volendo egli contendersi cogli altri nell’impressione che ne ha risentita, ha scelto per novità l’assurdo di disprezzarla, novità a un dipresso come il suo Genio del Cristianesimo”. Scusate se è poco!
Anche più tardi, negli ultimi anni della sua vita, la nostra gentildonna ebbe ad affilare la penna contro un detrattore di Venezia: questa volta non uno straniero, ma un italiano illustre. Nel 1827 il Niccolini ripeteva nel suo Antonio Foscarini le antiche accuse contro gli Inquisitori di Stato veneziani. Giustina Renier si fece l’interprete dello sdegno ragionevole dei suoi concittadini scrivendo una lettera apologetica, che per mezzo del Cicognara veniva spedita al Vieusseux. Questa lettera indignò il Capponi e il Niccolini, il quale ultimo ne scriveva con violenza pari all’ingiustizia della causa:
“La Renier Michiel, vecchia letterata settuagenaria. ha mandato qui un libello manoscritto, nel quale attacca l’opera e l’autore, mi chiama reo di lesa nazione e ha sollevato i Veneziani contro me: prende fra l’altre cose la difesa degl’Inquisitori. Il Conte Cicognara, che non ho offeso, è stato il mezzano di questa ribalderia: giacobino nel novantotto, ambasciatore a Torino per sbalzare dal trono il Re, come risulta dal Botta, parteggia per l’Inquisizione. Pazienza! Ma il Capponi, al quale ha mandato questa contumelia, gli ha risposto per le rime”. L’egregio Malamani osserva a ragione: “Un gentiluomo non avrebbe trattato in modo così volgare una signora, che si levava in difesa della sua patria”.
Dopo il poeta, l’artista. In un quadro di Giovanni De Min rappresentante l’eccidio degli Ezzelini, Giustina Renier Michiel credette vedere un insulto contro Venezia, onde gli scrisse una lettera molto vivace, che girò lungo tempo manoscritta. Questa volta peraltro aveva torto e glielo provò Giambattista Zucchi, con più sano concetto dell’arte. Le lettere della Renier e quella del Zucchi furono pubblicate insieme.
Come si vede, è una continua battaglia, che sino al suoi più tardi anni, questa dama combatté contro i detrattori di Venezia e della sua storia. E non contenta di quest’opera negativa, ella volle affermare positivamente il suo patriottismo, e lo fece col libro pel quale va specialmente celebre il nome di lei, l’Origine delle Feste Veneziane.
Questo libro, mezzo storico e mezzo descrittivo, nacque in un modo bizzarro. “Il Governo di Milano”, scriveva la Giustina Renier Michiel al Bettinelli il 22 giugno 1808, “mandò a codesto Governo di Venezia alcune questioni da esso denominate statistiche, fra le quali ve ne sono alcune di sin-golari. Morelli e Filiasi ebbero la commissione di rispondere. Filiasi in due giorni si sbrigò di tutta la sua parte, giacché non aveva che a copiare sé stesso nelle sue opere; Morelli pure se ne sbrigò in poco più di tempo. Interrogatolo io come avesse risposto a quelle interrogazioni stranissime, mi rispose di avere scritto che su quelle egli nulla scriveva, perché non avrebbe sa puto che cosa scrivere.
Questa maniera di sottrarsi è veramente alquanto secca: dall’altra parte è un po’ difficile di rispondere: quali sono i pregiudizi dei Veneziani? quali le loro opinioni politiche e religiose? quali i loro gusti dominanti ecc. Pure mi è venuto in mente di risponder io, e d’intitolare il mio scritto Statistica morale. La riuscita sarà quel che sarà: non mancherò mai di lacerare il tutto come faccio di molte e molte cose; intanto mi diverto e quest’è subito un grand’oggetto” (Luzio)
Intorno a tutto ciò ha scritto anche il Carrer nell’Anello, e più brevemente nel Tipaldo, prendendo a scorta l’elogio che nell’Ateneo Veneto lesse il nipote della Renier, Paolo Zannini, elogio che, per una grave scissura sorta fra quegli Accademici e lo Zannini, non venne mai pubblicato). Come e perché quest’opera perdesse il carattere generale di relazione dei costumi veneziani, e assumesse più particolarmente quello di descrizione storica delle feste veneziane, non è ben chiaro.
Probabilmente Giustina Renier, pensando al suo soggetto, trovò che nulla v’era di più caratteristico, di più schiettamente ed originalmente veneziano che quelle feste civili e religiose, che ella aveva potuto in gran parte vedere negli ultimi anni della Repubblica. Quindi lo scopo di dare un’idea dei costumi e dell’indole di quel popolo veniva raggiunto, incentrando la trattazione in questi spettacoli giustificati dalle gloriose tradizioni venete.
Comunque fosse, è certo che la nobildonna si mise intorno a quest’opera, cominciata per spasso, con tutto l’impegno possibile, e che già nel 1810 ne pubblicava un saggio, riguardante la Festa di Santa Marta e quella del Redentore. Nella descrizione della Festa del Re-dentore è la pittura della peste del 1576, di cui era entusiasta il Pindemonte. Egli infatti scriveva a Giustina il 4 agosto 1810:
“Vi ringrazio assai assai del piacere, che procurato mi avete. Chi mai vi ha dato un cosi abil pennello? De-scrivete la festa del 1576 in un modo che pare che voi siate stata in Venezia a quel tempo, e si trema quasi per voi. Né vi ammiro solamente, ma anche v’invidio: sì, v’invidio, come studioso della poesia, in alcune immagini, e in quella tra l’altre delle lames de feu agitées par les rames. Avete avuto l’abilità di rendere inte-ressante per molti ciò che deve esserlo particolarmente per i Veneziani, i quali dovrebbero tutti baciarvi i piedi”. (ms. nella Bibl. Comunale di Verona).
La pubblicazione dell’opera intera fu cominciata a Venezia, coi tipi dell’Alvisopoli, nel 1817, e terminata solo nel 1827, a motivo degli scarsi mezzi dell’Autrice, che si era assunte tutte le spese di stampa. Certo non inutile riesce anche oggi questo libro, che formò la preoccupazione costante di Giustina nell’ultima parte della sua vita, quantunque non sempre i fatti siano attinti a fonti sicure e vi manchi del tutto quella critica dotta e perspicace, di cui particolarmente si ha d’uopo quando si narrano leggende antiche ed avvenimenti antichissimi.
La Renier Michiel non trascurò di servirsi in questo suo lavoro di quelli fra i suoi amici che si erano maggiormente occupati di storia veneta, del Morelli, del Bettio, di don Sante della Valentina. Per quanto riguarda lo stile e la lingua, ebbe correttori il Vittorelli, il Dalmistro, il Moschini, il Negri.
È curioso il notare come la censura movesse delle difficoltà alla pubblicazione del terzo volume dell’opera. Lo si rileva da una lettera di Ippolito Pindemonte a Giustina Renier in data 19 aprile 1818: “Io non lascerò partire il gentilissimo signor Faustino Persico senza dargli due righe per voi. Egli potrà dirvi che di voi abbiamo parlato non poco, e che reso abbiamo giustizia ai vostri talenti, e all’amabilità vostra. Seppi da lui con mio dispiacere, che codesti Censori vi movono delle difficoltà per la stampa del terzo tomo. Desidero che possiate superarle, e che a voi riesca, rispetto alle Feste Veneziane, ciò che non è riuscito a me a per riguardo ai Sermoni”. (ms. nella Bibl. Comunale di Verona). Senza dubbio le difficoltà della censura erano motivate dalle frequenti, quantunque velate, allu-sioni a fatti politici contemporanei, che nelle Feste si trovano.
Dalle ricerche del Malamani resta, mi sembra, provato, che l’opera di Giustina Renier Michiel fu scritta in Italiano e riveduta con cura speciale dal Negri, come appare dal cod. Correr 1420 del Museo Correr, che contiene la minuta di una parte del testo. È ben vero che la egregia donna cercò in ogni guisa di far credere che le Feste le sgorgassero dalla penna in Francese, e poscia ella le traducesse in Italiano; è vero che rispondendo un po’ risentita nella Gazzetta Privilegiata di Venezia alle critiche, molto urbane del resto, mossele nel vol. XLIV del Giornale dell’Italiana Letteratura, rammentava l’origine dell’opera, di cui abbiamo discorso, per giustificarsi d’averla scritta in lingua straniera, e oltracciò aggiungeva che il desiderio di darle maggiore pubblicità la incoraggiò a continuarla in Francese; ma in tutto questo vi è solo (il Malamani lo dimostra egregiamente nella sua monografia inedita) un po’ di vanità di scrittrice, un po’ di desiderio di mostrarsi versata nella cognizione d’una lingua, ch’ella era ben lunghi dal sapere a perfezione.
Amici e nemici della Francia si trovarono trascinati, nel secolo passato e nei primordi del nostro, ad ammirare la letteratura francese, che aveva invaso l’Italia. Non solo si imitavano i romanzi, i drammi, le forme poetiche francesi, non solo si traduceva continuamente da quella lingua; ma in essa si credeva quasi indispensabile lo scrivere per esser letti con più gusto. Documenti insigni ne sono le Memorie del Casanova e quelle del Goldoni. I meriti incontrastabili dell’opera, l’intendimento patriottico con cui fu scritta, e le qualità eminenti dell’egregia autrice, ci fanno passare sopra a quel peccatuccio, ricordando il detto sapiente e misericordioso: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Gli altri scritti della Renier Michiel sono di gran lunga meno importanti.
Il primo per ordine di tempo, quello che le valse il momentaneo corruccio di Napoleone, è la versione di Shakespeare. Traduceva da traduzione francese, e il Cesarotti non fu e-straneo a questo lavoro (cfr. Cento lettere a Giustina Renier Michiel.
Nel 1802 l’abate Bianchi mandava a Giustina una relazione delle feste fatte in Inghilterra ad onore del sommo Tragico. La Renier Michiel volle rispondere e mandò prima la rispo-sta al Cesarotti, acciò la rivedesse. Il Cesarotti ne fece una nuova. Anonima ella pubblicò nel 1798 le traduzioni dell’Otello e del Macbetto, nel 1800 quella del Coriolano. Molto più tardi, nel 1828, Alessandro Zanetti e Daniele Manin compilarono un libro di descrizione delle Isole della Laguna. Quella di S. Lazzaro è dovuta alla Renier Michiel.
Oltracciò vi devono essere parecchie opere della Renier Michiel tuttora inedite, intorno alle quali si possono dare scarse notizie. I pochi cenni che ne dà il Carrer sono insufficienti; egli accenna al Discorso sul modo di studiare la Botanica, già da me menzionato, e ad un Trattatel-lo teorico di educazione. Ma di altre scritture dell’egregia donna, forse perdute, forse conservate in casa Zannini, abbiamo indizi incontrastabili. E tra le altre sarebbe bello il conoscere quelle di cui distesamente le scriveva il Cesarotti il 24 gennaio 1806. Doveva essere una specie di romanzo storico, scritto in Francese.
Come da quanto ho detto si può discernere, la Renier Michiel non ha perduto il suo tempo. Fornita di una istruzione superficiale, come soleva darsi alle dame dei tempi suoi, ella cercò da sé di supplirvi, arricchendo la mente di cognizioni svariate. Sembra che si occupasse persino di matematica, giacché il Cesarotti le scriveva:
“Cosa diavolo è venuto in capo alla nostra Giustina d’imbarazzarsi di geometria? I quadrati e i triangoli sono forse trattenimenti per le Grazie? Oh, questi dotti titolati ch’ella va praticando ce la rovineranno. Ricordatele che Minerva avea cominciato a suonare il flauto, ma poi lo gettò via perché le contorceva la bocca. Lasci questi studi a coloro che hanno gli spini nel cervello, la muffa nella fantasia, e i peli sull’anima. Matematica e Giustina sono un’accozzamento contro natura. Sgridatela ben bene per me, e fate che non si parta dai suoi fiori , coi quali ha tanta affinità, non meno nello spirito che nel volto”. (Cento lettere). Quando nel 1821 fu disegnata in Venezia la fondazione d’un giornale letterario cui dovevano collaborare i migliori ingegni del tempo, Giustina Michiel fu iscritta fra i collaboratori sotto il titolo Crusca e lingua italiana.
Non le bastava, come ad altre grandi dame, di servirsi dell’istruzione per figurare in società; ella ebbe il merito di considerare il sapere molto più seriamente, di dirigerlo a scopo civile, di trovarvi quelle consolazioni ineffabili, di cui solo le anime elevate sono capaci. L’amore per lo studio, per la patria e per la famiglia, l’amicizia sinceramente e vivamente sentita, sono i sentimenti che trionfano nell’animo di Giustina.
Ella è felice quando può starsene nel suo studiolo, con d’innanzi i ritratti delle due figlie e ai lati quelli del Bettinelli e del Cesarotti: “Di sopra vi ho Girolamo Zustinian, Francesco Battagia, nel mezzo vi è un quadro da me disegnato, che rappresenta Democrito osservando vari scheletri di corpi e vedesi scritto: Democritus omninm derisor in omnium fine defigitur. Una seconda facciata è tutta dei miei disegni ed incisioni; sulla terza vi è una piccola libreria e la porta, e nella quarta vi sono le finestre, e nel mezzo v’è uno specchio perché dicesi che vi deve essere, benché niente di più inutile per me che non mi guardo mai”. Ora che abbiamo veduta l’ultima Dama veneziana nei suoi sentimenti di madre e di cittadina, nella sua attività di scrittrice, dobbiamo considerarla nell’amicizia. Dallo studio passiamo nel salotto.

IV
Abbiamo veduto come alle insistenti domande di Napoleone, che le chiedeva in che fosse famosa, Giustina Renier argutamente rispondesse: “nell’amicizia”. Questa risposta è perfettamente conforme al vero. Giustina Renier Michiel intese come poche altre dame il sentimento dell’amicizia, lo intese per quello che veramente è, fratellanza di cuori, senza secondi fini e senza eroticismi perturbatori. Ciò è molto più raro fra le dame veneziane di quello che a prima giunta può credersi. Tra le seduzioni di una vita molle e senza ideali, in mezzo a una società in cui trionfava il cicisbeismo, strana miscela di platonico e sensuale, di servilismo e di galanteria, le dame inclinate all’arte e piene di mondanità correvano seri pericoli. Né io intendo qui accennare alle libere figlie della laguna, come la Querini Benzon, che fu amante del Byron e ispirò al Lamberti la più popolare delle sue poesie, non volgare, o come la più celebre Cecilia Zeno Tron, che a Milano, nel 1787 facea pericolare la virtù del più che cinquantenne Parini, e poi in patria, rotta ad ogni lascivia, contaminava il nome d’una famiglia rispettabile.
Ma anche le dame che più tennero alla dignità propria ed ebbero gusti più eletti, come la Cornelia Barbaro Gritti, la Caterina Dolfin Tron, la Isabella Teotochi Albrizzi, non poterono ovviare completamente a quelle transazioni con la propria coscienza, cui le spingevano la galanteria di moda e l’ammirazione di che erano circondate.
Tra i frequentatori delle loro conversazioni v’era il preferito, l’amante, cui troppo spesso si concedevano colloqui a quattr’occhi e Dio non voglia anche peggio. Ciò non accadeva a Giustina Renier Michiel, fermissima nella sua virtù di donna onesta: la femminilità nel suo salotto non era civettereria, né smanceria, né sentimentalismo; era semplicemente gentilezza delicata, come la donna sola sa averla e inspirarla.
Si disse bensì che una relazione più tenera tenesse unita Giustina al più sviscerato dei suoi amici, il Cesarotti, e questa ciarla acquistò credito dalle frequenti e lunghe dimore che Giustina Renier Michiel faceva in Padova, e dall’ordine che il Cesarotti diede morendo di dare alle fiamme le lettere di lei. Non si considerò che la relazione fra il professore padovano e la dama nacque solo nel 1799, quando Giustina aveva già 44 anni e il Cesarotti 69, età certo non troppo propizia agli amori.
Della purezza di questa amicizia fanno ora bella testimonianza le lettere del Cesarotti alla Renier Michiel, che il Malamani ha il merito di aver tratte dalla raccolta Busetto. Non già che manchino in queste lettere delle frasi pregne di una affettuosità calda, che in altro uomo e in altri tempi potrebbero rivelare una passione. Eccone alcune, per esempio:
“Addio, amatissima: pensate ch’io mi addormento colla vostra immagine, che già mai non si stacca da me. Abbracci e baci col cuore: quando potrò darveli colla persona?”. “Voi mi vorreste rimbambito al fine di assistere alla nuova infanzia della mia età, ma io che bramerei di rispondere degnamente al vostro affetto, vorrei ringiovanire per impadronirmi di tutti i vacui del vostro cuore”. “Fate che il mondo si scordi di me: voi sola bastate a compensarmi per tutti. Amatemi, amatemi; l’affetto vostro e quello di pochi e veri amici, appaga tutti i miei desideri”. “No, io non ho più qualche vigor giovanile se non nel cuore.
L’amore non è ancora da me condannato a una pura spiritualità; v’è tuttavia un po’ di mescolanza dell’ele-mento butiroso dell’anima, che ne rende la spiritualità più saporita. Venite presto a farne il saggio”.
“Ah, s’io avessi potuto sposar voi a tempo, che bella discendenza!”. “Vi mando un gruppo di ringraziamenti, e un impasto di baci innocenti e subimpudici, che hanno l’ordine di non lasciarvi intatta veruna parte del volto, e di penetrarvi nel cuore”.
Ma queste frasi incendiarie hanno un valore relativo in bocca ad un vecchio, che ne usò di simili con altre dame e che era di natura sua molto inclinato alla galanteria. Giustina Renier Michiel ammirava nel Cesarotti l’ingegno vivo e quella fama di poeta grande, di cui ben presto non dovea rimanere che una misera larva; il Cesarotti da parte sua, spirito femminilmente debole e vano, ammirava ed amava in Giustina il carattere forte e insieme affettuoso, aperto a tutti gli entusiasmi pel bello, nella natura e nell’arte.
Un altro vecchio amico della Renier Michiel fu il Bettinelli, pel quale ella nutrì sempre un affetto profondo, quantunque non lo conoscesse mai di persona. “E della mia Cecilia (scriveva Giustina Renier al Bettinelli un mese circa prima della morte di lui) come volete mai che ne parli la più tenera madre? Ma già ella più coraggiosa di me vuole assolutamente vedervi e la vedrete; anch’io vorrei vedervi, ma non vorrei esser veduta da voi”. Questo carteggio fra il Bettinelli e la Renier Michiel, pieno di confidenze e di notizie, per quel poco che a noi finora è dato conoscerne, divenne famoso per tutta. Italia, come scriveva Ippolito Pindemonte.
Il quale Ippolito Pindemonte, amicissimo anch’egli del Bettinelli, fu il terzo fra i maggiori amici di Giustina il suo carteggio peraltro, quasi tutto inedito; non è molto rilevante.
Tre sole lettere del Pindemonte alla Renier Michiel furono pubblicate da Vincenzo Busetto nell’opuscolo Lettere d’illustri contemporanei a Giustina Renier Michiel (Nozze Zannini-Bucchia), Venezia 1847. “Voi mi date”, egli dice, “e con la solita vostra grazia, molte nuove letterarie, alle quali io non veggo come corrispondere, poco dando Verona in sì fatto genere presentemente”.
Chiuso in una città di provincia, Pindemonte non era in grado di fornir molta materia all’amica sua, né la loro intrinsichezza fu mai tale da permettergli di occuparla con quello che gli passava nell’anima.
Egli le dava conto dei suoi lavori, sospirava il momento di rivederla o in Venezia, dove spesso si recava, o di passaggio in Verona, nelle frequenti gite che la Renier Michiel faceva a Brescia. Talora le presentava qualche suo amico od amica; la Sgricci, e la Marina Mosconi (lett. 27 genn. 1817, ms. Museo Correr), che la Renier Michiel aveva avuto già occasione di conoscere a Verona. Quasi in tutte le lettere le mandava i saluti della Silvia Curtoni Verza, cui relazione intima col Pindemonte è ben nota.
Dalle lettere del Pindemonte sembra che questa dama, la quale meritò l’ammirazione del Parini e al Foscolo appariva troppo amazzone, avesse per la Renier, diversissima da lei in tante cose, una stima sincera a profonda. E il buon Pindemonte dal canto suo non trascurava occasione acciò la benevolenza fra le due dame si rassodasse. Alludendo ai loro convegni serali, egli scrive a Giustina Renier Michiel: “Voi non vedeste mai, credo, la sua casa di giorno: è in Verona, come una Procuratia in Venezia”.
Se il Brofferio, che quando si recò in Venezia aveva biglietti di presentazione per la Albrizzi e per la Renier Michiel, si fosse presentato nel salotto di Giustina, a S. Moisè, in Corte Contarina, c’è da giurare che egli non avrebbe risentito la disgustosa impressione che ebbe e conservò visitando quello della Teotochi. Come differivano le due dame, così erano diverse le loro conversazioni. Quella della Albrizzi leggera, brillante, parecchio infranciosata; quella della Renier più grave e più veneziana.
Non già che non vi prendessero parte uomini e dame d’indole e di patria diversi, che anzi gli stranieri si trovavano frequenti nelle serate della Renier Michiel, specialmente gli Inglesi.
Ma Giustina dava un’intonazione, un colorito alle sue relazioni, diversi da quelli che si notavano in casa Albrizzi. In lei l’arguzia fine non valicava mai i limiti del più corretto viver sociale, né la allegria spensierata giungeva a sopraffare i discorsi tranquilli e meditativi degli uomini gravi. Nulla di pedantesco là dentro; ma insieme nulla di fatuo.
Io non mi indugierò qui in una disamina del salotto di Giustina Renier Michiel, che allungherebbe oltre misura questo articolo, già troppo lungo. Il Malamani ne darà una descrizione viva e compiuta. Bastami il dire che quanto v’era di più eletto in Venezia, sia fra i Veneziani, sia fra gli stranieri stabili e di passaggio, tutto conveniva a quelle gioconde serate, cui dava vita la gioviale e ingegnosa padrona di casa. Vi andavano diplomatici, scienziati, artisti, uomini di lettere. Tra gli artisti primissimo, assiduo frequentatore (quand’era a Venezia) del salotto di Giustina, troviamo Antonio Canova, che nel 1821 faceva presente a Giustina Renier Michiel di due Busti modellati da lui, una Saffo ed una Vestale. E la Renier gli fu riconoscentissima di questo dono e ne andò superba: “Entrambe senza rivalità, gli scriveva, desteranno meraviglia e diletto ad ognuno; ed in me, che ne sono posseditrice invidiabile, alimenteranno mai sempre un giusto orgoglio, offrendomi agli occhi un sì bei contrassegno di predilezione, che mi viene dall’uomo che ha diritto più d’ogni altro all’immortalità”.
Tra i letterati v’è il Foscolo ancor giovane, che alla traduttrice di Shakespeare avea bruciato un grano d’incenso, ed aveva avuto in lei una ammiratrice dell’Ortis, come attesta una curiosa ed elaborata lettera di Giustina ad Ugo Foscolo, in data 27 novembre 1802 infarcita di frasi di quel romanzo.
“I miei passati tempi, e Venezia, e voi, mi sarete sempre care e pungenti memorie”, terminava il Foscolo una sua lettera alla Renier Michiel del 1804 (Busetto, Op cit.).
In altra lettera, del 4 luglio 1807, pubblicata nella medesima raccolta e proveniente da Brescia, il Foscolo le scrive: “La Municipalità mandò il capitano Foscolo ad alloggiare in casa Martinengo di Barco. È vero ch’io visito assai di rado la dea del loco; ma a Brescia io non visito anima nata; vedo poca gente, e parlo con una sola persona, con una sola persona, e soltanto verso sera: poi dì e notte sto qui come un gufo”. Questa persona era forse la Marzia Martinengo Cesaresco, della cui relazione col Foscolo ha dato notizia A. Beltrami nel Giornale storico della Letteratura italiana).
Tra i letterati v’è anche Jacopo Morelli, il dotto e austero Bibliotecario che per la Giustina aveva della tenerezza e che ella, sempre pronta a trovar soprannomi acconci ai suoi amici, chiamava el magna-putei. Del vezzo della Renier Michiel di affibbiar soprannomi, parla anche la Albrizzi: “La sua particolare sagacità dava non di rado alla persona che le si presentava, uomo fosse o donna, un soprannome, rapidamente derivandolo sì dallo spirito e sì dal portamento di quella, ed era di tale e tanta aggiustatezza ed evidenza che, non altrimenti che per esso, era poscia il più delle volte denomi-nata e riconosciuta”.
Vi sono Francesco Rizzo Pattarol e il Pagani-Cesa, entrambi grandi amici del Cesarotti, che guastò forse il secondo con le troppe lodi; vi sono Francesco Negri e l’abate Dalmistro, che si prestarono ambedue nel sovvenire di consiglio e di revisione le opere letterarie della Renier Michiel; v’è il Vittorelli, poeta morbido, uomo morbidissimo, che dapprincipio fece pessima impressione sulla Renier, ma in seguito riuscì a conquistarsi le sue grazie; v’è Mario Pieri, la sanguisuga dei letterati del tempo suo, che il Cesarotti assomigliava ad una pera brutta, ma buona; v’è anche la Staël, verso la quale peraltro Giustina Renier Michiel fu sempre ben lungi dal sentire l’ammirazione che ebbe per lei il Cesarotti, per riflesso del padre suo Necker, di cui era entusiasta, ma alla quale pure, in grazia forse del Cesarotti, fece buona accoglienza, scrivendogli che le era piaciuta (vedi l’arguto ritratto che la Renier Michiel dà della Staël in una sua lettera al Bettinelli, Malamani, Isabella T. A).
Vi sono il Mustoxidi, il Cicognara, Bartolomeo Benincasa, Benassù Montanari, Angelo Zendrini ed altri, tra cui parecchi Inglesi, che Giustina chiamava le sue rondinelle.
Francesi pochissimi, che la Renier non li amava. Con lo stesso Meyronnet, forse innamorato di lei, Giustina Renier ebbe un incidente doloroso, che il Malamani metterà in chiara, luce. Col Generale Miollis (chi è che non lo conosceva a quel tempo?) fu in costante carteggio, e aiutò spesso il Cesarotti a decifrare le sue lettere geroglifiche (la Renier Michiel dettò anche un ritratto del Miollis, cfr. Cento lettere), ma in fondo le seccava.

V
La notte tra il 6 e il 7 aprile 1832 Giustina Renier Michiel moriva. Fu un lutto generale per tutta Venezia. I giornali ne dissero gli elogi; i poeti le cantarono le esequie in versi, se non sempre belli, almeno quasi sempre affettuosi. Il popolo, non vedendo più quella bella vecchietta, che tanta gioventù di spirito conservò sino agli ultimi anni suoi, sentì che gli mancava qualche cosa, quasi il buon genio tutelare delle antiche gloriose memorie.
Quando noi paragoniamo la morte del N. H. Polo Renier, seppellito nell’ombra, nonostante la sua autorità principesca, per non turbare le gazzarre carnevalesche, a quella di questa Gentildonna rimpianta universalmente, per quanto vivesse quasi povera, ed aborrisse da qualunque pompa pretenziosa, non possiamo a meno di consolarci al pensare come la virtù, la semplicità e la rettitudine, trovino qualche volta nel mondo quelli apprezzatori, che mancano alle grandi ambizioni ed al fasto.

Da Rodolfo Renier, Giustina Renier Michiel, Genova, R. Istituto pei sordomuti, 1885

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04 Gen 2015

Rodolfo Renier nel centenario della sua morte

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Ricordiamo nel centenario della morte la figura di Rodolfo Renier, eccelso filologo letterato e critico (Treviso 11 agosto 1857 – Torino 8 gennaio 1915). Allievo di Carducci a Bologna, di A. Graf a Torino e di A. Bartoli a Firenze. Professore e Rettore nell’Università di Torino. A lui sono dedicate ben due vie, a Roma e Torino. Auspichiamo che la città di Treviso possa ricordare in futuro questo suo illustre (seppur dimenticato) figlio. Riportiamo qui sotto un suo scritto su Gaia da Camino, trevigiana e valente poetessa del Trecento, sepolta nella chiesa di S. Nicolò a Treviso.
rodolfo renier

Da treccani.it
Renier, Rodolfo ; di Cesare Federico Goffis

Renier, Rodolfo. – Filologo (Treviso 1857 – Torino 1915), allievo di A. Graf e di A. Bartoli; fu uno dei più illustri rappresentanti del metodo storico, professore nell’università di Torino di lingue e letterature neolatine dal 1882 al 1914. Partecipò alla fondazione di ” Studi medievali “, e col Graf e il Novati a quella del ” Giornale storico “, che volle essere strumento della scuola storica. Il R. ne fu l’organizzatore per i primi 60 volumi. Qui pubblicò una cinquantina di saggi e quasi trecento recensioni.
Nel suo primo volume (1879) studiò la Vita Nuova e la Fiammetta, mirando al carattere ? psicologico ‘ di quelle opere. Seguì l’edizione critica delle Liriche di Fazio degli Uberti (1883); poi curò edizioni d’inediti (canzoni di Bruzio Visconti, sonetti di Tommaso di Giunta e altri, dell’Altissimo, del Pistoia, novelle del Sercambi, lettere del Castiglione, del Pellico, epigrammi dell’Alfieri, ecc.), ricerche di erudizione storico-letteraria su vari temi: Il tipo estetico della donna nel Medioevo, il gergo furbesco, il dramma sacro Gelindo, di cui curò l’edizione, la letteratura popolare, cultura e ambiente delle principesse d’Este e Gonzaga, Margherita di Navarra, Vannozzo, B. Cellini, l’Equicola, il Manzoni, il teatro di G. D’Annunzio. Soprattutto gli Svaghi critici (1910) furono testimonianza del suo interesse per le letterature moderne.
Oltre che nel volume sulla Vita Nuova, il R. si occupò di D. studiando Un commento… del secolo XV inedito e sconosciuto (Torino 1884), la più antica versione francese della Commedia (ibid. 1889), la Quaestio (della quale, seguendo A. Bartoli, ritenne che fosse autore l’agostiniano Benedetto Moncetti da Castiglione, aretino, primo editore dell’opera [Venezia 1508], di cui mise in luce il carattere ambizioso; cfr. Il probabile falsificatore della Quaestio de aqua et terra, in collaborazione con A. Luzio, in ” Giorn. stor. ” XX [1892] 125-150); preparò molte recensioni per il ” Bullettino della Società Dantesca “, toccò argomenti danteschi facendosi editore di Fazio, traducendo la monografia del Sundby su Brunetto, accennando al dantismo di Margherita di Navarra, o studiando la ” gaiezza ” di Gherardo da Camino.
La sua bibliografia (608 voci), sino al 1911 curata da B. Soldati e F. Picco, è premessa agli Scritti vari di erudizione e di critica (Torino 1912) raccolti in suo onore.

Da SVAGHI CRITICI (Laterza , 1910) di Rodolfo Renier
AVVERTENZA
II titolo alquanto inusato del presente volume merita due parole di chiarimento, Da molti anni oramai il mio tempo è assorbito dalle occupazioni professionali e dalle cure assidue, ininterrotte che dedico al Giornale storico della letteratura italiana. Come produttore di materia scientifica originale da parecchio tempo sono già morto. Nè mette conto ch’ io mi tessa da me il necrologio. Ma la curiosità degli studi non s’è illanguidita per nulla nell’animo mio, anzi, col procedere degli anni, s’è fatta sempre più viva e più larga. Il leggere ed il pensare alle cose lette sono al mio spirito nutrimento e ristoro soavissimi. E spesse volte codeste letture e codeste riflessioni sulle letture m’inducono a scrivere, senza ambizioni, per svago. A qualche benevolo parve che non tutti gli articoli miei, destinati a colmare piacevolmente le mie non molte horae subsecivae, meritassero di rimanere obliati in periodici divulgativi o in raccolte occasionali. E siccome è umano il porgere orecchio a voci che in qualsiasi modo lusinghino l’amor proprio, io mi lasciai tentare a mettere insieme il mio bravo volume miscellaneo, che un editore intelligente ed intraprendente m’offerse di pubblicare. I ventiquattro scritti che trascelsi hanno questa origine. Se riusciranno ad indurre altri nel desiderio di procurarsi quei medesimi svaghi che a me furono deliziosi, mi riterrò fortunato.

Gaia di Gherardo da Camino.
Rammentate la chiesa di S. Nicolò a Treviso? Il superbo tempio dei padri predicatori, che maestosamente domina i piccoli edifici circostanti, s’erge grandioso, semplice ed elegante sugli svelti colonnati, che sopportano gli archi acuti, mentre dalle grandi finestre ogivali penetra eternamente giovine il sole, e gli ex voto frescati nel Trecento ridono nella gaiezza delle loro tinte dalle colonne e dalle pareti, ed a destra un colossale S. Cristoforo, pure dipinto a fresco, guarda sempre ingenuo e stupito il piccolo Redentore che reca in ispalla. L ’edificio, tra i più belli e puri del Veneto, è in gran parte dovuto alla munificenza di quel dotto e pio monaco, di cui in quest’anno Treviso s’appresta a celebrare il centenario della morte, Nicolò Boccasini domenicano, che per pochi mesi, in sugli albori del XIV secolo, portò la mitezza della sua santa anima sulla cattedra pontificale, succedendo col nome di Benedetto X I al fiero papa Caetani, e s’ebbe poi aureola di beato e presso i suoi concittadini tanta estimazione, che qualcuno di essi avrebbe augurato, a ricordo di lui, il nome di Benedetto X V all’attuale pontefice, pure trevisano.
Grande venerazione nutrirono i signori da Camino per S. Nicolò. Il vecchio Guecello dei Caminesi di sotto, già nel 1272, quando l’attuale tempio non era ancor sorto, volle essere sepolto apud ecclesiam sancti Nicolai, la modesta chiesa di S. Nicolò, detta dei pescatori, che un giorno appartenne ai Domenicani; e con ogni verosimiglianza le sue ossa furono poi trasportate nella tomba che presso la porta maggiore del nuovo S. Nicolò ordinò fosse a sè costrutta il figliuolo di Guecello, Tolberto (1317). Là presso riposava ormai da sei anni la sua prima moglie, Gaia, figliuola di Gherardo da Camino, la nobilis, prudens et honesta domina Gaia, come la chiama il notaio che rogò il suo testamento nel castello di Portobuffolè il 14 agosto 1311, la quale aveva lasciato cinquecento lire di piccoli pro opera et laborerio della nuova chiesa. E nel mausoleo materno, posto a sinistra di chi usciva dal tempio (nel sec. X V III se ne vedevano ancora gli avanzi), mentre la tomba di Tolberto era a destra, volle esser tumulata l ’unica figlia nata da Gaia, la virtuosissima Chiara, che fu moglie al nobil conte Rambaldo V III di Collalto e fece testamento il 7 settembre 1348. Presso la madre e la nonna dormi l’eterno sonno anche Ailice, una delle figliuole di Chiara, morta nel 1381. Queste ed altre cose molte largamente espone e documenta, in un recentissimo libro, Angelo Marchesan (1), il quale alle attestazioni recate dall’antico storico della Marca trevigiana, il Verci (*), altre ne aggiunge dedotte da documenti sinora inediti, custoditi in depositi pubblici e privati. Non molto aggiungono i

(1) Gaia da Camino nei documenti trevisani, in Dante e nei commentatori della Div. Commedia, Treviso, tip. Turazza, 1904.

documenti nuovi a quello che di Gaia già si sapeva; ma invece sono preziosi per farci meglio conoscere le persone che furono a lei più strette di affinità, particolarmente il marito e la figlia. Gaia nacque, secondo le probabili congetture del Marchesan, fra il 1265 ed il 1270 dal magnanimo Gherardo e da Chiara della Torre. Siccome questa morì solo nel 1299, passò Gaia la giovinezza sotto l’amorosa vigilanza materna, e la madre potè condurla all’altare, allorché verso il 1293 essa impalmò Tolberto dei Caminesi di sotto. Questi fu uomo di non comune autorità, prode nell ’armi, accorto negoziatore. Va da sè che i documenti ufficiali non ci dicono se siano stati buoni i suoi rapporti con la moglie; ma il fatto che egli testò di voler esser sepolto non lungi da lei, morta nel 1311, non sembrerebbe certo indizio di malevolenza. Indubitato è poi l ’ affetto figliale tenerissimo di Chiara, la quale non solo dispose d’essere riposta nell’arca stessa di Gaia, ma in una sua figlia ne rinnovò il nome, e forse chiamò Gaia pure una sua figlioccia, ed a suffragio dell’anima della madre destinò un legato a’ poverelli nel suo testamento. Per quanto la pratica degli atti legali antichi ci premunisca dal dare loro un peso soverchio per quel che spetta

(*) Del Verci, per quel che concerne i Caminesi, s’era particolarmente giovato il Marchesan nell’altro utilissimo suo volume, che così bene illustra la storia più gloriosa di Treviso e che contiene assai più di quel che dica il titolo, L ’università di Treviso nei secoli X I I I e X IV , Treviso, 1892.

alle condizioni intime dei personaggi a cui si riferiscono, e per quanto nel frasario e nelle disposizioni di quelli atti molto si debba alla convenzione inveterata, sta il fatto che il complesso dei numerosi documenti fatti conoscere dal Marchesan è tale da farci credere Gaia gentildonna esemplarmente intemerata, e che non si conosce pure un atto della sua breve vita onde sia lecito trarre qualche legittimo sospetto in contrario. O come va, dunque, che ormai nella critica dantesca predomina opposta sentenza? Nella terza cornice del Purgatorio, quella fumosa degli iracondi, s’ imbatte l ‘Alighieri in Marco Lombardo, che spiegatagli la funzione del libero arbitrio nelle operazioni umane, assorge da questa considerazione psicologica ed etica alla teoria, politica, svolgendo il principio tanto caro a Dante delle due autorità necessarie al regolato consorzio umano, l ’ imperiale e la pontificia, operanti divise ma concordi ; lamenta la degenerazione di quella larga zona della superiore Italia che francescamente chiamavasi Lombardia, e dice che tre soli vecchi ancor vivono, “ in cui rampogna l’antica età la nuova “, Corrado da Palazzo, il buon Gherardo, e Guido da Castello. Noti sono a Dante il bresciano Corrado ed il reggiano Guido; ma chi sia il buon Gherardo fìnge d’ ignorare. E allora Marco a stupirsi di siffatta ignoranza ed a replicare:

O tuo parlar m’ inganna o e’ mi tenta,
……………… chè, parlandomi tosco,
Par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro soprannome io nol conosco,
s’io noi togliessi da sua figlia Gaia (1).

Dopo quest’accenno, tronca il discorso bruscamente: “ Dio sia con voi, che più non vegno vosco “ .
Ora, l’oscurità voluta di quest’accenno indusse i dantologi a lunghe discussioni; ma ormai i più autorevoli inclinano a ritenere che Marco, dopo aver così esaltato il vecchio Gherardo da Camino, abbia voluto pungere la degenerata figliuola tristamente celebre per la libertà de’ suoi costumi. A non dilungarci in citazioni che riuscirebbero interminabili e uggiose, basti il dire che la scostumatezza di Gaia parve certa ad un filologo come il Rajna (2) e ad uno storico e dantista come il Del Lungo (3), e che ormai passò in giudicato nelle più pregiate opere di consultazione e di complesso come il Dante Dictionary del Toynbee (pp. 113 e 255) ed il Dante dello Zingarelli (p. 635). Sarà fuor di strada la maggiore e più autorevole parte dell’esegesi dantesca, rispetto ad un fatto gravissimo; l’esistenza, cioè, di una Gaia, uscita dai Caminesi e forse bastarda, vissuta prima della figliuola di

(1 ) Purgat., XVI, 136-140.
(2) Gaia da Camino, in Arch. stor. italiano, serie 5a, voi. IX (1892), p. 286.
(3) Dante ne’ tempi di Dante, Bologna, 1888, pp. 322-23.

Gherardo, che realmente si diede a mala vita finché non ebbe il buono stomaco di sposarla un usuraio Negro di Padova, come ci attesta il cronista Giovanni da Non (1). Che il commentatore imolese, pregiudicato dall ’equivoca designazione del Lana, fuorviato forse anche un poco, in tempi così disposti ad arzigogolare sui nomi, da quel non comune appellativo di Gaia, e trascinato dal desiderio di dir male, specialmente delle donne, abbia confuso le brutte gesta della Gaia moglie del Negro con quelle della figliuola di Gherardo, su cui nulla di positivo sapeva, è, se mal non m’appongo, ovvia supposizione. S’è voluto vedere nell’ultimo accenno di Marco Lombardo una frecciata velenosa, di cui non son mai riuscito ad intendere l ’opportunità. Dopo aver esaltato i tre vecchi rimasti al mondo ”in rimproverio del secol selvaggio “, Marco verrebbe a scagliare un’accusa atroce contro uno di essi, nominando la degenere figlia, nata da lui. Perchè questa nota stridente? Per viemmeglio contrapporre, si disse, il piombo della generazione nuova all’oro della precedente. Ma se questo veramente avesse voluto fare il poeta (nè era quello il luogo più adatto), perchè non accennare invece ai due figli maschi di Gherardo, entrambi riprovevoli, Rizzardo e Guecellone? Il contrapposto vero e terribile al valore ed alla cortesia tradizionali nella gioiosa Marca

(1) Su queste oscura Gaia, “existentem in postribulo paduano “, vedasi il citato articolo del Rajna.

lo trovi altrove, dove forse non lo attenderesti, in bocca d’una donna che ben più di Gaia indusse a mormorazione i contemporanei, in bocca a Cunizza beatificata nel cielo di Venere. Cunizza fa un tristissimo quadro della Marca e fra le scelleragini che vi segnala nota anche l’assassinio a cui va incontro per la sua prepotenza il superbo Rizzardo da Camino (Parad., IX, 49 a 51):

E dove Sile e Cagnan s’accompagna
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.

E subito dopo, accennando alla dìffalta del fedifrago vescovo Alessandro Novello, Cunizza gli infligge una formidabile scudisciata quando lo designa come prete cortese, ed ironicamente tocca dei suoi doni: cortesie e doni tanto diversi dall’antica munifica liberalità usata nella regione. Questo è davvero il rovescio della medaglia dei tempi rappresentati dai tre buoni vecchi, non la povera Gaia. La quale non è punto vero, come fu pure asserito (1), che debba essere degenere perchè è “ dottrina professata dal poeta “ che “ rade volte risurge per li rami l ’umana probitate “ . L ’Alighieri constata talora questo fatto, ma è ben lungi dalfarne una regola, anzi se ne meraviglia

(1) C. B e c c a r ia , Luoghi difficili o controversi della Div. Commedia., Savona, 1889, p. 144.

e si fa altrove spiegare, da Carlo Martello, perchè avvenga il fenomeno strano e non naturale, che esca qualche volta di dolce seme amaro (Parad. VIIIi, 93 sgg.). Se, dunque, la colpevolezza di Gaia non è appoggiata da nessun documento e da nessuna inoppugnabile ragione storica, non v ’ha motivo plausibile che induca a ricavarla dal contesto dei versi danteschi, che possono esser tratti senza sforzo alcuno a diversa sentenza.
Albino Zenatti, commentando in Orsanmichele il Canto X V I del Purgatorio, espose un’ idea che ora è dal Marchesan gagliardamente rincalzata. Dante avrebbe designato il padre per via della figlia, non già con lo scopo di infamare costei, ma perchè non voleva indicare il soprannome (che vale per lui il cognome; cfr. Parad., XV, 138) dei Da Camino, bruttato dall’avarizia e dalla superbia di Rizzardo; ed anzi il ricordo molesto indurrebbe Marco Lombardo a troncare così di botto la conversazione, per non ricadere nel peccato dell’ ira di cui si purga tra la caligine acre del fumo. Gaia sarebbe nominata ad onore, come Alagia dei Fieschi e Nella dei Donati. Ingegnosa interpretazione senza dubbio, che può colpire nel segno, ma alla quale non è difficile il muovere qualche ragionevole obiezione. Dato che soprannome valga anche nel luogo disputato cognome, Marco verrebbe a dire di Gherardo: “per chiamarlo buono, io non so ricordartelo per altro casato degno di lui, se non per quello della figlia Gaia (1). Ora, a farlo a posta, il casato di Gaia fu per l ’appunto Da Camino, giacché, come notammo, ai cosi detti Caminesi di sotto apparteneva suo marito Tolberto; quindi lo scopo della circonlocuzione non sarebbe raggiunto. Il soprannome di Gaia non sarebbe altro, ma il medesimo che aveva Gherardo. Inoltre, dicendo Marco che non conosce Gherardo per l’a l t r o soprannome, vuole la logica che ormai con un soprannome egli lo abbia indicato, nel qual caso, la voce

(1) Marchesan, Op cit., pp. 103-104. Cfr. p. 115.

soprannome deve equivalere ad epiteto, perchè prima il personaggio fu solo designato come il buon Gherardo. È ben vero che questo è contrario all’uso dantesco nell’unico luogo della Commedia ove il vocabolo ancora ci si presenta; ma è altresi vero che si tratta di un termine molto vago e che nel primo periodo della lingua nostra fu adoperato in più sensi. Se in questo nostro caso soprannome vale predicato, deve pure essere predicato ciò che il Lombardo vorrebbe fosse tolto alla figlia Gaia. Quale attributo sarà dunque? Non certo disonorevole, per le ragioni discorse e perchè non deve cozzare con quello di buono prima assegnato al Caminese. Pochi anni sono, un magistrato trevisano, che occupa nobilmente i pochi suoi ozi nella ricerca storica intorno ai fatti della sua patria (1) avendo rinvenuto nell’archivio notarile di Treviso un documento in cui Gaia è detta Gaya Soprana de Camino, suppose che a Dante non fosse ignoto quel secondo nome dato nel rogito alla contessa, e che quindi con la circonlocuzione di Marco il poeta venisse a chiamare Gherardo, oltreché buono, anche sovrano. L ’ipotesi potrebbe quadrare se il secondo nome di soprana ricorresse abitualmente nei documenti; ma la raccolta del Marchesan ci dimostra che ciò non avviene e che l ’atto notarile fatto conoscere dal Biscaro è un’eccezione. Di solito la contessa caminese è indicata senz’altro col nome di Gaia. Ma pur concedendo, e volentieri lo concedo, che l’Alighieri non sapesse punto esser quel nome (latinamente Caia) una specie d’anagramma di Aica (2), non è forse vero che Gaia molto si presta a foggiarne un soprannome? È questo uno di quei nomi significativi di donna che occorrono cosi di frequente presso i poeti dello stil nuovo e la cui singolare ricorrenza fece pensare al sempre rimpianto Bartoli ch’essi avessero quasi il valore di quei senhals, con che i trovatori di Provenza artificiosamente celavano i nomi veri delle donne da loro amate in rima. E Dante aveva un gran gusto, da uomo medievale che era, d’arzigogolare sui nomi, come tutti sanno, e sui nomi di donna in ispecie. Quindi io non vedrei proprio difficoltà alcuna ad ammettere che abbia colpito nel vero il

(1) Gerolamo Biscaro , Dante e Gaia da Camino, nella Gazzetta di Treviso, an. XV (1878), n. 282
(2) Vedi Rajna, Àrch. cit, pp. 291 e sgg.

march. Domingo Fransoni, il quale levatosi fra i primi a difendere l ’onore di Gaia (1), sostenne che il secondo soprannome appropriato dal Lombardo al vecchio Caminese fosse quello di gaio; opinione alla quale, senza sapere di chi lo avea preceduto, mostrò di propendere anche il mio carissimo Novati (2).

(1) Lo scritto del Fransoni, rimasto generalmente ignoto a chi si occupò della questione nostra, è nel volume de’ suoi Studi vari sulla Div. Commedia, Firenze, 1887. Io pure lo avrei ignorato se non era il rinvio del prezioso catalogo americano del Koch e poi il resoconto che ne diede il Marchesan , pp. 105 e sgg.
(2) Giornale storico della letteratura italiana, X X X III, 432.

E si noti che la parola gaio ha nel linguaggio nostro antico una estensione di significato ben maggiore che nel moderno, forse per influenza di quella specie di camaleonte degli epiteti che fu il gay di lingua d’oc. Dal più comune senso di lieto, che è dantesco nel Parad. XV, 60 e XXVI, 102, si giunge a piacevole, a gentile, a nobilmente giocondo. Quest’ultimo significato è forse nel luogo nostro il più acconcio. E’ mestieri, infatti, tener fermo anzi tutto un principio, a parer mio, sicuro: Dante nel X V I del Purgatorio, deplorando la decadenza del valore e della cortesia, dicendo l’età sua divenuta selvaggia, non intende alludere propriamente ad una degenerazione etica, come non ha punto valore ristrettamente etico l’epiteto buono che accompagna il nome di Gherardo da Camino. Buono per Dante ha senso ben più largo che buono per noi; tanto è vero che egli chiama buono, nè certo per ironia, il Barbarossa nel Purg., XVIII, 119 (1). Rispetto al costume non fu buono Gherardo, del cui libertinaggio abbiamo indizi sicurissimi, certo non ignoti al poeta, che potè verificarli coi propri occhi a Treviso, quando vi andò (2), e Gherardo era vecchio e Rizzardo ormai camminava con la testa alta. Qualunque portata abbia la digressione dottrinale, di carattere psicologico e politico, che occupa tanta parte del Purgatorio X V I (3), è indubitabile che la bontà di Gherardo, come quella dei due vecchi suoi compagni, è bontà cavalleresca, è curialitas. Fu già da parecchi osservato che Dante fa qui parlare un uomo eli corte, vale a dire uno di quei curiosi tipi, in cui il poeta sentiva qualcosa di sè medesimo, costretto per tanti anni a salire le altrui scale, uno di quei tipi che a seconda delle loro qualità personali potevano elevarsi dal basso mestiere del buffone all’altissimo del diplomatico; ma che tuttavia vivevano della magnanimità dei signori e dovevano quindi tenerla in altissimo conto, non meno di quel che

(1) Cfr. il volume Con Dante e per Dante, Milano, 1899, p p . 82-83.
(2 ) Bassermaxn. Orme, trad. Gorra, pp. 437 e 447; Zingarelli, Dante, p. 204.
(3 ) Sul valore di questa digressione, vedasi l’opuscolo di M. Losacco , Nel terzo cerchio del Purgatorio, Torino, 1900.

facessero i poeti girovaghi di Provenza (1). La perfetta curialitas equivaleva alla perfetta nobiltà, che secondo Egidio Romano (il cui De regimine principum non fu ignoto all’Alighieri) consisteva in quattro virtù: la magnanimità, la magnificenza, l’ ingegnosa dolcezza, l’affabilità (2 ). Della nobiltà l ’Alighieri parla a lungo, con molte e sottili distinzioni scolastiche nel trattato IV del Convivio, ed ivi cerca l ’accordo fra la nobiltà del sangue e quella dell’animo. Ora è cosa notevolissima che in quel trattato appunto, nel cap. 14, egli invoca l ’esempio di Gherardo, siccome quello d’uomo senza possibilità di contestazione nobilissimo: “ Pognamo che Gherardo da Camino fosse stato nepote del più vile villano che mai bevesse dal Sile o dal Cagnano, e la obblivione ancora non fosse del suo avolo venuta, chi sarà uso di dire che Gherardo da Camino fosse vile uomo? e chi non parlerà meco, dicendo quello essere stato nobile? Certo nullo, quanto vuole sia presuntuoso, perocché egli fu, e fia sempre la sua memoria “. E però a buon diritto Benvenuto cosi intende l’epiteto buono! “ Hic fuit vir totus benignus, humanus,

(1) Vedi specialmente la felice indagine di F. Colagrosso , Gli uomini di corte nella Div. Commedia, ove sulla cortesia del buon Gherardo sono osservazioni degne di nota. Studi di letteratura italiana, II, 51-55.
(2) Sull”evoluzione del concetto di nobiltà nei tempi di Dante si leggano le belle pagine di K. Vossler nel suo libretto or ora uscito in luce, Die philosophischen Grundlagen zum, Heidelberg. 1904, pp. 24 e sgg. Sulla parte che aveva l’amore in questo concetto della nobiltà cortese, vedasi Novati nel vol. Arte, scienza e fede ai giorni di Dante, Milano, 1901, pp. 259 e sgg.

curialis, liberalis et amicus bonorum: ideo antonomastice dictus est bonus “. Le qualità cavalleresche sopra indicate il poeta riconosceva tutte nel degno signore trevisano, al cui palagio si recava ancora per antica simpatia, sebbene a motivo della vecchiaia non andasse più altrove, maestro Ferrarino, il gran conoscitore della poesia trobadorica; e Gherardo ed i figliuoli suoi (fra cui Gaia) “ li fasian grand honor e’ l vesian voluntera e molt l ’aqulian ben e li donavan voluntera “ (1). Ma a differenza dagli altri due vecchioni una prerogativa avea il Caminese che agli altri non era propria, la gaiezza, la giocondità. E per dir questo il poeta ricorre allo spediente ingegnoso di far rammentare la sua figliuola, la quale Gaia appunto chiamavasi, ed incline com’era (non meno del

(1) Su Ferrarino e sul suo famoso florilegio, recentemente edito, cfr. G. Bertoni nel Giorn. stor. della lett. italiana, XLII, 378 sgg. Vedi Casini, I trovatori nella Marca Trevigiana, in Propugnatore del 1885.

padre) alle “delettazioni amorose”, chissà non rispondesse a ciò che un giullare del tempo scrisse delle concittadine di lei:

De le donne da Treviso:
queste son cavalcaresche;
sempre con allegro viso,
tutte quante zentilesehe:
dei bei balli e delle tresche hanno
ben de saver fare,
e poi san ben solazare
con ognun gentil barone (1).

Gaiezza e giocondità codeste, che erano in piena relazione con la vita tradizionale nella Marca, tanto conforme ai gusti degli uomini di corte. Cosa notissima è infatti che segnatamente nel sec. XIII fu Treviso ricetto di bella e fresca coltura, teatro di feste amorose, di giostre, di tornei. Non è certo d’uopo di rammentare ai lettori colti la festa del castello d’amore, bizzarra, elegante, fastosa, di cui ci serba memoria il cronista Rolandino (2).

Noi troviamo Trevigi nel cammino,
che di chiare fontane tutta ride,
e del piacer d’amor che quivi è fino,
scrive l’autore del Dittamondo (III, 2).

Là sulle rive del limpido Sile parve che rivivessero in una primavera italica le tradizioni cavalleresche d’oltralpe, e insieme al canto dei trovatori echeggiarono le leggende classiche e carolingie nella “jojose marche del cortois trivixan”. Questo verso appartiene al poema franco-veneto della Entrée de Spagne, al quale poema, ed all’arguto lai d’Aristote, che è una specie d’apoteosi della potenza d’amore, pare certo s’ inspirasse un pittore

(1) Versi editi da T. Casini nel Propugnatore del 1882 e rammentati, nel libro sull’università, dal Marchesan e poi anche dallo Zenatti.
(2) Per questo e per altri particolari della vita nella Marca, vedansi i capitoli III e IV della citata opera del Marchesan, L ’università di Treviso.

venerando in certi suoi freschi preziosi della fine del dugento o del principio del trecento, che, scoperti in una casa privata di Treviso, furono nel 1902 allogati nel museo di quella città dal dotto e benemerito cittadino che risponde al nome di Luigi Bailo (1). Quelli affreschi, e gli altri ugualmente antichi di cui si conservano i resti nella loggia de’ cavalieri, ove i nobili si accoglievano a sollazzo, ammirandovi ritratte le leggende di Troia, stanno a dimostrarci che nella terra de’ Caminesi tutte le arti si davano la mano per render gioconda e raffinata la vita.

(1) Su quelli affreschi veramente notevolissimi abbiamo sinora solo una relazione del Bailo stesso e la nota di V. Crescini negli Alti dell’istituto veneto, voi. LXII. P. II, pp. 267 e sgg.

***
E ora ammainiamo le vele. Che Marco Lombardo, trattato male, a quanto sembra da Rizzardo da Camino, abbia potuto riguardare come una tentazione la dimanda di Dante rispetto al buon Gherardo, e non abbia voluto, per non abbandonarsi all’ ira, biasimare nei figli di lui la natura parca che altrove (Parad., VIII, 82) Carlo Martello lamenterà discesa in Roberto Angioino, il re da sermone, non è improbabile. Di ben altro che d’avarizia era tacciabile Rizzardo, ed il poeta infligge a lui la condanna in luogo più acconcio, e per altra bocca. L ’ intemerato e sdegnoso uomo di corte, invece, che deplora la degenerazione penetrata nei nobili della Marca, integra con la sua seconda designazione la prima. Gherardo non ha soltanto in sè tutte le doti della curialitas, per cui fu detto antonomasticamente buono; gli si può appropriare un altro soprannome, togliendolo da sua figlia Gaia, ed allora egli apparirà qual’è, non solamente generoso, liberale, arrendevole, affabile, ma anche giocondo, della bella ed artistica giocondità della sua patria. Nessun dato serio di fatto ci consente di credere che la gaiezza di Gaia (seppure ella fu gaia non solamente nel nome) abbia oltrepassato i limiti dell’onestà: tutti i documenti cospirano a farcela invece ritenere figliuola amorosa, moglie esemplare, madre teneramente amata; la cruda attestazione dell’Imolese più che con l ’esagerato desiderio di contar fatterelli piccanti, di cui Benvenuto fu ghiottissimo, più che ad una amplificazione maligna del nome della gentil donna e della chiosa del Laneo, è forse dovuta ad un equivoco. Ma se anche qualcosa di vero vi fosse nella imputazione di “ tota amorosa “ inflitta a Gaia; se anche, nella giovinezza, i suoi costumi fossero stati alquanto leggieri, come certamente furono quelli del padre e quelli dei fratelli, non è il caso di credere che a ciò volesse accennare il poeta divino. Molto indulgente ei fu sempre ai peccati d’amore, massime in donna nobile e per altri rispetti stimabile. L ‘altro requisito, che meglio serviva a caratterizzare Gherardo, era la giocondità. Nessun soprannome onorevole poteva venirgli da una figlia scostumata; ed il cognome della figlia era, in questo caso, quello del padre, sicché chi avesse ignorato l ’uno non poteva ricever lume dall’altro.

Nota aggiunta. — Nel Fanfulla della Domenica, 24 gennaio 1904. L ’opinione qui sostenuta, che Dante non volesse punto infamare Gaia, fu, dopo quest’articolo mio. Patrocinata da L . Bailo nel Nuovo Archivio veneto, N. S., VII, P. II, pp. 433-38; da Luigi Coletti nello scritto Gaia e Rizzardo da Camino, Treviso, Zoppelli, 1904; da G. B . Picotti in un articolo su Gaia da Camino che si legge nel Giornale Dantesco, an. X II, quad 6°, e quindi nel volume I Caminesi e la loro signoria in Treviso, Livorno, Giusti, 1905; da Mario Cevolotto , Dante e la Marca trevigiana, Treviso, tip. Turazza, 1906; da F. Torraca in entrambe le edizioni del suo ottimo commento al poema dantesco; da A. Medin nella Rass. bibl. della Ietterat. italiana, X III, 210-11. Invece ritornò all’antica credenza che Dante nominasse Gaia a vitupero Pio Rajna nel Bullett. Della Società Dantesca italiana, N. S., XI, 349 sgg.
Egli non mi ha persuaso: ma d’un particolare di fatto conviene tener conto: che la sgualdrina caminese menzionata da Giovanni da Non non si chiamava Gaia (vedi le pp. 355-56 del Rajna). Ed un secondo particolare di fatto voglio richiamare. Secondo una dimostrazione inoppugnabile di M. Barbi nel citato Bullett., N. S., XV, 213 sgg., il commento del cosidetto Talice da Ricoldone, che io fui il primo a studiare, mostrandone l’affinità con quello di Benvenuto, non è sostanzialmente altro che l’esposizione del poema fatta a Bologna da Benvenuto medesimo.

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28 Dic 2014

POESIE di Paolo Renier

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MOMENTI
Deponi l’ansia lungo il sentiero; /all’arrivo nessuno vorrà la tua merce, /e ti roderai per l’inutile peso. /Ascolta invece gli amici che parlano, /i canti sottili della natura. /Se sai scegliere, /il tempo offre a ciascuno bagliori di breve durata, /momenti di sosta /che rendono più intenso il verde dei prati. /Camminerai nel futuro, /ed il sentiero si aprirà verso luci diverse.

AUTUNNO
Fiamme di larici /gridano alla vita che fugge. /La roccia segue altro ritmo, /si arrossa al tramonto /ma vive nel Cenozoico. /Sera, silenzio. /Quale cielo, amore, ci attende domani?

LE COSE
Non guardare le cose con animo distratto, /ci accompagnano modeste nel viaggio. /Il libro, il tavolo, /il quadro che abbiamo vicino quando scriviamo … /non hanno vita, ma noi gliela diamo, /e con noi dividono il calore di un giorno d’autunno. /Forse saranno le sole a soffrire la nostra mancanza.

LUOGO SENZA TEMPO
Sembrava un orto ben recintato; /vi entrai per vedere meglio la valle, /si vedevano i monti, invece, /ed il cielo, tutto il cielo. /A ridosso del muro cadente /qualche umile pietra. /Il tempo era come sospeso; /aleggiava una pienezza raggiunta, serena. /non avevano da scontare altre pene, /le anime /del vecchio camposanto abbandonato.

RITORNO
Dalla tua coppa di verde e di sole /concedi, o vallata, /una stilla di sogno. /La porterò in omaggio a Nettuno /sulla sponda, brumosa, /del mare.

MARIA
Negli occhi tuoi profondi /mi parla, lieto, amore, /e nulla di più dolce /mi illumina la vita.

ANDARE
Libero come la luce del mattino /è il mio camminare sul sentiero deserto. /Leggeri, i miei pensieri, /che la mutevole luce tra i rami /rivolge a forme diverse. /Leggere, le membra seguono il facile ritmo. /Andare, andare più avanti, /non importa dove salga il sentiero. /Vedere, sentire le nubi, il vento, le cime. /Scordare ogni esperienza di ieri, /e, se il sentiero biforca, /lasciare che il caso decida. /Basta che i pini ripetano il lento sussurro, /come risacca di un mare lontano. /Dolce camminare senza meta, /guidato solo da immagini azzurre.

NOTTE FRA I MONTI
Il silenzio è sceso dai monti. /La neve si spezza, /cerchiamo nel bosco la traccia più soffice e scura. /Una luce arde nel cielo, non per noi; /per noi nulla è rimasto del caldo meriggio. /Siamo estranei alla gelida notte del bosco. /Stanotte le cime si parleranno, senza la luna, /ed i pini già intrecciano i rami, pronti alla danza. /Anche il ruscello è ammutolito: /i Fanes suoneranno le trombe d’argento, /annunciando la pace nel mondo. /Tutto può accadere. /Il gelo purifica le forme, i pensieri; /allontaniamoci piano. /Siamo estranei alla notte fra i monti.

FIORE DELLE LAGUNE
Un fiore sbocciò fra le pietre, /e le pietre si eressero ad arco nel cielo delle Lagune. /Si illuminarono le acque all’intorno, /e genti industriose accorsero a rinnovare /schiere di archi fioriti, /di bianche dimore sull’acqua.

NEVAIO
Sotto la parete amica, /racchiuso in breve conca, /appari improvviso, piccolo nevaio, /e gradito, /dopo l’aspro cammino. /Fluisce in lente gocce, /e si consuma /verso il lontano torrente, /la residua tua vita. /Raggiungerai l’autunno? /Non soffice, né candido, /ma tenace, /hai la mia simpatia. /Resisti. /Ti ritrovi, silenziosa, la prima neve. /Da te si riformi, perenne, /il forte ghiacciaio, /modellatore di valli. /Non ti calpesterò, proseguendo. /Ravviso anche in te /un’ansia d’eterno.

SERATE D’INVERNO
Nell’ampio camino luce e calore si fondono, /e traboccano quietamente all’intorno, /sui ceppi di faggio, sui volti, /sui rami dai cupi riflessi. /Poche le fiamme, ma intense, /e rivelano un’anima azzurra. /La brace consuma il cuore tenace del bosco: anni di sole riaffiorano in rapidi lampi, /e si perdono in ombre oscillanti sui muri /sulla madia, che ne segue il ritmo incostante. /Profumo di cose che hanno sostanza. /Poche le frasi. /Si gusta il rito antico del fuoco, /del vino, che risponde con rossi bagliori. /Lunghe serate d’inverno in montagna.

VOCE CHE NON UDII
Ho nostalgia /di una voce che non colsi nelle gemme più alte. /Ora un timbro monotono /si diffonde sulla pianura, che sfuma incoerente /fra cose non fatte e boschi incolti.

TRAMONTO
Vedo il cielo attraverso l’amore, /vedo l’amore attraverso i tuoi occhi. /Guardiamo insieme /il sole, il tramonto, la sera, /soffriamo insieme quest’attimo.

PENSIERI
Ritornano. /Come folate di freddo vento marino, /ritornano, i miei pensieri. /Lasciatemi. /Non ponetemi problemi irrisolti, /domande cui nessuno rispose. /Lasciatemi all’oblio, lasciatemi.

IL GRANDE NEMICO
Liberami dal Tempo.. /Solo tu, Amore, mi puoi liberare dal grande nemico, /che sorge da abissi profondi, /si avventa sull’uomo, sul fiore, sul muschio innocente, /soffia sul destino di tutti, dissecca le linfe vitali. /Nessuno lo vide; forse noi stessi lo abbiamo creato, /ponendo le cose in ordine vario. /Solo tu, con mano leggera, puoi fermare l’andare, /tu che conosci la fonte segreta alla quale si abbevera, /l’irreversibile. /Distogli dal vento fatale almeno la mia piccola vela. /Confondi con magiche arti il battito triste di Crono, /tu che unisci, mentre egli disgrega. /Dolce alleato, solo tu mi puoi liberare dal grande nemico.

TORRENTE
Ti hanno incatenato, torrente, /fra dighe di cemento. /Più non scrosci fra sassi e tronchi divelti, /più la tua rabbia schiumante /non erode la terra inerte. /Distruggevi e creavi gli strati. /Ora, cascatelle ordinate ritmano la tua caduta. /Serba il tuo ardore, /Torrente, /i cieli ti richiameranno /per modellare /una nuova era.

INIZIO
Acqua di sempre. /Eruppero le forze della molecola nuova, /e fu festa nel cosmo. /Brillò la prima goccia, insinuando fremiti nuovi nati nei cieli, /nelle faglie nascoste dei monti, nei cristalli ordinati. /Avida, la roccia bevve il mite ruscello, /e vibrarono le fibre compatte, all’interno. /Detriti, sabbie, umida terra, /e un fenomeno strano: la vita. /Un fremito intenso, una rapida gioia, /poi, inattesa, la morte, la fine di un dono. /Ma forse fu l’acqua il vero dono divino: /l’acqua di sempre.

ALBA NEL BOSCO
Verde freddo, /luce grigia su verde scuro, /erba, rugiada che non brilla; /sotto i pini, /residua ombra notturna. /Tronchi umidi, neri, /altissimi, senza scopo. /Intrico di nude cortecce innanzi a me, /Masse di umido attorno a me, /bosco ostile e ruvido, verde pungente. /Solo gli aghi di pino rosseggiano, /sul sentiero. /Tutto è pregno di oscurità, /di gocce instabili /su foglie immote. /Assenza completa di suoni. /Disordine, /disordine verde. /Colore, colore, /tutto è colore, /intrecciato, macerato, bagnato. /Grigi piani contorti /incrociano rette a spirale umida /in punti /resi filiformi come alabarde di velluto. /Più tardi pioverà.

COLORE DEL MARE
Nessuno può mai riprodurre /la vita che emana dal colore del mare. /Scende dal cielo profondo, /e la notte è il suo regno; /pure, ricava dal sole /stille di fuoco cangiante. /Riempi col tuo respiro, colore del mare, /la mia città, che ti attende nei mille canali. /Questo ti chiedo, /inafferrabile genio, /perché è di colore /che essa nutre i suoi marmi. /L’amplesso divino /riprodurrà le liquide pietre, /e leggerò nelle onde /l’infanzia dei legni operosi.

CORSO DEL POPOLO
Giallo, rosso, verde: via! /La muta si scatena, i carburatori ruggono a gara. /Già uno sopravanza: dove corre? /Al prossimo incrocio /si fermerà ancora, stridendo. /Cupe pareti dalle mille finestre /incombono sulla triste valle; /sul fondo scorre /un torrente /di macchine rotolanti: /forse dentro c’è un uomo. /Giallo, rosso, verde: via! /Rosso: un pedone /striscia in fretta davanti ai musi fumanti; /come osa /far attendere i nobili cavalli? /Giallo, rosso, verde: via! /Giallo, rosso, verde: via! /Scorre monotono il traffico nel Corso. /Così scorre la vita, /se manca l’amore. /Giallo, rosso, verde: via! /Come prima? /No, un attimo è passato, /per sempre.

VECCHIE PIETRE DI DALMAZIA
Odo sul mare voci sommesse, /lontane /che il fruscio della vela e dell’onda /trasforma in mitico canto. /Raccolgo nel vento un messaggio /che le vecchie pietre di Dalmazia /mi invitano a portare /alle vecchie pietre di Venezia. /Fieri leoni di Lesina, /che innumeri vedeste /flotte di Marco salpare, /saldi bastioni che dei Turchi, /a Curzola, /l’impeto infrangeste, /fedeli chiese di Perasto, /che i vessilli marciani, /irrorati di lacrime, /con amor custodiste, /archi gentili /che ovunque alto tenete /il fiore sbocciato /sulle venete lagune, /consunte lapidi di Arbe, /rozzi stemmi di antiche casate, /che, a chi comprende, /ancor forte parlate, /chiese romaniche di Lissa, /che nei dalmatici rosoni /il sigillo /delle più nobili civiltà custodite, /vecchie pietre /intrise di secoli e di mare, /che della Serenissima /dite, cantate forte nel vento /il vostro messaggio /alle pietre di Venezia: /”Risorgete sorelle, /diffondete ancor /sul vostro mare /forme d’arte e di vita. /rinnovate sulla Laguna /il volto della madre nostra, /Venezia, che mai conoscemmo. /Ancor sulle Lagune /s’erga d’Istria la pietra, /ancor dalla dalmatica roccia /si plasmi un nuovo fiore. /Non lasciate si spenga nell’oblio /il veneto e romano spirto /che ci creò. /Se la velma v’insidia /siam pronte a rinnovar /solide fondamenta, /ancor solidi archi, /c’è pietra ancor /che, informe, qui attende. /Unite siamo dallo stesso mare, /unite siamo nella stessa sorte, /unite siamo nella feconda pace”. /Questo è il messaggio /che a Venezia riporterò, fratelli, /dalle vecchie, ma forti, /pietre di Dalmazia.

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28 Dic 2014

IL CORPUS DOMINI OTTAVARIO EVANGELICO DI GIOVANNI RENIER

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IL CORPUS DOMINI OTTAVARIO EVANGELICO
NELLA CHIESA DI S. LORENZO MARTIRE DI MESTRE
DELL’INSIGNE ORATORE D. GIOVANNI RENIER
CAPPELLANO D’ONORE DEL S.A.I. ORDINE COSTANTINIANO DI S. GIORGIO DI PARMA
ARCIPRETE DELLA MEDESIMA

CANZONE

Curvo sul dorso, e delle man convulse
Schermo facendo alle vitree pupille
Indarno disiose
Del ristoro di poche umide stille,
Di sè profondamente vergognando,
Nonché d’altrui, dall’ Eden fortunato
Uscìa l’Uom primo. Il brando
Della Giustizia ultrice
Guizzavagli da tergo, e l’alma rea
Il ricordarsi del tempo felice
D’ un’angoscia ineffabile stringea

O da plastiche dita
Creta informata, in tanta
Abbiezìon chi mai, chi mai porrìa
Raffigurarti più? La Fronte ardita,
Del Creator immagine sublime,
Perchè non ergi? Il guardo,
Al cui balen parve gioir la terra
Salutandoti re, perchè nascondi?
Ti turbi, e ti confondi!..
Che fatal cangiamento, ahimè, fu scritto
Nei decreti di Dio pel tuo delitto!

Non più dunque agli orecchi
Ti suonerà soave
Dell’ Eterno la voce? e non potranno
Più gli occhi tuoi, senza morir, la luce
Fissar del Creator? dunque dovranno
Brutti della tua colpa i tardi figli
Di riunirsi a Lui disperar sempre?
Chè incompatibil tempre
Han spirto e limo, eternitade e morte;
Nè virtute all’errore,
Nè il vero al sogno unqua si feo consorte.

Ma quel Dio che, infiammato
Dell’amore di sè, spirando un soffio
Te pur volea beato,
Fia che lasciarti possa
In eterno abbandono? Unico frutto
Saran della bell’opra il pianto, i1 lutto,
E, fin tremendo! la funerea fossa?
Nè fia che per vicenda,
D’ anni e d’ espiazion 1′amor ti renda?…

Miser chi ‘l dubitò! — Speme era questa
De’ prischi padri, ed era
Del lor lungo aspettar sola il conforto.
Vide l’età primiera
All’ ara offrirsi vittime cruente;
Ma in quegli emblemi ha scorto
Il sangue di quel puro agno innocente.
Che a salvezza, del mondo
Portar dovea de! suoi misfatti il pondo.

Grazie o somma, infinita
Di Dio Misericordia! Oh grazie, immensa
Degnazion del Figliuol – Dio! Vestisti,
A Giustizia infinita ostia sol pari,
Queste misere spoglie;
E ‘l gran riscatto col morir compisti.
Ed or sui sacri altari
Del pan, del vin sotto la specie augusta
L’ alto olocausto rinnovarsi vede
(Della ragion angusta
Secura più) l’occhi – velata Fede.

Salve, o mensa degli Angeli! Io m’assido,
E l’uomo antico io sento
In me cangiarsi. Il labbro all’ incruento
Cibo ecco appresso, e oh qual m’accende amore
Che ogni terreno affetto,
Come la nebbia il Sol, sgombra dal core!
O miracol gentil! sento commosso
Che, sua mercede, io posso
Farmi d’ immondo insetto
Al gran Verbo di Dio degno ricetto.

E oh venga il di (nè lunge
Esser dovrìa) che a questa mensa assisi
Dall’ Ocean deserto
Anco gli estremi popoli divisi
Bèano al sol nappo salutare! O sparsi
Tardi nepoti di Noè, cui legge
Di vario culto regge,
Deh non siate più sordi al dolce invito,
Unica sia la fede, uno il convito!

Su questa mensa 1′ Odio ed il Furore
Spegnan le torbe faci!
Sol di fraterno amore
Ardan le vampe, e in fra i concordi baci
Abbia l’umana stirpe unico un nome!
E il serto, che le chiome
Cinge a’ monarchi, e il pastoral vincastro
Si pareggin, siccome
Ogni pianta che il suolo ampio produce
Ugual virtù ritrae dal maggior astro,
Ove ne bea la luce:
Chè, se han vita e color, debbono ad esso
L’ umile issopo e il secolar cipresso. —

Queste, che in tenui modi
Voci sposai su mal temprata lira.
Queste, Renier, tu snodi
Dalla lingua che solo in Dìo s’inspira.
Me felice, se dato
Fia del mìo canto allo sfuggevol eco
Ripetere alle genti
Un solo almen de’ tuoi sublimi accenti!

In Venezia
Dalla tipografia di G.B. Merlo
1843

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23 Dic 2014

un caro ricordo di Paolo Renier che ci ha appena lasciati: condoglianze alla sua Famiglia

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paolo renier venezia

Dopo una vita lunga e laboriosa ci ha lasciati ed è tornato alla Casa del Padre Paolo Renier, N. H., Ingegnere, già dirigente Telefonia, Scrittore (Autore di numerose pubblicazioni, tra cui Il Doge Paolo Renier e la Venezia del ’700; Lepanto; La Famiglia Renier; Corti sconte; Senza tempo; La vita dei Patrizi veneziani; Le relazioni tra Venezia e la Valle di Ledro; Rialto; Testimonianze sul trasporto delle navi da Venezia al Garda nel 1439).

(4/12/1921-19/12/2014); ottimo sposo, genitore, nonno, bisnonno.
Una preghiera, un ricordo.
Il figlio Alessandro.

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21 Dic 2014

nel ricordo di Matteo Persico pronipote del doge Paolo Renier

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da Menzioni onorifiche dei defunti ossia raccolta di lapidi, necrologie, poesie …nell’anno 1872, per cura di Gio. Batt. Contarini

È pur lagrimevole la sorte di chi, mosso con allegra compagnia per un lontano viaggio, vede lungo il cammino restarsi addietro tratto tratto un amato compagno, ed altro conforto non gli rimane fuor che ripetere anche una volta il caro nome, e spargere di mesto ghirlande il sito, dove gli è forza abbandonarlo. Cosi di me! — A quanti amici sopravvivo! Quante croci nel mio cuore! Ed oggi ancora al pietoso numero un altro ne debbo aggiungere, quello di un amico, provato da quarantanni, del Conte Matteo Persico.
Nato da patrizia famiglia veneta, nel 1815, crebbe il beniamino de’ suoi genitori, e giovanissimo impalmò la contessa Sofia Papadopoli, che nel farlo lieto di un terzo figliuoIo, gli fu da crudel morte rapita. Dappoi, ridonando agli orfanelli l’ affetto e le cure dell’ottima perduta, elesse a compagna sua la giovanetta Marina dei Conti Albrizzi. e d’allora tutta la vita di lui poté dirsi rallegrata dal cuore, dall’ ingegno, dall’ affezione della sua donna bellissima e gentile. — Felicissimo di quattro leggiadre ed amorose figliuole, non si separò mai da loro, se non quando, padre avventuroso, ben tre ne affidava a degni mariti, dei quali esse sono giustamente l’amore e l’ orgoglio. Un figlio gli rimase del primo letto, il Conte Fausto, ed in quest’ ottimo egli trovò sempre corrispondenza di sentimenti ed animo affettuoso e devoto. –= Ebbe Matteo Persico presenza eletta e simpatica, modi squisiti e piacevoli, ed in ogni occasione fu raro esempio a provare come nobiltà obblighi. Tutto per la famiglia, vi apparve modello di domestiche virtù; in società poi onesto ed eccellenle cittadino, non conobbe altra ambizione, che quella di non badare a sagrificio pur di giovare alla patria. Per natura e per cuore veramente buono, esercitò la carità come un dovere; il perché il suo feretro fu bagnato da lagrime sincere, e benedetto dalla gratitudine di molti. Fra i più santi affetti della sua vita mantenne quello dell’unica sorella, la contessa Loredana Nievo. Somiglianza di età; eguale mitezza d’animo; lunga consuetudine aveano cresciuto il loro amore, cementato poi da quella inclemenza di sventura, nella quale il buon fratello fu alla sua adorata martire continuo sostegno e consolazione. Perciò le due famiglie congiunte, più che da parentela, da una comunanza di gioie e di dolori, ed appunto in questi giorni di feste per Vicenza, egli al solito veniva con la famiglia, ospite desideratissimo della sorella; quando un insidioso morbo lo incolse e si violento, che ventiquattro ore dopo giaceva cadavere. lontananza di tempo non cancellerà dell’animo mio la memoria di quell’istante, nel quale ho veduto passarmi innanzi una donna disperata, cui mano amica allora strappava da un funebre letto, che ella non aveva mai abbandonato.
La seguìtavano due figliole, strette l’una all’altra, gli occhi pieni di lagrime, e la bocca di singhiozzi e di sospiri. Una terza veniva loro presso. Poveretta! La sua mente, lucida in ogni altro argomento, una sola cosa pareva non valesse a ricordarsi, la sua sventura. Colle Sorelle si era messa ginocchioni, e baciata e ribaciate le inerti mani del padre suo: Eppure, sorta di là esclamava , come dorme tranquillo!.. Intanto dalle stanze vicine alzavasi un grido acuto, prolungato. straziante. Era la voce della sorella del morto, che pregava la conducessero ad ogni patto presso il suo caro, non già per vederlo, ella è cieca; ma almeno per assicurarsi con un bacio, se dall’ amata bocca spirasse ancora un soffio di vita. Era fatale, che alla catastrofe non potessero essere testimoni due cuori affettuosi, quello della sua Maria, maritata al Generale Mezzacapo, e del suo Fausto. Però se oltre la tomba e un senso di quanto si ha lasciato sulla terra; come il loro immenso dolore avrà consolato lo spirito di lui, che oramai sa di qual premio sia rimeritato chi visse fedele a Dio, a’ suoi fratelli, al suo paese!
Perdonate, amici, se ho rinnovellate le angustie di quei crudeli momenti; e queste parole vi suonino meno ingrate, perché escono da un cuore, che da tanti anni vi appartiene.
Vicenza, 12 Settembre 1872.
Jacopo Cabianca. (fu diramata agli amici).
Cosi pure nella Gazz. di Venezia.
La di lui salma fu trasportata nel sepolcro di sua nob. Famiglia, in S. Michiele di Murano

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14 Dic 2014

dedica a Francesco Renier (m. 4.07.1839) da parte del figlio Giovanni (poi Vescovo) sul muro della Cappella del Rosario a Castello di Godego

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Da Inscrizioni che furono e quelle che ora esistono nella villa di Godego …
Di Francesco Scipione Fapanni

A FRANCESCO RENIER VOMO DI COSTVMI ANTICHI MARITO E PADRE AMOROSO ED AMATO VISSE INTEGRO E PIO SPIRO’ NELLA PACE DEI GIVSTI I IL IV . LVGLIO MDCCCXXXIX . DI A. LXXX. M. IV . G . XXV.
Sul muro esteriore della cappella del Rosario. Mi è molto gradito di aver qui l’occasione di nominare un nativo di questa terra, celebre orator sacro e gentil poeta, il reverendis. Arciprete di Mestre D. Giovanni Cav. Renier, al cui padre spetta l’inscrizione riportata. De’ varii suoi scritti, che abbiamo alle stampe, accennerò solo per ora, come cosa dell’ argomento, una bella Epistola poetica sull’amor della patria, pubblicata per le sponsalizie Milan-Comello (Bassano, 1843.): scritta allorché venne eletto ad Arciprete di Mestre, e dovea allontanarsi dal suo Godego diletto, al quale non so se più affettuoso addio e’ potesse dare in que’ versi. Alludendo poi a questa lapide, soggiunge:

………Nell’ultimo congedo
Cercherò tra’ sepolcri una solinga
Pietra in che sculta d’un amato capo
Sta là a memoria, la memoria cara
Del padre mio, ec…………..

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13 Dic 2014

lettera di Marco Renier (assessore a Villa Santina) ad un avversario politico

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Da IL PAESE, Giornale della Democrazia Friulana, sabato 21 Dicembre 1907

Villa Santina , Polemica elettorale:
Al sig. Vittorio De Prato. Conoscendoci ormai autori degli articoli da Villa Santina; Ella di quelli sulla Patria, io di quello sul Paese sarebbe ipocrisia continuare nell’anonimo, e disdirebbe in ogni modo alla serietà di chi è animato nello scrivere non già dalla sciocca frega di fare, tra il proprio circolo, vana mostra di spirito, lanciando — tra risate e fregatine di mano — frizzi ed allusioni da dietro le quinte, e pettegolezzi; ma bensì dal desiderio vivissimo di procurare — checché si opponga — con ogni forza il raggiungimento dei bene comune. Ebbene alziamo, sig. De Prato, la visiera, scopriamo la faccia, e qui in cospetto del pubblico — dimenticando, come vorrei sempre le nostre trascurabilissime personcine — mettiamo il rapporto delle persone con la grande questione degli interessi del Comune, il solo oggetto che ha ragione di interessare, ed a cui sempre, con ogni sforzo si deve mirare.
Lasciamo l’esperienza, da Lei notata, dell’ebbro che si vede intorno. tutte faccie gialle e trasudanti fiele amaro (non dolce); non ho competenza per darle ragione o torto su questo argomento.
Lasciamo i nostri geni; il suo ch’Ella — senza esserne richiesto – pur sinceramente confessa piccolo o debole ; il mio, che non me ne sono mai attribuito né sognato di attribuire, essendomi pur sempre semplicemente accontentato e compiaciuto di soltanto spiegare l’opera mia — valga quello che vale — e tutta la mia attività pel bene del mio paese, ch’io amo ben diversamente da quello di altri che noi tutti conosciamo.
Per le elezioni amministrative del 1905 il partito democratico popolare – a cui ho l’onore di appartenere — scese in lotta con un programma di lavori e di riforme e per combattere un partito, che non aveva programma ma per fine di lotta soltanto animosità personali. Il partilo nostro, com’era naturale, dato il fine, vinse, e il programma venne poi discusso e accettato fuorché dall’attuale Sindaco, da tutti i nuovi consiglieri eletti (4 di Villa Santina e 2 di Invillino), fra i quali l’egregio suo fratello — che io e tutti del partito abbiamo imparato a conoscere e a stimare — e venne letto nella prima seduta consigliare.
Questo programma aveva per principale obbiettivo i seguenti lavori:
1. Istituzione della scuola elementare superiore.
2. Costruzione degli edifizi scolastici.
3. Costruzione di una rosta sul Tagliamento a difesa dell’abitato di Invillino.
5. Allargamento del Borgo S. Antonio.
6. Illuminazione pubblica elettrica.
7. Costruzione di un acquedotto per il capoluogo e la frazione di Invillino.
8. Costruzione della strada di accesso alla costruenda stazione ferroviaria, ecc., ecc. ,
Di questo vasto programma si ha finora — in un periodo, di soli due anni — potuto attuare :
1. L’istituzione della scuola elementare superiore.
2. Inizio della sistemazione del bosco Saletto.
3. L’Impianto dell’illuminazione pubblica elettrica (in approvazione dalla Autorità tutoria e che verrà attuato entro il prossimo Gennaio).
In via di prossima attuazione :
1. La costruzione degli edifizi scolastici (già in massima approvati) per i quali si é già, per Villa Santina, acquistato a condizioni vantaggiosissime il vasto terreno Renier e affidato ad un tecnico la compilazione dei progetti.
2. La costruzione della “rosta” in difesa dell’abitato di lnvillino, per la quale venne dato l’incarico alla Giunta di fare compilare il relativo progetto.
3. L’allargamento del Borgo S. Antonio, per la cui attuazione da oltre un anno si è in trattative col Governo e che confidasi — date le formali promesse fatte dal Ministero dei LL. PP. — verrà eseguito a tutte spese dello Stato e sperasi entro il prossimo anno finanziario.
4. La costruzione dell’acquedotto per il quale venne accettata dal Comune una favorevole offerta per lo studio del relativo progetto.
5. Costruzione della strada di accesso alla Stazione, per la cui attuazione — con il concorso dello Stato e della Provincia — ai sono iniziate le pratiche relative.
Oltre a questo la Giunta, in questo breve periodo di tempo, a tutela degli interessi del Comune, fra altro provvide ;
1. All’ubicazione della Stazione ferroviaria in località corrispondente all’interesse commerciale del paese e del suo sviluppo edilizio avvenire.
2. Che la detta Stazione non venisse — come pretendevano i Sindaci del Canale di Gorto con il loro ricorso — portata oltre il paese, e a ciò provvide con favorevole esito mediante una estesa relazione al Ministero dei LL. PP. firmata anche da tutti i Sindaci della Valle del Tagliamento.
3. Che la variante al progetto della linea ferroviaria nella località Vinadia — studiata dalla Veneta allo scopo di portare detto tratto di linea a monte della strada nazionale — non venisse approvata dal Ministero dei LL. PP. e invece mantenuto integro il primitivo tracciato.
4. Alla classificazione in 3.a categoria la sistemazione a difesa dal Rio Moja.
5. Che l’allargamento del Borgo S. Antonio venga eseguito, come di diritto, a tutte spese dello Stato.
In via di studio :
1. Per ottenere la classificazione in 3.a categoria la progettata “ rosta “ a difesa dell’abitato di Invillino.
2. L’istituzione del Patronato scolastico.
3. Il rimboschimento del bosco Saletto a spese dell’Amministrazione forestale.
4. Regolamento di polizia urbana.
5. Regolamento edilizio, ecc. ecc.
E qui termino, perchè se dovessi esporre minutamente tutto quello che la Giunta ha studiato e fatto e si propone di fare nell’interesse del nostro Comune troppo ancora dovrei dilungarmi.
Ecco quanto si è fatto finora e in così breve periodo di tempo, signor De Prato. Vede dunque com’Ella abbia scritto a casaccio quando chiamò “programma miraggio” il nostro, quando affermò che nulla s’è fatto. Affermare, sig. De Prato, cose che non rispecchiano la verità, ma che anzi la svisano, non è cosa lodevole: Ella lo vede e da giovane buono, ne doveva tener conto.
Ed ora saprebbe Lei citarci ad esempio una sola Giunta Municipale nelle condizioni della nostra — cioè che conti nel proprio partito soli 6 consiglieri su 15; che abbia a capo un sindaco (della cui opera, più unica che rara, ne riparleremo a tempo opportuno) che è di tutti i partiti, a seconda che tira il vento, e che mai ha accettato il nostro programma ; che la maggioranza dei consiglieri abbia cercato di fare andare deserte molte sedute consigliari ; con un tisico bilancio a sua disposizione ecc. ecc, — che abbia potuto in cosi breve periodo di tempo attuare e iniziare tante belle e utili cose?
Con ciò ho risposto alla sua replica, dove vedo evidente l’intenzione di colpire persone, poiché mi ripugna scendere a piccine questioni personali, dannose sempre e che il pubblico non interessa, ma invece se Ella manifesterà la sincera intenzione di cooperare pel bene del nostro comune, ecco io Le porgo la mano e sono tutto con Lei.
Lasciamo il sig. Bravedani — entrato incidentalmente nella questione — che come è vissuto finora continuerà a vivere senza bisogno di “incensi “ ; ma non mi parli dal sig. Masieri quale si dimostrò finora; e se poi questi è veramente animato di buone intenzioni ed è disposto di cooperare sinceramente pel bene comune del paese — come indica il nostro programma — allora tutti saremo lieti di applaudirlo e di averlo unito, poiché non desideriamo che una cosa ; la concordia di tutti per il bene comune.
Ed in ogni modo, il risultato delle elezioni è sopra tutti questi dibattiti, e dice quale è la volontà del paese.
M. Renier (assessore)

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08 Dic 2014

inventario relativo agli arredi del Palazzo Bembo in Venezia alla morte di Marco Bembo marito di Elena Renier

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palazzo bembo
linea marco bembo

Da palazzobembo.org

Lettura del dettagliato inventario redatto sempre dai Giudici di Petizion nel 1783 relativo agli effetti ritrovati alla morte di Marco Bembo, figlio di Francesco, sposato con Elena Renier, citata nell’atto a proposito del suo appartamento privato. Citato è pure l’appartamento della moglie Lucrezia Albrizzi sposata al figlio Francesco. Il documento, assai interessante, merita una più attenta riflessione soprattutto riguardo alla collocazione degli appartamenti nei diversi piani di palazzo.
I luoghi accuratamente descritti quanto alla presenza di porte, finestre e camini sono sicuramente attestati al terzo livello per quanto riguarda gli appartamenti di Elena e Lucrezia, mentre è dubbia la posizione del lussuoso appartamento di Marco. Certo è invece che gli appartamenti detti “Camerini” corrispondono all’ultimo livello, dove si trova anche una soffitta.
Nell’atto è citata anche una non meglio specificata “Fattoria”, che forse può essere individuata in
parte dell’ala sud, dopo la corte. E’ opportuno infine ricordare che a quest’epoca erano in vita altri
due figli maschi di Marco, Bernardin e Raimondo.
ALLEGATO 2
A.S.V, Giudici di Petizion, inventari, b. 478, 31.
E S T R A T T O :
“LDM 10 gennaio 1783 /4 Venezia
Inventario di denari, gioje, ori, argenti, mobili et altri oggetti ritrovati alla morte del N H Marco
Bembo fù di Francesco nel di lui Palazzo Dominicale di Venezia

Nella corte della entrada
Un ammasso di marmi per uso di fabricha
Entrada
Banconi n 7, altro spezzato
Armeri grandi n 3
Pontil grande, altro piccolo Scalini da barca n 2 Banchetta da appogiar li falze
Feral al capitello di S. Antonio
Altro nel entrada Detti 2 sopra le scale
Fanò grandi da gallera n 7
Verie alabarde, e schioppi Tamburi d’armada n 3
Altro banco sopra la scala prima
Detti piccoli sopra le scale n 5
Nel mezà dello sportino
… un letto, due stramazzi…
Primo Piano
Nel portico fornimento cuori d’oro a fiori
Canapè bulgaro con schenali n 8
Portiere panno n 6 in pezzi n 12 con sue buonegrazie
Quadri grandi con soaza dorata n 3
Detti simili piccoli n 2
Sopraporte con ritratti n 6 con cornici antiche
Tavolini di piera con piedi di legno n 3
Ferri per portiere n 6
Camera granda da letto della ND Lucretia Bembo
Fornimento armer giallo Lettiera a vernice, stramazzi…
Baldacchino… segue appartamento
Una specchiera granda con soaza à vernice…
Portiere grandi n 2, in pezzi 4, simili al fornimento con buone grazie simili
Coltrine alli balconi n 2 simili
Poltroncine n 4 …
Piccolo attrio seguente con fornimento giallo, ed antiporta brocadello
Al luogo della tavoletta due spechj incassati nel muro
… Spechio alla tavoletta con soaza vernice Una portiera di spechi…

Camera d’armeri al n di tre dipinti per uso d’abiti
(2 tavolini, 3 canapè) … Sopraporte n 3 con sue buonegrazie
Camera seguente da fuoco
Fornimento di tella fiorita con portiere simili n 2 in pezzi 6
Camino di piera con sopra specchiera … Un burò con specchj…
(12 careghini, tavolini 2, poltroncine, 1 piccolo scrittoretto di noce)
Coltrine n 2 simili al fornimento Fornimento da fuoco intiero
Segue appartamento
Camera seguente d’udienza
Fornimento damasco rosso, portiere di velluto n 2 in pezzi 4 Sopraporte con ritratti, coltrine di cendà raso n 3 con sue buone grazie simili
Spechio grande con soaza a vernice
Un comò simile Poltrone di damasco simili al fornimento n 12
Soffà di damasco simile Tavolini à vernice n 2
Gioco con campanella
Cameron con libraria
Armarono grandi n 4 contenenti in tutto n 60 ripiani di olibri legati in carta pecora Quadri
sopraporte n 2 Altri due grandi con soaza d’oro Altri 2 piccoli sopra le librerie
… due mappamondi Un piccolo tavolino nero
Incomincia appartamento della ND Elena
Anti libreria Lettiere di noce Un comò di noce Coltrinoni di rassa verde n 2 con suo ferro Un comò… Giridion
Comoda di noce
Camera d’udienza sopra Canal Appartamento della ND Elena Renier Bembo
Fornimento di damasco rosso con antiporte simili n 2
Altra portiera simile in 2 pezzi con sue buone grazie
Coltrine cendà rosso n 4 Spechio grande con cornice dorata Un comò di rimesso …(2 tavolini, 1 piccolo, poltroncine 12, un sofaletto, giridoni 4, lettiera di noce) …
Camera seguente Camini di marmo con specchiera Quadri grandi n 3 Sopraporte n 4 letto da servitù… Burò con spechj di legno à vernice
(burò, tavolo, … poltroncine 6) Coltrine di tella n 2 Buone grazie di damasco rosso n 4
Camera vicina con arcova di damasco bianco vechio
Lettiera di noce… (armeri 2, tavolini, burò, specchj piccoli ovadi incassati nel muro n 8 detti grandi
n 2) Coltrine tella n 3 (quadri incassati 8, Cristo d’avorio, … careghini, un orologio da tavolino)
Camera seguente da focco Camino di marmo con sua specchiera
Fornimento da fuoco intiero Coltrine sortide n 5 (burrò, tavolino, careghe noce 9, 4 poltroncine…)
Portiera con specchio, altra con varj spechi piccolj quadrati 2 giridioni
Piccolo andietto per servizio Tavolino di noce, … Trepiedi… Comoda
Camerone grande dopo l’andietto Quadri grandi n 4
Una testa di frutti marini in sua custodia di spechj Un comò armeri di noce n 2, altro piccolo nero
Un tavolone di noce Armeroni d’albeo Scrigno di ferro con suo tappetto Una cassa di noce …
(cassoni 3… 4 caregoni, 2 poltroncine paglia)

Altro camerone Fornimento di cuori Armeron grando fisso nel muro in prospetto, d’albeo
dipinto Quadri grandi n 5… Altri armari bislunghi n 2 Altro simile da vestire Tavolone grande di
rimesso Tavola grande foderata pelle Cassoni grandi di bulgaro con broche otton n 4, bauli n 2 Un
tavolin piccolo di noce
Una poltroncina noce con cussinpelle, portiera lastre
Andietto per uscir di detto appartamento Portiere n 2 di lastre grandi
Campanella alla porta
Secondo appartamento
Portico fornito di cuordoro Portiere di panno n 6 con suoi ferri Quadri sortiti n 17 Statuina di gesso
Bandiere turchesche Alabarde n 12 Tavola grande in 3 pezzi con copertoni (3 armari, canapè, 2 timpani da guerra, 21 caregoni, tavolini vari, un orologio antico
Cameron sopra canal ad uso di tinello Fornimento di cuori
… Portiere damasco con buone grazie n 2 Coltrine di tella blò n 5 con buone grazie Tavolone di noce… (2 armeri, tavola, tavolini) Una cassetta boccie di Boemia… 12 poltroncine damasco 12
careghini
Camera seguente à stuchi con spechj tra grandi e piccoli incassati nel muro n 24 Cielo con quadro nel mezo Coltrine tella n 4 con sue buonegrazie Portiere di spechj grande n 4 con sue coltrinette tella… Cantonaletti simili n 4 8 canapè… Lettiera di noce…
Camera contigua Fornimento di cuori rapresentante in pittura viaggi fatti dagli antenati
Bembo Comò di rimesso Canapè tella rigata n 2 Un sofà grande di pelle… Camino di marmo con portelle, sopraspechiera Un sgabello noce … comoda Portiere lana n 2 in pezzi 4 con buone grazie
Coltrine tella blò n 2…
Altra camera seguente Fornimento broccatello celeste vecchio Un armer di rimesso Spechio
grande …
Sopraporte con quadro n 2 Due buone grazie simili al fornimento Carega di noce con cussino pelle
Letto da servitù
Camera, ò sia passalizio fornito cuoridoro… 2 quadri grandi…
Altro sopraporta
Luogo da tinello vicino alla cussina, camino di marmo, una tavola granda d’albeo Una
credenza d’albeo
Cucina Tavolone grande armeri grandi d’albeo n 3…
Andietto Canapè piccoli n 2 di bulgaro un banchetto d’albeo
Camera scura nello stesso andietto Letto pagliazzo… Portiere brocadello lana n 2 Altra din
panno alla porta Comoda si albeo
Camera delle donne nella fattoria vechia Letto da servini Pagliazzo… Coltrine tella n 2
Armerone grande
Camerino vicino fornito cuoridoro, letto … (quadri, careghe, una stuffa)
Altra Camera Cesta di Vinchi da putella Tavola d’albeo, altra di noce, cuna di albeo

Camera seguente Camin ordinario Cavioni di ferro n 2
Letto… Due paraventi Una tavola di noce Una comoda d’albeo…
Camera che segue Quadri n 4 Tavola rotonda di noce
Altro tavolone di noce
Camera della chiesa Fornitura di tella a cuoro … Sopraporte di quadri con simile cornice
…Un crocifisso d’avorio… Coltrine tella n 2 (gioco dama)
Capellina con quadro rappresentante Maria Vergine Custodia di legno dorato con figure
dorate, dove è riposto un insigne pezzo della Sacrissima Croce con contorno reliquie e pierre
orientali …
Camera dietro da fuoco … Sopraporte 3 di ritratti Coltrine tella n 2 Un armaro… Chebbe n 2
Camera seguente sopra Canal Fornitura cuori a fiori
Portiera di damasco vechia Scabeletti … Lettiera d’albeo… Burrò Scrittorio di noce Spechio grande…Una comoda… Sopraporte di quadri n 2 Coltrine di tella n 4
Abitazione da servitori
Nel predetto (?) luogo letto…
Nell’andietto Quadri n 1 Uno scudo da guerra…
Altra Camera letto, pagliazzo…
Altra Camera un armer nero Un casson d’albeo
Terzo piano, o sia Camerini
Luogo grande d’armeroni facciate tutte d’armeroni d’albeo
Una tavola grande albeo, altra piccola simile. Banchetti simili n 4 …
Luogo di burrata, burrata grande, casson da farina, altri cassoni n 2
Cameretta vicina fornita di cuori Casse di noce n 2… Cassoni d’albeo
Altro luogo d’armeri grandi n 3
Camera vicina con portiera d’albeo… Coltrine n 2 di tella
Luogo vicino alla scalla
Cassoni d’albeo n 6 bauli n 2 con capelliera da viaggio per uso della ND Lucretia Albrizzi Bembo
Altro… Armeri d’albeo n 2
Camerini con varj intrighi da nulla
Portico vicino Tavolini vechj n 2… (8 quadri incassati nel muro) Un armer albeo Scalinada a tre scalini
Portiere n 2 à due pezzi con buone grazie

Camera a stuchi con specchi rotondi incassati n 2 Camino di marmo Quadri incassati n 6, altri due sciolti Coltrine tella n 4 Un tavolino di noce… (4 caregoni, 2 poltroncine)
Camerin po (piccolo?) contiguo con letto…
Secondo Camerin in faccia, comoda rimeso… Una coltrina
Altro luogo con armeri varj di bottiglie vuote di poco valore…
Altro camerino con lettiere di noce… Burrò di rimesso, uno specchio con soaza d’oro, …
coltrine tella n 3… comoda
Altra camera con Alcova Lettiera di noce… (pelella di legno dorato) Coltrine tella n 2
Nelli due loghetti latterali all’alcova Stuffe n 2, altri inrtrighi da nulla
Camerino in faccia la fattoria letto… Un armer d’albeo… Coltrine n 2 tella… Un tavolino di noce… Un quadro sopra la porta
Antiluogo alla fattoria Quadri varj 6… Cassa noce… Armer..
Nella fattoria Uno scrittorio di noce Scrignetto antico Tavolino Un armer d’albeo Una poltrona… Due goccie d’intaglio
Portiere di lastre
Nella soffitta s’è ritrovato le cose seguenti
Varie store da camera
Cassoni n 3
Altro luogo con varie tavole d’albeo
Altro luogo con varj cesti…
Nel ultimo luogo rottami di tavole

Giuseppe Segalini ha fatto inventario… Francesco Bembo Affe
1783 4 febbraio
Inventario presentato in di Petizion da Zanne Bartarni (?) per nome Francesco, Barnardo e
Raimondo fratelli Bembo furono di Marco, … Azolo Trevisan notaio”

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20 Ott 2014

bassorilievo con stemma Renier presente al Museo Correr

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stemmi museo correr
MANIFATTURA VENETA
BASSORILIEVO CON LEONE MARCIANO ANDANTE E GLI STEMMI DELLE FAMIGLIE QUERINI, (…..), CORNER, MEMMO (con simbolo dogale), RENIER, CONTARINI, LION
Anni 1612-1615

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18 Ott 2014

del Capitano del Golfo Andrea Renier a Rovigno dopo i fatti criminosi del 1781

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Il Capitano in Golfo Andrea Renier a Rovigno. Ser.mo Principe, con quella sollecitudine, e speditezza che mi fu possibile, in mezzo a insistenti contrarietà de’venti mi sono ridotto a Curzola, dove trovai raccolti i Legni della Squadra, ch’erano dispersi alla custodia del Golfo, come divotam. rassegnai a V.ta Ser.tà con l’ultimo de’miei ossequiosi numeri. Colà sopravvenuto il Pub. Feluccone diretto dal Sarg. Zuanne Vicovovich con li Pub. Sovvegni, lo ho inoltrato a Cattaro colla necessaria spedizione di Soldo, onde accorrere all’esigenze de’Legni, e Milizia colà rimasti, avendo inoltre fatto imbarcare dal Feluccone le due nuove Gomene spedite per bisogno della Galera Aquila, e inoltrato collo stesso Legno le vecchie Munizioni. Proseguendo quindi senza remora il concordato viaggio collo sforzo de’Remi più, che col favore delle Vele, ho dovuto lasciare nelle Acque dello Stretto di Prisman il Sciambecchino coperto dall’Alfier Francesco Vecchieti, sopra sparsa voce che mai potesse esserci qualche minuto Legno di mal affare, avendo però commissionato di po-scia seguitarmi. Nel mio passaggio per Zara la necessità mi costrinse di trattenermi per riempire i Depositi di Pan Biscotto, per viaggio diminuiti, e provveder alcun altro di Polvere, onde al mio arrivo in questa Parte aver meco per qualche tempo l’occorrenza di tali indifferibili requisiti.
A Zara vi fu l’imbarcazione di detti Generi, e abbondante Acqua, datami dal Provv., tuttociò vi scarseggia in quella Piazza. Dietro la pertinace contrarietà de’venti, solo oggi ebbi la condizion di giungere stentatamente in questo Porto. Appena qui approdato, era mia intenzione di veder l’Ecc. Sig. Podestà, e Capitanio di Capo d’Istria, come mi fu prescritto, quando mi si presentò il suo Ministro Canc. Vetor Macrj, con dettagliate lettere, avanzandomi le proprie ricerche esecutivamente alle commissioni del detto Ecc.mo Consiglio di Xci, per l’esatto adempimento delle quali mi presterò contamente con tutto il fervore, passando d’intelligenza e concerto colla sud. Carica. 16 Settembre 1781. Dalla Galera Capitania, Porto di Rovigno. Andrea Renier.
A. S. Ve, Provveditori da Terra e da Mar, Capitano in Golfo, 1780-1781, B. 1307.

Ser.mo Principe, appena che qui giunsi colla Squadra, coll’intelligenza e concerto del Sig. Podestà e Cap. di Capodistria, mi fu dal medesimo con plausibile diligenza, e sollecitudine, consegnata la Nota degli Autori, e Complici della summenzionata insurrezione avvenuta in questa Terra per arrestarli, esecutivamente alle commissioni della Ser.tà V.tra, e di quelle dell’Ecc.mo Cons.o di Xci. Su premurosissimo oggetto avendo le più avvedute diligenze, potei col mezzo di secreti Confidenti, ed Esploratori assicurarmi, che alla comparsa della Squadra med. detti Delinquenti si erano allontanati, alcuni dirigendosi addirittura nel vicino Stato, altri nelle con terminanti Suddite Giurisdizioni, alcuni vagando per la Campagna di questo Territorio. Coll’esplorazioni, e confidenze antedette mi riuscì il fermo di quei Rei, che giravano per questo Territorio. Spaventati gli altri del sortito Fermo nella Veneta Giurisdizione, principiavano già disperatamente ad assentarsi passando nel Cesareo Stato. Coll’arresto dell’antedette due Persone, che faccio diligentemente custodire in questa Fortezza, le significai l’allontanamento degli altri rifugiatisi in altro asilo, dove non può giungere il mio ambito per inseguirli, ed attrapparli. 7 8bre 1781. Dalla Galera Capitania, Porto di Rovigno. Andrea Renier. A. S. Ve, Provvedit. da Terra e da Mar, Capitano in Golfo, 1780-1781, B. 1307.
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13 Ott 2014

omaggio di Vincenzo Renier al vescovo di Vicenza Giuseppe M. Peruzzi

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peruzzi maria giuseppe

PEL SOLENNE INGRESSO ALLA SEDE VESCOVILE DI VICENZA DI SUA ECCELLENZA ILLUSTRISS. E REVERENDISS. MONSIGNORE GIUSEPPE M. PERUZZI DE’ CANONICI REGOLARI DEL SS. SALVATORE DUCA MARCHESE E CONTE

IN VENEZIA MDCCCXVIII
AGLI ORNATISSIMI E GENTILISSIMI SIGNORI GIOVANNI E GIACOMO F.li PERUZZI
VINCENZO RENIER SACERDOTE DI CHIOGGIA

Nella fausta circostanza, in cui egregie Virtù, e Meriti sommi guidano l’incomparabile Vostro Zio a sedere sulla Vescovil Cattedra illustre della Vicentina Chiesa, io avrei creduto di venir meno ad uno de’ più sacri doveri, se mi fossi sforzato di tener chiusi e repressi dentro il mio cuore i moti ardenti di quell’ alta ammirazione e vivissima gratitudine, ch’ io professo e professerò mai sempre ad un Prelato, che pel corso di parecchi anni si degnò d’ amarmi qual Padre.
Non avendo io sortito la felice ventura di nascere Cantor di Pindo, feci però molta istanza al Fratel mio D. Giuseppe , prete un tempo dell’ Oratorio , per ottener da Lui qualche Poetico parto, che non indegno fosse del Personaggio illustre, ch’io voleva encomiare; sembrandomi quasi (per la stretta congiunzione del sangue), che, dove avesse egli cantato, fosse la stessa cosa, come se io medesimo cantato avessi. Assai di buon grado, anche per un intimo sentimento di profonda venerazione verso l’esimio Pastore, avrebbe studiato di compiacermi il Fratello: ma, consultate le proprie forze , e alla grandezza di tanto Subbietto troppo disuguali , com’ ei mi disse , riconosciutele , neppur tentò di por mano all’ impresa. Deluso nella mia brama , ebbi ricorso allora ad un de’ più chiari e più felici Ingegni della mia Patria, al coltissimo Dottor Giovanni Nordio; il quale, gentil com’ è, assunse cortesemente l’ incarico, e dettò a mio riguardo la Lirica Composizione, ch’ io mando alla pubblica luce.
Degni Nepoti dell’ ottimo Prelato, che io venero siccome Padre , e la cui dolce memoria porterò sempre scolpita indelebilmente nel cuore , condonate il mio ardire , se la intitolo a Voi. Accoglietela di grazia, siccome un tenue tributo, ch’ io rendo a Voi per quell’ affetto , di cui per vostra sola Bontà’ mi onoraste fin qui, e il quale Vi prego a volermi continuar tuttavia; dal canto mio promettendovi in ogni tempo la più devota servitù, e leale riconoscenza.

CANZONE

Mal si confan le spade
Alle sacrate Bende;
Eppure, o Berga, Ei che di queste ornato
All’ alme tue contrade
Dai salsi lidi ascende ,
Ha due Guerrier, chiusi nell’ arme, a lato. (*)
Se non ti fosse dato
In ambo ravvisar que’ tuoi gran Figli,
Che fra i campi d’ Equilio a Dio donaro
Un sangue cui ben caro
Facean costar ne’ bellici perigli,
Già per temenza il petto
Ti balzerìa , non per materno affetto.
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15 Set 2014

dei figli di Vittoria Maria Renier e Domenico Morosini

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S. Maria Formosa, Registro dei Battesimi 1694-1712 – 30 Gennaio 1712 A.D. – Francesco Gasparo Ignatio del N.H. Ser Domenico Morosini fu de Ser Francesco e della N.D. Vittoria Maria Renier de quondam Ferigo, giugali, nato il 25 corrente hebbe l’acqua in casa da me pievano Gio. Batta Raddi, compare il N.H. messer Alvise Contarini procurator di S. Marco fu de Ser Piero, comare Graciosa Spidolina sta a S. Gio. Novo.

Registro dei Battesimi 1713-1733 — f. 41 – 6 dicembre 1716. Ferigo Tomaso Gasparo fio del N.H. Ser Domenico Morosini fu de Ser Francesco fu de Ser Tomaso, e della N.D. Vittoria Maria Renier de quondam Ferigo, .

S. Maria Formosa — Registro dei Battesimi 1713-1733 — f. 182 – 4 gennaio 1730 A.D. Cattarina Innocenza figlia del N.H. Ser Domenico Morosini fu de Ser Francesco e della N.D. Vittoria Maria Renier de Ser Ferigo, giugali, nata li 23 del del prossimo passato dicembre, compare il N.H. Ser Zorzi Contarini Kavalier fu de Ser Anzolo Kavalier , …

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06 Set 2014

del quadro della Madonna del Correggio regalato a Maria Renier Morosini

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Notizie del quadro della Madonna di Correggio in casa de’ Morosini, da Viaggi in Italia per Francesco Gandini: Governo di Venezia, Volume 3, 1833.
Il molto reverendo padre Luigi Pungileoni autore della vita di Correggio stampata in Parma in questi ultimi anni così parla nel Tomo III. §. 169. della Madonna di Correggio posseduta dalla famiglia Morosini del Pestrino di Venezia .
Le circostanze dall’ autore citate provano ad evidenza , che a lui venne il quadro descritto da persona , che lo ha fors’ anche veduto; ed ha raccolta dalla voce del possessore di esso anche la storia del modo con cui pervenne il quadro posto nella di lui famiglia . Il fondo di verità che traluce nelle poche linee sopracitate , è però talmente travisato , e tanto imperfettamente descritte le circostanze tanto sul quadro, quanto sulla storia , che se rettificato non fosse in ogni aspetto ad onta del fondo di verità , offrirebbero le poche sopraccitate linee delle idee falsissime su questo quadro in qualunque rapporto .
Piacerà certamente anche all’ autore stesso di rettificare le proprie idee sul proposito , e perciò parleremo prima degli errori corsi nella descrizione del quadro .
Ci dice l’autore che vi si veggono dei pentimenti, ed alcuni angioletti imperfetti. Quantunque i pentimenti servano a garantire l’ originalità, egli è però indubitato che la pluralità specialmente dei pentimenti costituir deve delle imperfezioni, le quali non si trovano nel quadro stesso, appunto perchè non vi si trova questa pluralità di pentimenti. Uno solo è il pentimento dell’ autore , ed è appunto quello di aver lavorato in figura rettangola il quadro , giunto alla metà del lavoro , se ne penti , ed abbandonando i quattro angoli del quadro , si limitò a racchiudere il soggetto in un circolo iscritto nel rettangolo stesso. Se però una pluralità di pentimenti piucchè donare, toglie certamente il pregio di un lavoro , pare che questa unità di pentimento accresca del lavoro stesso il pregio. Questo è un genere di pentimento che sta piuttosto nell’ assunto che nella composizione , e questa non ordinaria combinazione risvegliò nel conte Leopoldo Cicognara a niuno secondo , ove delle arti imitatrici della bella natura si tratti , il pensiero di conformare per modo doppie cornici , che veder lasciassero l’intero quadro , quale fu dapprima imaginato , e lo presentassero poi anche tale quale fu dall’ autore , dietro al proprio pentimento, ultimato. Diviene pertanto una singolarità, che forse non si trova in altro quadro di gran maestro, questo unico pentimento , che rilevar non puossi , qualora non si apra la sovraposta cornice con maestria lavorata, che copre gli angoli a metà di lavoro abbandonati, non esistendo pentimenti nella figura rotonda in cui fu ridotto . È poi assolutamente falsa l’imperfezione degli angioletti , ossia delle glorie poste all’alto dai due lati , che sono perfettamente compiti .
Passiamo ora alla storia . Eccola tale quale fu le mi lle volte raccontata dal padre dell’attuale possessore del quadro, al di cui zio, ( prozio in conseguenza del vivente , ) fu dal Principe Eugenio di Savoja regalato il quadro stesso .
Trovavasi il Principe Eugenio di Savoja a Venezia, ed assisteva ad una delle solite cacce del Toro che frequentissime in que’ tempi si davano nelle varie piazze ,( a Venezia chiamate Campi, ) della città . Davasi questo spettacolo nel Campo di Santa Maria Formosa, poco lungi dal palazzo Morosini posto al Pestrin nella stessa parrocchia. Almorò Morosini fu nel tempo dello spettacolo assalito da quattro sgherri mascherati che prima gli aizzarono contro un cane da vita, il primo assalto ebbe luogo al sito ove sta il campanile di Santa Maria Formosa . Era mascherato il Morosini, come a que’ tempi usavasi . Sguainò egli un arma, ed uccise al primo colpo il cane . Rinculando sempre lentamente dal campanile fino all’imboccatura della Callelunga , si difese valorosamente contro gli assalitori che si ritennero per sicarii di altra patrizia famiglia . La folla del popolo spettatore non prese parte nell’affare , e si aperse invece , lasciando luogo all’ ineguale combattimento . Quelli della Callelunga e del Pestrin, e le genti di suo servizio accorsero intanto con spiedi ed altre armi, e dispersero i sicarii, contro i quali per molto tempo si era da se solo difeso. Il Principe Eugenio spettatore di bel giorno dalle finestre del palazzo , ora Priuli, di questo, fatto , dicesi che abbia detto: chi è colui ? lo voglio con me , e che quando gli fu detto chi era, come erasi distinto nelle ultime guerre coi Turchi in gioventù come volontario , quindi coprendo cariche luminose nella Veneta armata , abbia soggiunto : ebbene anderò io con lui . Certa cosa è che strinse il Principe Eugenio con esso amicizia, che gli regalò il quadro in discorso, il quale da lui fu regalato alla propria cognata Maria Renier Morosini avola paterna dell’attuale possessore del quadro. È certo non meno che le donnicciuole, ed il basso popolo fino agli ultimi tempi della Repubblica, in quella Calle solevano usare ( trattandosi di cosa straordinaria ) di questa frase : gnanca el stoco del Morosini che à tagià el can per mezo, il che prova per quanti anni durasse la memoria tradizionale di questo fatto.

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12 Lug 2014

d’una poesia di Adriana Renier Zannini dedicata ad Antonietta Althan Pivetta

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AD ANTONIETTA ALTHAN PIVETTA IL DI’ TRIGESIMO DELLA SUA MORTE

Corso non anco dieci volte il sole
Della fascia stellata aveva il giro,
Che di fida amistà dolci parole

Le nostre labbra a proferir s’ apriro;
E tosto, qual di suora con sorella,
Comuni ebbimo il gaudio ed il sospiro.

Eri tu nivea, bionda, e grande e bella;
Io timidetta e piccioletta alquanto,
Bruna gli occhi e del crin brune le anella.

Ahi! fin d’ allora io fui dannata al pianto
Te veggendo tradur da me lontano,
Te della nostra scuola onore e vanto.

Fu allor che, stretta l’ una in l’ altra mano,
Giurammo con lo scritto arrivar, dove
La nostra voce giungerebbe invano.

Colui, che tutto vede, e tutto move,
Tale ci preparava almo conforto
Della vita avvenir nell’ ardue prove.

Di madre orfane entrambe, il padre morto
A vicenda ridir quanto, ahi! fu greve,
E rimaner senz’ altra guida e porto.

L’ anello nuziale una riceve
Adulta appena; all’ altra vien concesso
Di sposa il nome dopo tempo breve !

Deh, quante volte con sospir sommesso
Chiedemmo al ciel, che un dì fosse a noi dato
Vivere accolte in un paese istesso !

Varcammo pronte, è ver, lo spazio ingrato,
Se infausto nunzio della cara suora
Narrato avesse mai doglioso fato.

E quando i nostri nati in poco d’ ora,
Vaghi e fragranti fior, salgono al cielo,
Tale indistinto duol ne preme allora,

Qual se recisi da un medesmo stelo ;
E su’ rimasti raddoppiar ne cale
Cure indivise ed amoroso zelo.

Già morte segno all’ arco suo fatale
Rende il grand’ uom, mia scorta e mio sostegno,
Che a lei più volte osò spezzar lo strale.

Bell’ alma, retta mente, acuto ingegno,
Qual visse, or dalla vita egli s’ invola,
Di serena fortezza esempio degno.

Presso al suo capezzal poteva sola,
(Sì dolcemente dal tuo labbro uscia)
L’ affanno mio lenir la tua parola.

E quando ancor più misera reddìa
Dai colli Euganei, ove al mio bacio tolta
Giacque in casa ospital la figlia mia (*),

Lo stanco piè fermossi alla tua volta
Pria che trarmi dolente alle mie case,
E mi trovai nel fido amplesso accolta.

Ma l’alta mia sventura non già rase
Tutte d’ un tratto avea le mie speranze,
Chè un figlio, un caro figlio mi rimase.

Ben coll’ unico tuo fin le sembianze
Di futuro gioir spente si fero,
E mute d’ogni gioia le tue stanze.

Troppo fu il colpo inaspettato e fiero ;
Né d’ amistade i sensi altro conforto,
Che un tacito conforto offrir potero.

Ma tu, di virtù armata, un pensier sorto
Nella tua mente convertisti in brama
Ardente sì, qual di afferrare un porto.
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07 Lug 2014

delle tre Oselle di Murano 1779-80-81 in omaggio al doge Paolo Renier

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osella mrano renier 1779
osella murano renier 1780
osella murano renier 1781

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30 Giu 2014

del sarcofago delle amazzoni inviato a Venezia dal luogotenente di Cipro Giovanni Renier

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sarcofago delle amazzoni vienna
Da Cipro e la memoria dell’antico fra medioevo e rinascimento, di Lorenzo Calvelli
Istituto Veneto di Scienze lettere ed Arti. Memoria presentata da Giovannella Cresci Marrone nell’adunanza ordinaria del 24 febbraio 2007.

Girolamo Attar, Giovanni Renier e il ‘sarcofago delle Amazzoni’
Esaminando gli scritti su Cipro di Leonardo Donà e Florio Bustron, si è visto come in essi sia ricordato il rinvenimento di un importante manufatto funerario proveniente dall’area archeologica dell’antica Soli: il ‘sarcofago delle Amazzoni’. Per comprendere quali esponenti della società cipriota fossero coinvolti nelle circostanze di questo ritrovamento si rende ora opportuno considerare più nel dettaglio le testimonianze dei due autori. Il futuro ‘doge dell’interdetto’ visitò i siti archeologici della costa settentrionale di Cipro nell’estate 1557:
Nella contrada di Pendaia, appresso di Lefca, nel luoco detto Santo Exiffio, appareno vestigii di una città. Dicono che era detta Solus et fu edificata da Solone doppo che si partì d’Athene. Nel qual luoco si ritrova qualche cosa cavando et ultimamente da misser Hieronimo Attar civitano fu ritrovata un’arca di marmo di singolar bellezza, intorno la quale con mirabil maestria sono scolpite certe donne sopra cavalli sfrenati che combatteno con huomini a piedi.
Ancor più ricco di dettagli è il resoconto redatto nello stesso scorcio di anni da Bustron: Appresso Pendaia era la città de Soli […]. Questa città era appresso al casal Leuca, nella qual si vedano li vestigii della città amplissima et in quella si trovano sotto terra seppolture bellissime di marmoro con li suo coperchi et dentro si trovano anelli, pendenti et molte gentilezze antiche et non è molto tempo che si trovò una sepoltura di marmoro finissimo lavorata a figure in tutte quatro le parti, tanto naturali che non li manchava altro che il fiato. Erano donne et huomini a cavallo senza selle et briglie, con bastoni in mano, et mostravano guereggiare, alchune in terra cadute, in atto tanto naturale, che non parevano di pietra, perché se li poteva vedere le giunture, nervi, vene, unghie et muscoli, certo fatti con grandissimo artificio da quelli maestri antiqui famosissimi. Questa sepoltura stava in mezzo di qualche tempio, con quatro colonette alzata da terra, benché la fu trovata sotto terra, et mandata a Venetia del 1558 per il magnifico messer Giovanni Rhenier luoco tenente.
Le dettagliate descrizioni del sepolcro marmoreo fornite dai suoi due entusiasti ammiratori cinquecenteschi hanno indotto ad identificarlo senza possibilità di errore con il celebre ‘sarcofago delle Amazzoni’ (detto anche Fuggersarkophag), attualmente custodito ed esposto presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Questa identificazione, proposta per la prima volta alla fine dell’Ottocento dall’archeologo russo Jacob Smirnov grazie alla lettura dell’Historia di Bustron, è stata confermata e puntualizzata da Antoine Hermary in un circostanziato contributo che ha fugato ogni precedente dubbio su una possibile provenienza non cipriota del reperto.
Lo studioso ha infatti riconosciuto nella monumentale arca funeraria il prodotto di un’officina scultorea della fine del IV secolo a.C., tipologicamente affine al celebre ‘sarcofago di Alessandro’ (in realtà il sepolcrodi Abdalonimo, sovrano di Sidone). Il manufatto fu probabilmente commissionato da uno degli ultimi esponenti della famiglia regale di Soli (la cui identità non risulta al momento ulteriormente precisabile), morto negli anni in cui l’isola si trovò coinvolta negli scontri fra i diadochi.
Se le circostanze di fabbricazione del reperto risultano solo in parte ricostruibili, maggior chiarezza si ha invece sui successivi trasferimenti che lo hanno portato al suo luogo di conservazione attuale. Come attesta Donà, il sarcofago fu ritrovato poco prima del 1557 da Girolamo Attar, civitano del casale di Leuca. Figlio di Francesco (l’autore del Discorso su Cipro redatto attorno al 1520 e dedicato al luogotenente veneziano Sebastiano Moro), Girolamo è menzionato spesso dalle fonti documentarie successive alla metà del XVI secolo come membro dell’università di Nicosia; risulta inoltre che egli avesse avuto accesso alla cancelleria del regno, dal cui archivio si riteneva che avesse sottratto alcuni libri; nel 1560 il suo nome compare nel novero dei provisionati (cavalieri stipendiati); morì nel settembre 1570, al termine dell’assedio ottomano di Nicosia.
Sulla base del racconto di Bustron si evince che dalle mani di Girolamo Attar il sepolcro marmoreo passò al patrizio veneziano Giovanni Renier, successore di Giovanni Battista Donà nella carica di luogotenente dell’isola. Renier inviò il reperto a Venezia nel 1558, dove, a distanza di meno di dieci anni, esso si trovava ormai in vendita sulla piazza antiquaria. Ne fu testimone il mercante d’arte Niccolò Stoppio, agente del duca di Baviera Alberto V, del quale curava gli interessi collezionistici nella città lagunare. In alcune lettere inviate al proprio protettore nel giugno 1567 l’antiquario lo informò infatti della comparsa sul mercato del prezioso reperto, comunicandogli poi il 17 luglio 1567 che esso era stato aggiudicato a David Ott, agente veneziano del banchiere e collezionista di Augusta Hans Fugger:
Ho poi inteso come messer David [Ott] ha havuto quella sepultura per ducati 150 correnti da un magnifico di casa Renieri.
Giovanni Renier, dopo aver ricoperto la carica di capitano di Famagosta dal 1552 al 1554, fu luogotenente di Cipro dal 4 settembre 1558 al 17 luglio 1560: le sue insegne compaiono sulla facciata del palazzo dove risiedevano le autorità veneziane a Famagosta.

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27 Giu 2014

d’un atto del doge Paolo Renier in favore della famiglia Zanotto

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In Christi Nomine Amen. Nobili et Sapientissimi Viri Avogadori di Comun, Che facciano depennar dai vari archivi dei loro offici, nei quali è nominata la Nobilissima famiglia de Co: Giuseppe Zanotto Kr de Prata si che non si possano leggere, e parimenti le facciano depennare da ogni altro loco ove si ritrovassero e vengano al più detruiti per il suo e il di loro Contributo nei carichi Particolari de fedeli dilecti nostri per il bene della Repubblica (in calce è presente l’autografo del notaio-Pietro Pezzato e del Doge Paolo Renier). Il governo dovette prendere provvedimenti a causa di una sospetta “moria” di “particolari informatori”. Tale motivo, fu utile alla sopravvivenza della stessa famiglia Zanotto… (dalla medesima famiglia riceviamo e pubblichiamo).
atto zanotto

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22 Giu 2014

planimetria livellazione roggia Renier-Labia a Padova (1868)

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roggia renier-labia

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15 Giu 2014

della consacrazione di monsignor Giovanni Renier

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giovanni renier vescovo
0RDINE DELLA CONSECRAZIONE PONTIFICALE DI MONSIGNOR GIOVANNI RENIER ELETTO VESCOVO DI FELTRE E BELLUNO
CHE SI FA NELLA CHIESA CATTEDRALE DI CENEDA
Il giorno 30 di Marzo 1856

AVVERTIMENTO
Consecratore dell’Eletto è Monsignor Manfredo Bellati Vescovo di Ceneda. Assistono Monsignor Federico Manfredini Vescovo di Famagosta nelle parti degl’Infedeli, e Monsignor Antonio Gava era Vescovo di Feltre e Belluno.

INGRESSO E PREPARAZIONE
Al suono festivo delle Campane muovono i quattro Prelati dal Castello di S. Martino, Residenza Vescovile, alla volta della Chiesa. Alla porta maggiore si aspergono dell’acqua benedetta ed entrano solennemente.
Genuflessi pregano alquanto innanzi l’Altare del Sacramento; indi si levano e vanno alle loro sedi.
Il Consecratore e l’Eletto leggono la preparazione alla Messa, ed intanto si mettono loro i Calzari ed i sandali e si dispongono gli Apparamenti.
Finita la preparazione i Vescovi tutti si apparano, indi si recano innanzi all’Altare del Consecratore ove siedono tutti nella prescritta disposizione.

MANDATO APOSTOLICO E GIURAMENTO
Il seniore de’ Vescovi assistenti si leva e chiede a nome della chiesa Cattolica la Consecrazione dell’Eletto. Il Vescovo Consecratore ordina che si legga il Mandato Apostolico. Il Cancelliere Ecclesiastico legge pubblicamente il Mandato.
Segue il giuramento di fedeltà e di obbedienza al Principe degli Apostoli, alla Santa Chiesa Romana, al Regnante Pontefice e a suoi legittimi Successori che l’Eletto pronuncia genuflesso innanzi al Consecratore, ponendo anche le mani sul libro aperto degli Evangelii.

ESAME E PRINCIPIO DELLA MESSA
Pronunciato il Giuramento i Prelati siedono. Il Vescovo Consecratore a chiara voce, e con Lui gli Assistenti sommessamente, interroga l’ Eletto se vuol essere adorno delle grandi virtù che devono risplendere in ogni Pastore irreprensibile e Fedele: l’ Eletto risponde che vuole: Se crede esplicitamente le verità rivelate nei profondi Misteri della Trinità e della Incarnazione del Figliuolo di Dio: l’ Eletto risponde che crede.
Finito I’ esame gli Assistenti accompagnano I’ Eletto a baciare la mano al Consecratore. Indi incomincia la Messa fino all’introito. Il Consecratore ascende all’ Altare e lo bacia; indi legge I’ introito della Messa, il Kyrie, il Gloria, le Orazioni, la Epistola e il Graduale.
L’ Eletto cogli Assistenti va alla sua sede presso l’ Altar minore ove assume la Croce pettorale e gli altri apparamenti pontificali e prosegue la Messa come il Consecratore.

IMPOSIZIONE DELLE MANI ED UNZIONI COL SACRO CRISMA
L’ Eletto cogli Assistenti si reca di nuovo all’ Altar Maggiore ove lo aspetta il Consecratore seduto. Siedono tutti. Il consecratore annuncia gli Uffici del Vescovo. Tutti si levano. Il Consecratore esorta gli Astanti a pregare per l’ Eletto. Indi tutti si pongono in ginocchio e I’ Eletto si prosterne alla sinistra del Consecratore. Si cantano le Litanie dei Santi e verso il fine il Consecratore benedice tre volte I’ Eletto.
Finite le Litanie, l’ Eletto genuflette innanzi il Consecratore, il Quale ajutato dagli Assistenti impone sugli Omeri dell’ Eletto il libro aperto degli Evangelii: indi il Consecratore e gli Assistenti pongono ambe le mani sul Capo dell’ Eletto dicendo: Accipe Spiritum Sanctum. Segue un’ Orazione ed una Prefazione.
Finita la Prefazione si benda il Capo dell’ Eletto con una tovaglia di lino e il Consecratore gcnuflesso colla faccia rivolta all’ Altare intuona il Veni Creator Spiritus che i Cantori proseguono.
Cantata la prima Strofa dell’ inno il Consecratore unge del sacro Crisma il Capo all’Eletto e quindi legge una lunga Orazione dopo la quale intuona un’ Antifona che i Cantori proseguono e si canta il Salmo: Ecce quam bonum et quam jucundum __ e si ripete l’ Antifona.
Mentre si canta il Salmo si cinge una tovaglia di lino intorno al collo dell’ Eletto a cui il Consecratore unge del sacro Crisma le mani. Seguita una breve Orazione. Il Consecratore benedice poscia il Pastorale e l’Anello e li porge un dopo l’altro al Consecrato, a cui si leva dagli Omeri il libro degli Evangelii e lo si porge chiuso a toccare: indi il Consecratore e gli assistenti ammettono il Consecrato al bacio di Pace.
Il Consecrato ritorna cogli Assistenti all’Altare minore ove gli si asterge il capo e gli si racconciano i capelli. Il Consecratore e il Consecrato si lavano le mani.

CONTINUAZIONE DELLA MESSA ED OFFERTA
Il Consecratore e il Consecrato proseguono a leggere la Messa ciascuno al proprio altare fino all’offertorio. Letto l’offertorio il Consecrato fra gli Assistenti si avanza ad offerire al Consecratore due torce accese, due pani, e due botticelli di vino puro. Ricevuta l’offerta, il Consecratore si lava le mani e ascende all’Altare: vi ascende pure il Consecrato alla destra, fra gli Assistenti e sul medesimo Altare entrambi proseguono la Messa. Si consacra una Ostia sola e sufficiente quantità di vino in un calice solo.
Dopo la orazione segreta che seguita l’Agnus Dei, il Consecrato riceve dal Consecratore la pace e la dà agli Assistenti. Dopo la comunione del Consecratore, il Consecrato riceve a capo chino il Corpo ed il Sangue del Signore dalla mani del Consecratore e il vino della prima purificazione. Il Consecratore si purifica le dita, si lava le mani e prosegue la Messa al lato della epistola. Il Consecrato cogli Assistenti la prosegue sul lato dell’Evangelio. Dopo l’ Ite Missa est il Consecratore dà al popolo la benedizione nel modo consueto.

PROCESSIONE ED AUGURIO
Data la benedizione il Consecratore benedice la mitra e coll’aiuto degli Assistenti la pone sul capo al Consecrato leggendo una breve orazione, Quindi benedice i guanti e coll’aiuto degli Assistenti li adatta alle mani del Consecrato al quale poco prima si leva l’anello. Si rimette l’anello al Consecrato.
Sorge ora il Consecratore e prendendo il Consecrato alla mano destra e il Seniore de’ Vescovi Assistenti alla sinistra, lo fanno sedere nel faldistorio del Consecratore, il quale gli porge il pastorale e volgendosi all’altare intuona il Te Deum.
Mentre si canta l’inno il Consecrato procede cogli Assistenti intorno alla Chiesa e benedice il popolo, intante il Consecratore rimane in piedi senza mitra presso l’altare. Finita la processione e cantato l’inno il Consecratore legge un ‘antifona ed una orazione dopo la quale il Vescovo Consecrato benedice solennemente gli astanti.
Quindi pronuncia tre volte genuflesso l’augurio Ad multos annos avanzandosi solo verso il Consecratore che sta fra gli Assistenti al lato dell’Evangelio. Si danno poscia reciprocamente il bacio di pace. Si legge l’ultimo Vangelo. Si depongono i sacri Apparamenti alle sedi rispettive, e letto il ringraziamento, partono tutti.

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18 Mag 2014

Orazione in lode di San Giovanni di Dio pronunciata da Don Giovanni Renier

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Orazione in lode di San Giovanni di Dio Fondatore dei FateBeneFratelli, detta dall’Arciprete D. Giovanni Renier nella Chiesa di San Servilio (San Servolo) in Venezia l’8 marzo 1844.

Fin dal principio della Quaresima la Predicazione sostenuta quest’anno 1844 in questa chiesa dal degnissimo ed amatissimo nostro Arciprete ed egregio Oratore D. Giovanni Renier, fu concorde il desiderio di nei suoi Sacerdoti di offrirgli un attestato della nostra ingenua ed ossequiosa estimazione. Fu quindi conchiuso di supplicarlo a voler compiacersi di esibirci quello tra’ suoi Sermoni inediti, che più gli tornasse a grado, onde al termine di sue Apostoliche fatiche da noi divulgarlo coi tipi, e renderlo di pubblico diritto. Vinta dalle nostre fervide istanze la sua renitente modestia, s’arrese al nostro voto, ed Egli ci fe’ l’onore di accordarci la sua Orazione ad encomio di S. Giovanni di Dio; lavoro che non invidia certamente qualunque altro alle più celebri penne. Noi riputammo far cosa più degna del Suo merito pubblicando ciò di cui Egli medesimo è l’Autore, ed offrendo altresì a chiunque lo leggerà materia di diletto, e di religiosa istruzione.
I sacerdoti della Chiesa Collegiata di Mestre.

ORAZIONE

Le vie del Signore anche qui sulla terra paion talvolta cosi nuove e meravigliose, che il giudizio dell’uomo non perviene a comprenderle. Affascinato dai sensi e dalle aberrazioni del mondo e in allora muta nome alle cose, chiama sogni le inspirazioni, abbiettezza l’umiltà, le vision fantasie, le estasi e i rapimenti dei Santi esaltazioni di mente pregiudicata, i privilegi celesti apparenze fallaci di pietà illusa, e fin anche accessi di follia le opere un po’ diverse dalle azioni comuni. Questi umani giudizi ravvolgendo nell’ animo, io pensava infra me che direbbe un consesso di profani sapienti, un consesso di que’filosofi che indagando affinando notomizzando, per così dire, colle uniche leggi della natura le intellettuali operazioni dell’anima umana, non ammetton l’impulso né l’azione della Grazia riconosciuta e venerata come causa potente dalle scuole teologiche; pensava, dico, che mai direbbe in udendomi celebrare la vita di Giovanni di Dio.
Essi riderebbero per avventura della mia buona fede, ed io potrei ricattarmi coll’incerta lor scienza, dicendole ch’ erge spesso sovra basi sognate l’edifizio di gratuiti sistemi, e va innanzi colle ipotesi, e termina col delirio, e col vedere i propri campioni accusarsi a vicenda di errore, od almeno col non conchiuder mai nulla di positivo e provato dopo secoli d’investigazioni e di studi profondi. Cosi avverasi quanto sentenziò da tant’anni Isaia profeta: che senza i lumi della fede nulla perverrassi a comprendere di ciò che oltrepassa i confini della natura. Oggi dunque a’ miei uditori domando fede, quella fede che appoggiata nelle scritture inspirate, nelle tradizioni apostoliche, nell’autorità della Chiesa e dei Concili, conduce a credere alla potenza della Grazia invisibile e fuori dell’ uomo, a credere alla virtù che s’innalza sul fondamento della vera umiltà, a credere che Iddio possa e voglia guidare uomini privilegiati per vie diverse dalle comuni, e gli guidi realmente in cerca di una perfezione poco nota nel mondo. Al lume di cotal fede, che vorrebb’esser quella d’ogni cattolico, voi comprenderete, o Signori, come Giovanni di Dio fosse uno di quegli uomini che appaiono rade volte quaggiù; un uomo straordinario nella maniera di emanciparsi dal secolo e di purificare se stesso a prova di penitenze singolari d’un uomo straordinario nell’opera tutta evangelica di beneficare i suoi prossimi per l’amore di Dio. Se come sento nell’anima la grandezza dell’argomento che imprendo a svolgere dinanzi da voi, avessi pari lo spirito, pari la facondia e l’ ingegno, potrei sperare di accrescere la vostr’ammirazione devota per Lui che tanto meritò della Chiesa e della fraterna carità.
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21 Apr 2014

lettere dell’abate Dalmistro pubblicate quando Giovanni Renier divenne arciprete a Mestre

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    LETTERE
    DELL’ AB. DALMISTRO
    PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATE
    FESTEGGIANDOSI
    IL SOLENNE INGRESSO
    DEL REVERENDISSIMO
    D. GIOVANNI RENIER
    ARCIPRETE E VICARIO FORANEO
    ALLA CHIESA COLLEGIATA
    DI S. LORENZO IN MESTRE

Non ho veduto il Vescovo, e pochi de’ Parrochi l’ han veduto. Quindi non potei chiedergli la licenza di andare a Padova pe’ miei affari. Chiedetela voi per me a monsig. Vicario, ma subito, mentr’ io vorrei partire nel prossimo lunedì 28 corr. La mia assenza non oltrepasserà i dieci giorni. Ci mancavano anche codeste pastoje. Spero che, quando avrò meco il Renier, non mi verranno fatte certe difficoltà in tale proposito, prendendo io a bella posta un prete, perché faccia le mie veci, sempre che accada ch’ io debba allontanarmi dalla Parrocchia per qualche affare, ed anche solo per sollevare lo spirito. Farò io intendere col tempo a Monsig. Vescovo il perché io pigliai il carico del mantenimento d’ un Religioso, di cui potrei fare a meno, quando dovessi voglia o non voglia starmi incatenato a questi castagni. Vorrei Sapere a‘ qual giorno segue l’ Accademia del Seminario, perché è mia mente di trovarmivi. Sperar mi giova che dal Renier verrammî prestato buon servigio in tutto e per tutto, e tenuta la miglior compagnia massime nelle seccantissime notti invernali, che mi ammazzano. Egli viene a starsi meco volentieri, ed io volontieri il ricevo, e ringrazio voi dell’averlomi procurato. Voi avete l’ opportunità di vedere spesso il Prelato: inchinatelo in mio nome, e rinnovategli le mie devotissimo istanze, Addio.
Coste 22 Luglio 1823

A.C.
31 agosto 1823
Il Vescovo cospira col caldo a farmi impazzare. Leggete l’occlusa del Renier, e comprenderete il tutto. Darete un’occhiata anche alla mia diretta al Prelato, a cui la consegnerete in persona, facendovi sopra delle utili chiose. Vorrei sperare che si avesse ad arrendere alle mie istanze, ch’ esser non possono più ragionevoli, e alle vostre spiegazioni. Fategli considerare che il Renier viene qui volentieri anche per darsi allo studio, e che potrà egli avere in lui un ornamento della Diocesi, mentre vuole applicarsi all’eloquenza sacra, per cui ha le migliori disposizioni. Se il Prelato si ostina, noi lo perdiamo: nè avrollo io, nè altri lo avrà, perché egli non è d’ avviso di porsi in su la carriera cappellanesca, ed ha ragione, essendo bell’ ingegno ed atto a maggiori cose. Diportatevi bene nella trattazione di questa causa, chè dalla vittoria dipende la mia quiete. Addio coll’anima.

A. C.
Vi mando un’ altra coppia di Sonetti in funere, che stamperete nel Giornale del mese venturo dietro i rispettivi articoli necrologici. Se scriverete ali’ amico Segretario Arrigoni, e nel pregherete, ei vi stenderà quello pel dal Mayno; chè nessuno meglio di lui potrebbe ciò fare. Procacciate che l’ab. Coi non vi manchi per quello del co.ab. Sambonifacio, che sel merita, essendosi in esso lui spento un altro luminare della vera eloquenza del Pulpito. 0ggidi ne’ paesi nostri stiamo assai male di predicatori. Il nostro Renier potrà divenire uno de’ buoni in mezzo a tanti cancheri, che non conoscon l’arte e che non hanno veruna vocazione per essa, e che pur vogliono rompere il timpano dell’ orecchio a’ Cristiani. Accertatevi che i cotali non cavano, come suolsi dire, un ragno dal muro, e mi fa compassione la povera gente che gli ascolta. Addio ex corde.
Coste li 25 Maggio 1826.

A. C.
Il Giubbileo a me non reca certo incomodo, poiché, send’ io divenuto un pò sordastro, non vuole la gente più servirsi di me quanto alle confessioni, e il mio Confessionale da molto tempo in qua mirasi polveroso e diserto. Renier è affollato da’ penitenti dell’uno e dell’altro sesso, e si può dire ch’ei ne porti il peso maggiore. Avuto dunque riguardo a tali suoi impiccj, a’ quai debbesi aggiugnere il Panegirico di Sant’Osvaldo, cui sta presentemente lavorando, io non credo sia da dirgli nulla dell’ articolo, che desiderate. Potreste di ciò pregare qualche Professore del Seminario, un di quelli, a’ quali sta bene la penna in mano. Ho letto la Pastorale latina, e parmi scritta assai bene. Leggerò anche l’altra, e intanto rendovi grazie di entrambe. Ai 2. del venturo io dovrò essere a Conegliano in casa Gera per colà abbracciare il mio antico amicone Deluca, che va a Udine. E’ mostra gran desiderio di rivedermi, e vo’ contentarlo. Potressimo andarvi insieme, e di là fare la scappatina a Oderzo, come abbiam divisato oretenus. S’ io non colgo tale occasione, non so, se più potrò avverar per mio conto il nostro disegno, perocchè a luglio avanzato io mi vo’ padovanare al solito. Amatemi qual fate, e credetemi qual sono
Coste 21 giugno 1826

A. C.
Nell’ impossibilità, in che mi trovo, di portarmi a Treviso, prego voi che facciate colà una scappatina anche per mio conto, giacché tante ne fate per vostro. La ragione si è quella di rassegnar a Monsig. Vescovo i complimenti miei più ossequiosi, e di ottenermi dalla somma di lui bontà la permissione di fare la solita giravolta per lo Friuli, dove io sono richiesto dai miei affari. Spero che non vorrà egli negarmela, ottimo e ragionevol qual è. Già lascio la mia Chiesa ben provveduta di Sacerdoti, essendovi, oltre al mio nipote, Brussa, ed al Cappellano, D. Giovanni Renier valente Religioso, come l’egregio Prelato pur sa, della cui indefessa attenzione nell’adempiere le mie veci posso al tutto ripromettermi. Il mio ingresso nel Friuli seguirà subito dopo i morti. Ciò è necessario che 5. S. Illustr. e Rever. non ignori. Voi frattanto serbatevi sano, ed amatemi. Addio.
Coste 18 ottobre 1827

A.C.
Ho esaminato ne’ scorsi giorni la Biblioteca dell’Haym e del Fontanini per vedere, se havvi traduzione di Vellejo Patercolo prima della Petrettiniana. Non trovai nulla, e bisogna credere che questa sia la primiera, come asserisce con tanta franchezza, anzi sicurezza l’Autore. Vi mando un Sermone, che ritoccai qua e là, perchè mi diciate il vostro parere. Letto, che lo abbiate, trattenetelo appo voi, ma nol perdete. Il prof. Zendrini è in collera per la lettera del G…… inserita nel Giornale, e si maraviglia di voi che le abbiate dato luogo, e più di chi compilò l’articolo sul Sermon degl’ldraulici. Veramente è un petulante, che non dovrebbe ardire di recare molestia ad un uomo si dotto e si buono, qual è il Zendrini, che mostrava tanto desiderio di conoscervi, e che vi stima. Ma! al mondo bisogna soffrire anche queste mosche culaje, che rompon le coglie a’ galantuomini. Dopo pranzo, se il vento cessa, andrò ad abbracciare novellamente il Vescovo di Ceneda, della cui nomina io provai gran piacere, e a ragione, nulla a quell’ uomo mancando. Mi congratulo anche con voi. Addio.
Coste.
1.° Aprile 1822

‘ Non si sa comprendere come il Dalmistro abbia qui preso abbaglio. L’Autore del Sermone gl‘ Idraulici anzi che dolersi di quell’articolo se ne mostrò sempre, come dovea, molto onorato (l’Editore).

A. C.
Al Parroco di Caerano ho consegnato lunedì scorso le poesie latine del Bonifacio, delle quali v’ ho parlato, e fovvene un dono. Troverete per entro molto fango e poc’ oro rispetto alla lingua, e oscenità senza fine. Ho unito al libretto un cenno intorno al Glorialanza, come desideravate, e l’ iscrizione che leggesi su la tomba dell’ab. Stefani. Non credo che tra le iscrizioni sepolcrali v’abbia la peggiore di essa. Havvene un’ altra pel qm. N .U. Filippo Ravagnino sul Cimitero, della quale io sono l’autore, ma non ve ne do copia, perché parmi averlavi data in istampa. Ho letto con infinito piacere l’Orazione di Monsig. Pellizzari al Vescovo, nella quale, oltre alla bella e veramente aurea latinità, è da ammirarsi una penna franca, che tocca tutto ciò che conveniva in tale circostanza toccare, e lo fa con somma chiarezza. Nella chiarezza, a mio avviso, consiste la sublimità del dire e la vera eleganza. Mi andò al cuore quello squarcio eloquentissimo, in cui il ch. Oratore mette in veduta i anni sofferti dalla Religione nelle passate deplorabilissime rivolture, delle quali non tacerà mai veruna età. Vi prego di consolarvene per mia parte col detto monsig. Canonico, e di salutare li sigg. Professori del Seminario dopo il rev. sig. Rettore. State sano. Addio.
Coste 30 Aprile 1823

A. C.
Rispondo immantinente alla vostra del di della Pentecoste, e vi dico ch’ io non saprei di quali terzine de’ Salmi connoti fare scelta, mentre potrebbemi l’amor proprio facilmente abbarbagliare. Sapete che il traferello tiranneggia o poco, o molto tutti gli scrittori, benchè me forse meno di tant’ altri, perché gli mostro il muso, e dògli poca libertà. Ad ogni modo sono uomo anch’ io, e potrei lasciarmi sedurre dall’arti sue. È meglio che diate ad altri quest’ incumbenza, credetemi. Da Monsig. Soldati ebbi una gentilissima lettera, e ve la occludo in questa, acciò la leggiate, ed opportunamente me ne farete la restituzione. Siete al pubblico debitore di articoli, che avevate promessi, e che poscia non si videro mai comparire nel vostro Giornale. De’ versi della brava Vordoni non istampaste, che il frontespizio, impegnandovi di darne conto in altro fascicolo: cosi faceste de’ miei ultimi Sermoni. Bisogna tener dietro a’ piccioli libri, non meno che a’ grandi, e lasciar andare l’epigrametto e il sonettucciaccio, o la canzoncina di poetucci, che hanno ancora in capo il guscio dell’uovo materno. Diedi sabbato scorso al Guascone il Comento ec. del Mantovani, acciò lo scorra attentamente e facciavi sopra un articolo. Vedremo se lo farà, e come. Egli non manca d’ingegno e di abilità: basta che voglia dell’uno e dell’altra far uso saggiamente e senza protervia. Nel libro, che gli ho dato, è un protervo il censore, protervo colui, sul quale va a cader la censura: era conveniente che fosse ejusdem furfuris anche l’ estensor dell’artic. ; e tal l’ ho trovato. Ma perché non fate lavorare il valente nostro dott. Paravia, penna sicurae franca? La trista nuova della malattia del cav. Pindemonte mi andò all’anima e amareggiommela non mediocremente. Non vorrei s’avesse ad estinguere si bel luminare della nostra letteratura. Io certo raccomanderollo a Dio, perché cel lasci splendere qualche anni ancora. Non ci vedremo per ora, quando voi non venghiate quassù, ma tenete certissima la mia venuta a Treviso pel B. Arrigo. Vi commetto di riverire Monsig. Soldati, e di ringraziarlo in mio nome del compartimento ch’ egli mostra per me e per le mie canore bazzecole. Amatemi ed abbiatemi senza esitanza.
Coste 24 Maggio 1825

A. C.
Il Sonetto ch’oggi fresco, fresco vi mando, non dovrebbe parervi cattivo, e potrebbe serbarsi per l’ingresso, ed anche aver luogo nell’ elegante raccoltina, che meditate di tessere. Dal Cav. Pindemonte sarà difficile che abbiate nulla, non volendo egli più scrivere per raccolte. Fate poetare Gobbato, Tempesta, Casagrande, e qualche altro Professore del Seminario, il quale non sia in odio alle Muse. Il Paravia può farvi un buon Sonetto, ed altro può farvene il Soletti. Una dozzina fora bastante, ma bisogna avvertire che la non sia merce da intonacar sarde, essendo il Prelato, come sapete meglio di me, uomo amunctae naris, e della professione, benché più non voglia esercitarla. Io sarò costà la sera dei 2. e discorreremo di tutto partitamente. Addio.
Coste 29 Dicembre

A. C.
Dal vostro Cappellano vi saran consegnati 24 fascicoli del Giornale, cioè l’anno intero 1826, nove mesi del 27, e tre del 25. Quattro anni sono già legati, cominciando dal 22. Vorrei mi faceste legare anche il 26 e il 27. Cosi verrei a possedere i sei volumi stampati sotto la vostra Direzione. Ci vuol pazienza, se non potete continuare a mandarlomi: m’ingegnerò nel modo che m’indicate. Le belle giornate che corrono! Almeno continuassero, talchè potessi avere nella mia dimora in Venezia miglior tempo dell’anno passato, memorabile per nevi e pioggie e venti. La sera della Domenica di Settuagesima 3 venturo sarò con voi per passare a Venezia il lunedì seguente. Io sono grato all’amico Zendrini della buona memoria che di me conserva, ma mi è forza usare dell’economia parrocchiale, gittandomi nella Diligenza. Che pensiero fu mai quel suo di cacciarsi a Mestre nell’ inverno! Nel ritorno, anticipando una giornata, potrò vederlo; e già sono fermo di cosi fare. Non merita ch’ io lo abbandoni quel povero uomo dopo un’amicizia di oltre otto lustri. Non veggo l’ora d’inchinare il Patriarca. Ei restò contento della traduzione, che vorrei si potesse stampare, durante il mio soggiorno in quella città, che cosi accudirei io stesso alla stampa. lo sto bene, ma non sono al tutto libero da tosse. Credo che questa siamisi fatta nell’ inverno compagna indivisibile. Addio.

Coste 25 Gennajo 1828

Il vostro affettuosiss. Amico
ANGELO DALMISTRO

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14 Apr 2014

Lancillotto Maria Renier Provveditore sopra il Veterinario Instituto

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Da Della agricoltura nel Padovano leggi e cenni storici: Opera premiata, Volume 2 Di Andrea Gloria

1063. (30 Maggio 1774). — Regole stabilite dagli Illustrissimi ed Eccellentissimi signori Proveditori sopra li beni inculti e Deputati all’Agricoltura per la publica Scuola Veterinaria, ossia della medicina degli animali, instituita dall’ Eccellentissimo Senato col Sovrano Decreto del dì nove Settembre 1773, e con altre susseguenti, nella Città di Padova, approvata dall’ Eccellentissimo Senato con Decreto dell’ 11 Giugno 1774.
1.° In questo Veterinario Instituto, che ad oggetto di esatta disciplina, di sicura custodia, e di più metodico e sollecito ammaestramento degli scolari si stabilisce in forma di Collegio, saranno ricevuti, instituiti ed esercitati non solamente gli alunni che vi verranno inviati da qualunque luogo dello Stato, ma anche gli esteri che vi volessero apprendere l’importantissima arte medica dei bestiami, e verrà formalmente aperto nel primo giorno del prossimo Ottobre, in cui vi si darà principio al Corso metodico delle lezioni ed esercizj dell’arte medesima.
2.° Affinchè i detti alunni siano di quella età che rendesi la più opportuna a potersi esercitare, ed agevolmente apprendere la teoria e la pratica di tal genere di medicina, resta stabilito che non vi si abbiano a ricevere più giovani di anni 16, né più adulti di anni 24.
3.° La somma che dovrà essere corrisposta al Direttore della Scuola per ciascuno scolare resta fissata in ducati centoventi all’anno, da lire 6 e soldi 4 per ducato, e mediante quest’annua corrisponsione saranno mantenuti di vitto, di vestito uniforme, di lumi e di fuoco a’ tempi di bisogno, dovendo avere l’ alloggio fisso dentro il luogo della Scuola, e tutti gl’ insegnamenti e lezioni gratis.
4.° L’uniforme per tutti gli alunni sarà doppio, cioè uno per l’inverno, un altro per l’estate , e consisterà in cappello, abito, sott’ abito e calzoni di buona e decente qualità, del quale però non faranno uso che nelle sole occasioni specificate nell’articolo 28. Sarà esso uniforme di colore oscuro , con bottoni di metallo dorati, e modellati con marca distintiva dell’ Instituto, onde tale eguaglianza di vestito, oltre al conveniente decoro, serva anche alla necessaria loro concordia. Ma li due giovani però ivi mantenuti a publiche spese per alunni assistenti del Professore avranno nel loro uniforme qualche segno di distinzione, secondochè da esso Professore, con partecipazione e dipendenza dal nostro Magistrato e Deputazione, sarà fissato. Avrà inoltre ciascuno scolare per suo uso ordinario quotidiano, dentro il luogo della Scuola, un sopravestito, ossia veste da camera, sì per l ‘ una che per l’altra di detta stagione, simili di colore e qualità all’ uniforme stesso.
5.° Tutti gli allievi dovranno in ciascun anno, e quando dal Professore si crederà opportuno, dar saggi in publica assemblea dei progressi che avranno fatti nel corso del loro studio; e per infervorarli ad un’utile emulazione si stabilisce che, avuto riguardo al numero degli scolari, sia dispensato uno o due o più premj a quello o a quelli che, a giudizio del Professore medesimo, più degli altri si saranno distinti, e ne saranno meritevoli.
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13 Apr 2014

delle dodici ottave di Giovanni Renier per le nozze di Bartolomeo Caffo e Matilde Andretta

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    PEL GIORNO DESIDERATO
    IN CUI SI FESTEGGIANO LE APPLAUDITE NOZZE
    DEL NOBIL SIGNORE
    BARTOLOMEO CAFFO
    COLLA SIGNORA
    MATILDE ANDRETTA
    DODICI OTTAVE
    DELL’ARCIPRETE GIOVANNI RENIER
    AL NOBIL SIGNORE
    NICOLO’ CAFFO
    PADRE DELLO SPOSO

Lasciata la cura del comporre i pochi versi, che v’offriamo stampati, al fratel mio D. Giovanni, quali poté dettarli tra l’ impaccio delle nuove sue occupazioni, desiderai d’ esservi anch’io ricordato in un giorno certamente a voi fausto , io che legato alla vostra famiglia per tanti motivi d’amicizia e di gratitudine, sento nell’anima ogni vostra contentezza. Guardando meglio all’ intenzione degli offerenti che alla povera offerta, fate di porger voi stesso alla Sposa, che diventavi figlia, le poche ottave con che li fratello manifesta un sentimento duraturo nel suo cuore quanto la vita, un sentimento per lui fonte inesausta di care emozioni. Voi che lo amate sinceramente e ne siete riamato, gradite altresi l’affetto rispettoso

Di Vedelago li 10 febbrajo 1844
Del vostro amico e servitore
P. Antonio Renier Arcipr.

    ALLA SPOSA
    OTTAVE

I.
Del Creatore nell’arcana Idea
Era lo spirto che al tuo fral è vita,
Quand’ io , Matilda , un angiol conoscea
Fra le blandizie dell’ età fiorita,
Un angiol di virtute che mi fea
Puntello alla solinga alma smarrita;
E tosto il nostro affetto fu sembiante
Al caldo affetto d’ una coppia amante.
A lui tutti del cor gli avvolgimenti
Disnodai da quel dì senza mistero,
Tutti del tardo ingegno i tentamenti
Al suo gran senno sommettea sincero;
Ed ei ne’ malagevoli cimenti
Traeami in cerca dell’ eterno vero,
E a’ voli della mente repentini
Sicuri ed alti prescrivea confini.
In cotal d’ amistà vicenda lieta
Della mia gioventù corsero gli anni:
Il suo consiglio a’ miei pensier fu meta ,
Il suo cor lenimento a duri affanni.
Mi amò nel dì che l’ anima inquieta
Tremò la possa di nemici inganni,
Siccome allor che la materna stella
Del procelloso velo escìa più bella.
Ed io pure, o Matilda, io pur l‘ amai.
Quanto puossi quaggiù cosa mortale,
E ramingo e lontano a lui tornai
Mille fiate dell’ amor sull’ale
Quando bersaglio d’ infiniti guai
Nel mezzo del cammin giacque il suo frale,
E piagato nel cor da’ mali sui
Nella veglia e nel sonno era con lui.
Perdon se a’ fiori, ond‘è il tuo capo adorno,
L’ amico intreccia una ghirlanda mesta:
La beata memoria in nessun giorno
Non fia di un caro genitor funesta.
Ei nudo spirto aleggia a te d’intorno,
E allevia il duolo delle Madre onesta,
Che rammentando il ben che le volea
L‘ alma commossa in quel pensier ricrea.
Io ne vagheggio il placido sembiante,
E il vivid’occhio che ne’ tuoi riposa
Come nel dì che tenero e festante
Giurava fede alla diletta sposa,
E parmi udirlo di parole sante
Paternamente con voce amorosa
Ammonirti cosi, poi che il grand‘ atto
Compiuto fia dell’infrangibil patto:
O figlia che nascesti un dì secondo
Conforto delle mie nozze terrene;
Dopo il dolce de’ tuoi bacio giocondo,
Invisibile i’ pur plaudo al tuo bene;
lo cittadino di più lieto mondo
Scesi dalle celesti aure serene
A benedire il tuo connubio santo,
E passar questo giorno a voi da canto.
Vanne scorta da lui che primo amasti,
Vanne all’eletta marital tua sede,
E qual fanciulla il cor bianco serbasti,
Consorte integra ognor serba la fede,
Serbala in mezzo de’ costumi guasti,
Ché Dio, l’onore, e il genitor tel chiede,
Mille ti vincan donne in leggiadria,
Ma null’ altra di te più casta sia.
E amor governi ogni consiglio, amore
Che muove di lassù dove m’indio;
Benedetta da lui che appura il core,
E i voli infrena dell’uman desio,
Trarrai felici queste rapid’ ore
Accanto al figlio dell‘ animo mio,
Ed in breve stagion diverran tuoi
Gli affetti santi de’ parenti suoi.
Or nel materno sen versa l’ estreme
Lagrime che t’imperlan la pupilla,
Dolce sfogo dell’anima che geme
Àll’influir della terrestre argilla;
Io ritorno beato alle supreme
Contrade ove la dia luce sfavilla,
Ma lo sguardo terrò fiso dal cielo
A te ravvolta nel corporeo velo.

II.
Tal mi fingo, Matilda, il caro accento
Di lui che amava tanto e piango ancora.
Egli forse sorride al mio lamento
E la vita di sua prece m’ infiora,
Finchè là sulle vie del firmamento
sorgere i’ vegga la celeste aurora,
E ragioni on lui della tua sorte,
De’ figli, e della vedova consorte.
Tu, cui tutto quaggiù sparso è di rose,
Vivi felice del tuo primo affetto,
E quando spunterà dalle amorose
Maritali delizie un pargoletto,
Gli sia dato, al versar delle pietose
Acque, dell’ avo il nome benedetto,
Che il padre ti rimembri, e la memoria
Di sua modesta immacolata gloria.

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05 Apr 2014

del Bucintoro descritto da Giustina Renier

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bucintoro
Il Bucintoro , Di Francesco Dall’Ongaro
Il Bucintoro, per quanto ricco e solido fosse, non poteva durare eterno; nè i maestri dell’Arsenale che dovevano rinnovarlo, erano obbligati a conservarne la struttura e la forma. Quindi passato un certo periodo d’anni, che può immaginarsi di un secolo, si ricostruiva secondo la moda e la maggior perfezione dell’ arte. Prese quindi la forma di una galea a due palchi, uno de’ quali era riservato a cento e ottanta liberi remiganti, che a quattro a quattro maneggiavano i lunghi remi listati di porpora e d’oro. Poi si tornò alla forma anteriore , come apparisce da certe pitture del 1500; per ripigliare un’ altra volta la struttura abbandonata, alternando il buzo a rimorchio colla trireme, che durò fino al fine.
L’ultima fu costrutta nel 1722 dall’ Architetto navale Michele Stefano Conti. Non meno di sei anni durò la fabbrica, tanti erano gl’ intagli e le statue, condotte e dorate da Giovanni Adami e Antonio Corradini. Di questa rimangono memorie e descrizioni più diffuse ed autentiche. La gentildonna Giustina Renier, nelle sue Feste Veneziane cosi lo descrive, quale ha potuto vederlo e ammirarlo prima che fosse dato alle fiamme. Citiamo le sue parole ad onor della donna che fu detta l’ ultima veneziana, e ad illustrazione dell’opera che meriterebbe di essere più conosciuta e più letta.
“Lunga 100 piedi e larga 21, in due piani distinguevasi que‘ sta reggia galleggiante sull’ acque. Nell’ inferiore stavano i remiganti; il superiore poi coperto di velluto cremisino, ornato di frangie, galloni e fiocchi d’oro, formava un salone di tutta la lunghezza del naviglio. Il salone innalzavasi verso la poppa, in capo alla quale trovavasi un apposito finestrino, da cui il principe gettava l’ anello in mare. Questo pertugio stava dietro la ricchissima sedia del doge , collocata sopra due gradini. La poppa rappresentava una Vittoria navale co’ suoi trofei. Due bambini sostenevano una conchiglia e formavano il baldacchino ducale. Sì dall’ una parte che dall’altra del seggio eranvi due figure rappresentanti la Prudenza. e la Forza, volendo significare con ciò , che la mente ed il braccio sono i veri sostegni del principato. Vicino ai gradini erano i sedili anch’essi magnificamente apparecchiati ad uso del patriarca , degli ambasciatori, della Signoria e de’ governatori dell‘ arsenale. Per indicar poi, che mediante la coltura delle scienze e delle arti un popolo potente si acquista maggior considerazione ed accresce la sua felicità, la parte di questa sala che serviva come di tribuna al trono, era coperta di bassorilievi dorati , fra i quali distinguevasi Apollo in mezzo alle Muse, di cui il Bucintoro poteva a ragione essere riguardato come il tempio. Sulle pareti di tutto il restante vedevansi, pure in bassorilievo , le Virtù‘ e quelle Arti che servono alla costruzione de‘ vascelli, non che quelle che ricreano lo spirito da gravi cure occupato, come sono la pesca, la caccia, e simili; il tutto distribuito con isquisita eleganza, resa più cospicua dalla somma profusione dell’oro. Il numeroso corteggio del Doge era in questo caso accresciuto da’ forestieri più illustri, che ambivano l’ onore di essere del seguito del principe. Essi misti ai magistrati occupavano le due ale della sala, ora stando seduti sopra le panche, ora godendo la vista dello spettacolo, affacciati a qualunque delle quarantotto finestre, ond’ erano traforati i fianchi del naviglio. Sulla prua la statua colossale della Giustizia, dea tutelare di ogni ben ordinato governo, attraeva a se gli sguardi de’ sudditi della repubblica, che ne facevano giulivi l’applicazione. In fine riguardando il complesso del Bucintoro potremmo dir francamente, che giammai forse la publica maestà si scelse un albergo più degno di questo; né per la via de’ sensi essa instillò mai negli animi tanta venerazione di sè, quanto allorché si accoglieva fra l’ oro e fra la pompa di si portentoso naviglio.”

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08 Mar 2014

commissione del doge Paolo Renier ad Andrea Da Mula eletto podestà di Bergamo

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Venezia, Biblioteca del Museo Correr,
Description: 1785-06-08 · mm 219×156. Decorazione: 1785; miniatura a tutta pagina costituita da scena, dipinta con tecnica mista, entro cornice d’oro sagomata, ad effetto tridimensionale, provvista di foglie d’acanto argentee. Nella parte superiore del settore centrale, contro sfondo luminoso, Vergine con Bambino e S. Andrea, inginoccchiato sulla sinistra, che regge grossa croce lignea. In basso, oltre la cortina di nubi cui si sovrappone una testina di putto alato, Andrea Da Mula, togato in rosso con parrucca e guanti bianchi, inginocchiato su cuscino blu con decori dorati; incrocia lo sguardo del santo omonimo e indica il leone di S. Marco, alato, appoggiato a sinistra, sullo scudo recante stemma della famiglia Da Mula. Legatura: 1801-1900; Possessore: Zoppetti, Domenico (Pavanello, 117-121). Luogo di copia: Venezia. Autore: Renier, Paolo (Da Mosto, 517-531). Titolo elaborato: Commissione del doge Paolo Renier ad Andrea Da Mula eletto podestà di Bergamo.
commissione andrea da mula

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01 Mar 2014

casa Odoni, già proprietà di Adriana Renier Zannini

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casa odoni
Da Delle Inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da Emmanuele Antonio Cigogna, vol. 3
Andrea Odoni era figliuolo di questo Rinaldo q. Girolamo, e fino dal 1517 lo troviamo nel pubblico magistrato col titolo di Cogitore alle Razon nove. Racconta anzi il Sanuto nel vol. XXIV p. 534. 535.. e xxv. p. 202. de’ suoi diarii che accusato l‘ Odoni di aver derubato un libro e de’ danari del suo officio fu messo sotto processo. ma poi venne assolto: Ecco le parole del Sanuto: Adi primo settembre 1517. In questa mattina la Quarantia Criminal si redusse in Colegio dove intravene il principe con la Signoria per il caso che Francesco Bolani olim avogador ha voluto il consejo per prender de retenir uno Andrea di Odoni qual … e questo perché havia uno libro di Ioficio di le raxon nuove quando fo lincendio di Rialto et lo avia a caxa. item rompe la cassa di loficio tolse da ducati 400 in zercha banche poi li desse a quelli signori all’ ofizio, et in questo intravene Francesco Zio scrivan, a casa del qual dito avogador mando li capitani a farli zerchar libri ec. butando zoso porte e lui Francesco Zio (di cui era l’Odoni cogitore e nipote) vene in colegio a dolersi per il che dito avogadar poi narra il caso e leto le scritture per aver intromesso tal materie messe chel dito Andrea di Odoni fusse retenuto e non potendo aver chiamato ec. ( e cosi fu preso) — Adi 16 febraro 1517/8 Andrea Odoni cogitor a le raxon nove fo absolto con gran vergogna del prefato avogador Bolani. Andrea ebbe eziandio un offizio al Dazio del Vin, leggendosi nello stesso Sanuto ( vol. L.. p. 52 ) adi undici marzo 1529. In questa matina in Rialto al pubblìco incanto per li provveditori al Sal fo delivra li altri 12 carati dele rive di grossi per anfora qual compro’ Andrea di Odoni scrivan al Dazio per ducati 9250 per Justinian Contarini, Zuam Tiepolo, et Piero e Bortolo Loredan tutti tre parcenevoli di una nave. E nel volume LVI p. 454, dicesi che nell’agosto 1532 fu scelto Andrea di Odoni da Pietro Orio aiutante nell’ abbocatura presa da questo patrizio del Dazio del Vin — Divenne con questi impieghi. e con le ricchezze portate da’ suoi maggiori, famoso Andrea per magnificenza di trattamento, per eleganza di vivere, per copia di belle cose, come la stessa epigrafe accenna.
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22 Feb 2014

commissione del doge Paolo Renier a Francesco Morosini eletto podestà di Bergamo

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Venezia, Biblioteca del Museo Correr,
Description: 1779 · mm 215×150. Decorazione: 1779; miniatura a piena pagina: in alto tra le nuvole Madonna con Bambino e san Francesco; in basso destinatario con leone marciano e stemma Morosini. Legatura: 1779; Possessore: Morosini Gatterburg. Luogo di copia: Venezia. Destinatario: Morosini, Francesco (podestà di Bergamo nel 1779). Autore: Renier, Paolo .
commissione francesco morosini

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15 Feb 2014

il bailo di Costantinopoli Paolo Renier sopra il commercio tra la Rep.ca di Venezia e la Russia

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Il Commercio Veneto. Dispaccio n. 29.
Ser.mo Principe, quando seppi, che una Potenza dell’Asia come la Russia, non avesse già tre anni in Europa se non che una estrema Provincia, cioè l’Ucraina, e un piccolo Territorio chiamato la minore Servia, e che ora la veggo dominatrice in Europa, e sul Mare, e sulla Terra, restar padrona di Stati opportunissimi per formar la ricchezza propria, e distendere il Commercio, tanto più, quando la veggo avvicinarsi a Popoli quasi tutti inclinati ad essa per motivo di Religione; il mio tenue intelletto mi forza a credere, che un tal aumento così rapido, e così esteso debba eccitare la vigilanza di tutti li Principi, ed esercitare prudenti avvertenze, le quali avvertenze non intendo a V. Serenità di estendere sulle cose politiche, ma sopra il Commercio. Non posso dissimulare pure una mia lusinga, che se VV. EE. faranno uso di lor Virtù, e di lor Sapienza nel piantar bene il grandissimo affare nel Commercio, potrebbe accadere che la Corte di Petersburg non fosse aliena di commerciar con Venezia; pare, che i Moscoviti dopo la Pace dovrebbero avere ritrosia minore di unirsi in Commercio a’Veneziani, li quali non li possono adombrare rispetto alle forze di quello con Francesi, Austriaci, Inglesi, e Olandesi, che gli faranno sempre la guerra, e sull’ingrandimento maggiore degli Stati, e su quello del traffico.
Ma per ottenere un tale futuro bene, possibile a mio umilissimo giudizio, non basterebbe condurre quella Corte a una Commerciale Convenzione, ma bisognerebbe ridurre il Commercio di Venezia a libertà, e facilità maggiore rispetto ai Dazi Mercantili, e sciogliersi dalla molteplicità degli ordini Ministeriali, che sono li Trabocchetti, che paiono a bella posta inventati per uccidere il traffico d’una Nazione, perché questi singolarmente rubano a’Mercanti il tempo, e li denari e per conseguenza tolgono a questi il mezzo, e il fine per cui esercitano quel Mestiere. Sicché si supponga, che se anco nascesse fra due Nazioni un Trattato di Commercio, come non vi è Autorità Sovrana, che comandare possi ad Uomini liberi, come sono li Mercanti, girare i loro Capitali nel prescritto modo, ne succederebbe, che quando non trovassero il loro conto di eseguire convenute cose, si renderebbe affatto inutile la Convenzione, e le altre Nazioni approfitterebbero di questa grandissima utilità. Una qualche cognizione di questa materia acquistai da molte letture di Carte Pubbliche, avendo quando ero in Vienna ragionato con il Ministro Russo di questo stesso argomento, al vedere il grande cambiamento delle cose presenti, che tolgono queste difficoltà, che si consideravano insuperabili, senza però farne l’esperimento, e finalmente trovandomi in questa Capitale, la quale dopo la Pace sarà il primo Centro delle Merci. Grazie.
Pera di Costantinopoli 17 Aprile 1772. Polo Renier K. Bailo. A. S. Ve, Disp. Amb. Cost. F. 215.

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15 Feb 2014

di Cerigo, del commercio di vino e del Generale Orlow, dispaccio del Bailo di Costantinopoli Paolo Renier

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Cerigo; il commercio del vino; il Generale Orlow. Dispaccio n. 14.
Ser.mo Principe, questo Ambasciatore di Francia Marchese di Saint Priest mi lesse una Lettera scritta dal suo Console in Cerigo [le isole di Cerigo e Cerigotto erano gli avamposti della Repubblica a Levante, poste fra Creta e il Peloponneso], la quale significavagli la praticata violenza di alcune Barche Itacciote, che avevano fatto delle rapine, ed insulti ad alcuni Bastimenti Francesi, derubando gli effetti, ed offendendo le Persone; tanto più che la poca Milizia Veneta che trovavasi a Cerigo alla disposizione di quel Provveditor non introducevano speranza ragionevole che fossero frenati.
Dopo che l’Ambasciatore mi diede le significate Carte, con li modi li più politi, perché propri del suo carattere; credetti di rispondere, che la Carica Generalizia da Mar lo aveva già prevenuto, perché il Capitanio delle Navi Cav. Angelo Emo era stato comandato, e avea gettato a fondo alcuni di questi Legni, e che avrebbe cessato di scorrere quelle Acque per eseguire la volontà Pubblica, che il Commercio sia libero, e sicuro, che ne era stata eseguita la esemplare giustizia nel Zante…
E’ solita questa Carica di mandare ogni anno alla Porta un Firmano per introdurre il Vino bisognoso alla nutrizione della numerosa Famiglia; Firmano che si rende necessario; essendo il Vino dalla Religione Ottomana proibito, non lo lasciano entrare, se non per grazia speciale in una determinata quantità, concessa ad uso de’Forastieri Ministri. Rendendosi tanto più necessario, quanto che di questo tal requisito molto si penuria, ed è salito a somma altezza di prezzi, dimandai alla Porta la solita permissione, la quale mi fu tosto accordata. Come non ci erano in questa Porta Veneti Bastimenti, e che supposto anche che ne fossero stati, per cosa di mio uso particolare non avrei voluto offendere neppure in minima parte l’interesse Mercantile, che reputai sempre interesse di una Nazione; pensai pure che il far uso di que’Legni Turcheschi per spedirli al Tenedo, Luogo solito, in cui si fa la provvisione de’Vino, nelle circostanze di que’siti sarebbe stata cosa troppo azzardata per il mio interesse, e troppo inumana per quelli, che andavanci, si esponevano a un manifesto pericolo.
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25 Gen 2014

commissione del doge Pietro Lando a Andrea Renier eletto podestà e capitano di Treviso

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commissione andrea renier
Commissione del doge Pietro Lando a Andrea Renier eletto podestà e capitano di Treviso
Descrizione: 1543-02-20 . “Data in nostro ducali palatio die XX februarii indictione prima MDXXXXII”, more veneto. Pagina incipitaria tutta miniata, racchiusa da cornice bordata di arancio a sfondo bruno con tralci vegetali e floreali nella parte superiore e cavalli, armi, corazze e vasi eseguiti a chiaroscuro dorato nella parte inferiore; sulla metà di ciascun lato ovali che raffigurano: in alto Maria con il Bimbo addormentato in grembo, a destra Sant’Andrea, a sinistra San Liberale e in basso scudo con blasone della famiglia Renier entro una cornice appesa, sullo sfondo paesaggio montano; all’interno della cornice lo spazio è stato tripartito orizzontalmente: in alto, entro ovale, leone di San Marco andante con il libro chiuso, al centro due delfini opposti incorniciano l’incipit in capitali dorate su campo rosso e in basso entro un grande cartiglio prosegue il testo; attribuibile al Maestro T.o Ve. Legatura: 1543 (cornice formata da due coppie di filetti dorati delimitati da filetti a secco, al centro dello specchio in corona circolare è impresso il nome del destinatario sul piatto anteriore e la data della commissione su quello posteriore); assi in cartone; pelle di capra, zigrino, marocchino, lato pelo; decorazione della coperta: a secco, in oro; tracce di lacci in seta; tagli dorati.
da Biblioteca del Museo Correr

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19 Gen 2014

epigrammi di Giovanni Veludo, dal libro “Api e Vespe” scritto insieme ad Adriana Renier Zannini

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giovanni veludo
da Api e Vespe, libro di Epigrammi ed Apologhi scritto insieme a : Adriana Renier Zannini, Luigi Carrer, Giuseppe Capparozzo, Pietro Canal, Bennassù Montanari,

EPIGRAMMI

Di fama dà tuoi scritti avrai disagio:
Se autorità vuoi far, stampa sul plagio.

Io per l’onor combatto, e tu per l’oro,
Alcon disse a Lindoro;
E questi: in verità
Ciascun di noi per quello che non ha.

Largo, tu dici, a perdonar son io,
E questo, e quello, e il come, e il quanto oblio.
Ma, Crispo, i detti tuoi non son ricordi:
Dimenticando, assai bene ricordi.

Dotti ambedue, ma di contrarie voglie,
Sepolti giaccion qui marito e moglie.
L’uno mai non stampò, perchè pensava,
L’altra senza pensar sempre stampava.

Non conoscendomi,
Tu chiedi a prestito
Oro da me.
Io conoscendoti,
Non voglio a prestito,
Dare oro a te.

Antichi addobbi, e mente progressiva?
O tempi! o vita morta! o morte viva!

Conosco la moral, dici, e non erri;
Anche i ladri conoscono gli sgherri.

La bocca apri; e il tuo naso, al sol se stia,
Sui denti mostrerà che ora sia.

Marco, qui giaci; ahi, quanto sfortunato,
Due diversi becchini ad aver nato!
L’un seppellì le tue terrene some,
Colla biografia l’altro il tuo nome.

Di quanto scrivo a intendere
Sempre ho le lodi tue?
Un poco almen censurami;
Così saremo in due.

Nulla mai lodi, e in tutto sei mordace;
A niun potrai piacere, se ognun ti spiace.

Nasciam piangendo: sentenza trita
Ne vien, che danno sia nostra vita,
Ragione avrebbe chi questo disse,
Ove ridendo ciascun morisse.

Nudo qui venni, e nudo irne pur deggio,
Che faticar, se nudo il fine io veggio?

Vestir di favole
Sempre la storia,
Cavare aneddoti
Dalla memoria,
Chiami facondia?
Di’ non sapere
Che sia tacere.

Ecco al bacio arride il sole:
La parola è proferita.
Pur di darmelo ti duole;
Lo conosco: sei pentita.
Ma se allor, che l’hai promesso,
Io l’avessi anticipato,
Te l’avrei pur oggi stesso
Fedelmente ritornato.

Da La commemorazione di Giovanni Veludo (1811-1890) di Jacopo Bernardi

Onesti, ma non ricchi i parenti di Giovanni Veludo: Giuseppe il padre, Anna Calogeropulo Corcirese la madre sua. Traevano da negozii provvidamente esercitati il modesto e civile e pulito sostentamento. Apparteneva a quella colonia greca che il governo di Venezia per fini politici sì, come fece con la dalmata e con l’armena, ma ad un tempo per sentimento di antica fratellanza accarezzava, elargendole e soccorsi, e protezione, e privilegi, e singolari dimostrazioni di onore. Ciò ch’ebbe largamente a dimostrare con la maggiore sicurezza di erudizione il giovane Veludo nei Cenni sulla colonia Greca Orientale editi nel volume primo, parte seconda dell’opera: Venezia e le sue Lagune offerta in dono agli scienziati qua convenuti da tutta Italia, alla cui compilazione erano concorsi gl’ingegni più eletti che vantasse allora la nostra città. In questa Memoria il Veludo con amorevole accuratezza descrive la fondazione e i progressi di quel collegio che, instituito dal Corcirese Tommaso Flangini, n’ebbe anche il nome e poscia la eredità, dove “scienze e lettere non meno latine che greche”, per confessione dello stesso Veludo, “erano apprese per eccellenza”; al quale, per la grande reputazione in che era tenuto, la Grecia di continuo mandava a educare i propri figliuoli.
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17 Gen 2014

del sequestro d’una Barca buranella, e d’una Tartana chioggiotta, lettera dell’Amb.re a Vienna Paolo Renier

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Sequestro d’una Barca buranella, e d’una Tartana chioggiotta. Dispaccio n. 116.
Promemoria fatto tenere dall’Ambasciatore di Venezia Polo Renier al Principe di Kaunitz.
Trovandosi fornito dall’Ecc.mo Senato di pubblica Commissione, egli è nella non piacevole, ma indispensabile necessità di significare al Principe di Kaunitz le cose seguenti con la sicurezza, che con il di lui riputatissimo mezzo verranno esse tosto a notizia dell’Augusta Imp.ce Regina, ed indi accolte, ed esaudite dalla ben nota sollecitudine del di Lei animo, e da quella costante amicizia che mostrò in varie occasioni verso la Serenissima Repubblica, la quale con ogni studio, e con la più attenta cura gli fece conoscere non solo in quanto pregio tenesse la Imperiale e Regale benevolenza, ma quanto anco ne fosse diligentissima cultrice.
Nella notte del 6 di 7bre cadente pescava una Veneta Tartana nel mezzo a quella parte del Golfo, che dalla Punta Grossa di Capodistria si estende a quella di Grado, ch’è lo stesso dire, molte miglia distante da Trieste; e per conseguenza detta Tartana pescava in acque che sono d’indubbia ragione del-la Ser.ma Repubblica. Questa Veneta Barca, non custodita se non che da quei pochi Pescatori, che confidati dalla sicurezza di que’siti mai più turbati, esercitavano il loro laborioso mestiere, fu assalita a sorpresa da una Triestina Barca, armata di 15 Uomini, arrestando il Direttore, che era un tal Felice Bellemo, e conducendolo nelle Carceri di Trieste. Tale violento trapasso non può avere nessun ragionevole fondamento, se non quello di un cieco, e smoderato desiderio di alcuni pochi particolari, i quali avendosi riscaldata l’immaginazione, di trarre immensi profitti dalle tre Tonere di recente introdotte in Trieste, vedendo forse, che l’effetto non corrispondeva alle loro mal concepite, ed illimitate speranze, divennero li Soprafattori, e cercarono d’invadere con violenza le cose altrui, affine che le loro lusinghe non fossero vane. Essendo dunque il sovradetto trapasso venuto, per indubitabili notizie, a cognizione dell’Ecc. Senato gli produsse nell’animo dello stesso moltissima dispiacenza, ed amareggiamento. Ciò che gli tempera il concepito dolore si è d’essere certissimo, che tale violenta azione non sia proceduta per comando di questa Corte, ma unicamente per arbitrio di taluni, che a Trieste si trovano, e che male eseguiscono le rette, e giustissime azioni della Augusta Imp.ce Regina.
Come l’Ecc. Senato stabilmente si propose nell’animo di dare argomenti di perfetta amicizia alla Imperiale e Reale Persona di Sua Maestà, e perciò di tenere con sommo studio lontane tutte le occasioni, che turbar potessero, a fine di non generare una certa dispiacenza dell’animo di Sua Maestà, l’Ecc. Senato aveva differito di avanzare le necessarie rimostranze per un altro violento trapasso succeduto in Agosto nella retenzione nelle Carceri di Trieste altri tre Sudditi di Burano, che erano bensì Pescatori di professione, ma che unicamente sotto la confidenza di buona amicizia erano entrati in Trieste per acconciare la propria Barca resa sdruscica dalla borasca, né pescato avevano vicino a quel Porto. Ora, che del fatto insorge la reiterazione degl’atti ostili, e violenti, che crescono sempre più, com’è proprio di tal natura di cose umane non represse ne’suoi principii, quindi il Veneto Ambasciatore non può dispensarsi per comando della Ser.ma Repubblica di non fare le più forti doglianze, e sopra il primo, e sopra il secondo fatto accaduto, piantate queste sulle inconcusse basi di giustizia, di equità, di amicizia, e di buon vicinare; dimandando per un trapasso così violento praticato con un aperto arbitrio, non solo la disapprovazione della Maestà Sua, ma anco congiuntamente il castigo de’rei Ministri, ed inoltre la sollecita liberazione dalle carceri di quei Sudditi Veneti, che restarono oppressi da una sì ingiusta, e violenta azione, come pure la restituzione di quegl’Effetti, che gli furono a forza levati, ed al risarcimento de’danni, che dovettero innocentemente soffrire.
Confida questo Veneto Ambasciatore che l’acclamata equità di questa Augusta Imperatrice Regina, non solo esaudirà le giuste dimande fattegli, e l’amicizia fra l’Imperiale e Real sua Persona, e la Ser.ma Repubblica, rilascerà Essa a quei suoi Sudditi ordini così autorevoli, e risoluti, in maniera che non abbino a nascere in avvenire inconvenienti di tale natura, che rincrescono a Lei, e che portano grave e indebita molestia all’Ecc.mo Senato; a che il Veneto Ambasciatore conferma al Principe di Kaunitz la moltissima sua stima, e considerazione.
Polo Renier Amb.re. Vienna 3 Ottobre 1767

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05 Gen 2014

di Federico Renier Senatore e dei figli Luigi (procuratore di s. Marco de Citra) e Bernardino

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da Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da Emmanuele Antonio Cigogna, vol. 2
Iscrizione sull’altare Renier nella Chiesa della Madonna dell’Orto – Venezia:
FEDERICO RHENERIO PATRI I SENATORI AMPLISSIMO ET I ALOYSIO FRATRI PROCVRATORI I SANCTI MARCI I CLARISSIMO BERNARDINVS I VTRIVSQVE AMANTISSIMVM I M.D.L.X.
Federico Renier ebbe a padre Luigi q. Francesco, e a madre Elisabetta Contarini di Paolo. Fino dal 1511 era rettore alla Canea, nel qual anno a’ 14 di maggio fece la solita relazione delle cose operate al Senato. Nel susseguente 1512 fu uno de’ cinque patrizii eletti a udire coloro che pretendevano di aver delle ragioni sopra l’ Isola di Andro. Avvogador di Comun, e provveditore sopra la rinnovazion delle fabbriche in Rialto, che un orribile incendio avea distrutte, fu nel 1514. Del 1516 Savio di Terraferma, e poscia podestà e capitanio di Crema. Sue lettere al Senato dell’ Aprile e del Dicembre 1518 dan ragguaglio della vigilanza sua onde fossero eseguite le spianate attorno alla città di Crema, e come fece decapitare segretamente Girolamo Benvenuto cavalier de’ primarii per avere ammazzato o fatto ammazzare uno della famiglia Zurla; segretamente, sia per annuire a le istanze de’ parenti, sia anche perhè essendo il Benvenuto de’primi della terra, e non essendovi fanti in Crema il Renier dubitava non li parenti stessi il togliessero dalle mani della giustizia nell’atto di condurlo pubblicamente al patibolo. Tornato da questo reggimento nel Marzo 1519 riferì, come il solito, ciò che aveva operato. L’anno medesimo discutendosi in Senato se fosse, o no, d’ accordare la grazia chiesta da’cremaschi di fare un mercato di biade nella lor città tre giorni per settimana , Andrea Gritti procuratore era per la negativa perché le biade avrebber potuto esser rubate, tratte da di là. portate in Bergamasca, e poi nella Germania; ma Federico Renier sostenne le istanze de’cittadini riflettendo non esservi pericolo alcuno di trasporto, ed enumerò i meriti de’ Cremaschi, de’quali durante la guerra d’allora eran morti ventiduemila uomini per la pestilenza, e che quel Territorio quando è buona annata raccoglie biade per tre anni ec. di maniera che fu preso di annuire alla domanda. Fu di nuovo eletto avvogador di Comun nel 1524 e nel 1525 avvogador estraordinario, essendo in questo anno concorso ad un generale prestito messo dalla repubblica per far fronte ai propri bisogni. Podestà a Verona era nel 1530-31. Fu poi e del Consiglio di X, e capo di esso; indi Censore, e nel Maggio 1533 inviato a Milano per conoscere su alcune differenze che vertivano intorno al fiume Oglio. Di queste cose tutte fa fede Marino Sanuto ne’Diarii manuscritti da me consultati negli anni sopraindicati. Eletto poi nel 1534 a Sommo pontefice Alessandro Farnese col nome di Paolo III fu il Renier uno degli oratori mandati a congratularsene (Morosini T. I.p. 401. ). In patria Savio essendo del Consiglio fu di quelli che nel 1536, attesi i movimenti di guerra che Solimano faceva. e nella incertezza de’Senatori se mirassero all’oggetto di offendere la Repubblica, persuase doversi fare gli apparecchi necessarii per sostenere la guerra; cosa testificata anche dal genealogista Cappellari , il quale poi errò nel dire che del 1551 resse di nuovo Verona qual capitanio, imperciocchè mori del 1542 di Ottobre come ne’ Necrologi Marciani. Era Cavaliere , ordine datogli probabilmente dal Pontefice.
Luigi Renier figliuolo del detto Federico q. Luigi fu uomo di stato de’ primi, e senatore cospicuo; imperciocchè trattandosi in Senato nel 1538 se si dovesse abbracciare la pace da Solimano esibita, o se si dovesse rigettarla e sottoscrivere invece alla lega con Paolo III e l’ imperator Carlo V contro l’ Ottomana potenza, di quest’ultimo partito fu il Renier con altri uomini chiarissimi e ragguardevoli per età e per esperienza, al dire dello storico Morosini ( T. I. p. 491 ); il perché il partito del Renier prevalse di far la guerra a Solimano. Vedi anche i Commentarj mss. di Antonio Longo lib. I. Seppe in Costantinopoli nel 1550 comporre collo stesso Solimano le differenze che vertivano intorno ai confini , e furono con ciò restituiti alla repubblica quarantanove villaggi del territorio di Zara, i quali eransi dapprima occupati da’ Turchi . Fu cotanto grata al Senato la virtù e la prudenza in questo fatto adoperata dal Renier, che oltre alle Iaudi dategli, il volle destinare al reggimento di Candia col titolo di Duca ( Morosini T. Il. 14. Cornaro Creta T.II. p. 425) . A Solimano tornò ambasciatore anche del 1554 , e l’incarico stesso ebbe nel 1560 a Pio IV papa, ma colpito dalla morte non poté andarvi, come scrive il Giustiniano (p. 398. ed. 1576 ), sebbene il Morosini dica che n’andò . e che cogli altri colleghi, fu fregiato_dell’ ordine cavalleresco (p. 103)- Aveva già il Renier fin dallo scorso 1559 ottenuta in patria la dignità di procuratore di s. Marco de Citra in luogo di Bernardo Venier nel 23 ottobre ( Coronellì p.89), nella quale dopo essere vissuto poco più di 5 mesi mori del 1560, giusta l’epigrafe che colle genealogie concorda. Al nostro clarissimo et magnifico Luigi Rinieri Bernardino Tomitano dedica l’ orazione che fece nella creazione del doge M. Antonio Trivisano (Venezia . Griffio 1534. 8.) nella qual dedicazione professa di avere molte obbligazioni col Renier; ma però non ispecilica quali.
BERNARDINO Renier fratello di questo Luigi e figlio quindi di Federico. è notato fra’ senatori illustri del tempo suo: e vedevasi , per testimonio del Sansovino ( Lìb. VIII. p. 132. t. )il suo ritratto dipinto dal Tintoretto nella Sala del Maggior Consiglio anziché si abbruciasse. Fu capo del Consiglio di X, e morì del 1570 , in Giugno secondo i Necrologi patrizii.

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29 Dic 2013

di Giacomo Renier Procuratore di S. Marco de ultra

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da Delle inscrizioni veneziane raccolte ed illustrate da Emmanuele Antonio Cigogna, vol. 5. Inscrizioni nella Chiesa e nell’Ospitale degli Incurabili

EX PIO LAVRENTII ZANTANI LEGATO NOVISSIMA HAEC PARS CONSTRVCTA M. D. C. Xllll.
Sul muro di fianco dell’ Ospitale che guarda il così detto Campiello. Memoria che questa porzione fu fatta nel 1614 co’ danari del più volte detto LORENZO ZANTANI, del quale vedi al num. 4. A questa parte medesima, sul piano della strada detta le Zattere, al numero rosso 427 avvi il Portone d’ ingresso a quella parte dello Spedale, sull’arco del qual Portone leggasi scolpito: Procvratores. z. b. g. r. a. f. p. de ultra MDCXIIII. Fralle lettere Z. B. avvi lo stemma della famiglia BEMBO. Fra la G. R. avvi quello di casa RENIER. Fra la F ed il P. avvi lo stemma PASQUALIGO.
È facile dunque sapere che il primo è Zuanne Bembo eletto a procuratore di S. Marco de Ultra nel 1601 a’ 14 di agosto in luogo di Alvise Giustinian, e che fu poscia creato Doge nel. 1615‘, del quale parleremo in altra occasione. Il secondo è Giacomo Renier che del 1598 a’ 6 dicembre fu fatto Procuratore di S. Marco de Ultra in luogo di Paolo Paruta. Il terzo e Filippo Pasqualigo creato a procuratore de Ultra nel 1612, 27 Luglio in luogo di Marcantonio Memmo che fu doge.
E primieramente parlando di GIACOMO RENIER, era figliuolo di Andrea q. Giacomo q. Andrea, della contrada di Santa Margarita. Nacque l’anno 1529 a’ 18 giugno. Apertaglisi a strada degli onori per la prova di Santa Barbara fu del 1549 eletto Avvocato Grande (così chiamavansi in vecchio quelli che furon poscia detti Avvocati per le Corti, cioè per tutti gli ufficii di Palazzo detti Corti.) Finita dopo tre anni tale carica fu eletto nel 1553 Giudice del Piovego, e nel 1557 podestà a Cologna, reggimento allora de’ primi per la gioventù patrizia, nel quale essendosi portato con onore, rimase del 1562 Provveditore sopra i Dazii. lndi 1565 a’ dieci savii, 1567 Pregadi extravagante, 1570 della Giunta del Pregadi ordinario; 1578 sopra gli Atti; 1580 Provveditore al Sale; 1582 del Consiglio de’ dieci, e Provveditore nell’lstria; dal qual carico ritornato, fu del 1585 eletto Consigliere della città nel sestiere di Dorsoduro. Del 1588 rimase per la seconda volta Provveditore al Sale, e sostenne la terza Consiglieria pure in Dorsoduro del 1595. Ritrovandosi poi per la seconda volta nel 1598 Governatore dell’ Entrate, fu promosso, come dissi, nel sei dicembre di quell’ anno a Procuratore di S. Marco nella Procuratia de Ultra. Egli era stato nel 1578 uno de’ quarantuno che elessero doge Nicolò da Ponte, e del 1615 ebbe qualche voto favorevole nella elezione del principe Giovanni Bembo. Alcuni anni prima di morire perdette la vista e non ostante adattatosi a si doloroso accidente, era sano ed allegro, se non che avendo la sera cenato co’ suoi lietamente, gli sopravvenne la mattina sul far del giorno un improvviso accidente di apoplesia per cui morì nel giorno 22 Novembre 1616, e fu portato a seppellire appo i suoi in una scuoletta vicina a Sant’ Andrea, già chiesa di Monache, come attestava il contemporaneo genealogista Girolamo Priuli. Da Chiara Soranzo di Benedetto q. Bernardo, ebbe tre figliuoli de’ quali uno che gli sopravvisse che fu Alvise, fu Consigliere e Senatore di gran qualità; e di quelli che premorirono, l’uno fu Benedetto, defunto tre anni avanti il padre di età d’ anni cinquanta, essendo di Pregadi Ordinario, e l’altro mancò del 1607 essendo Rettore alla Canea, cioè Andrea, del quale nacquero Lancilotto Maria e Daniele che fu del Cons. di X. Dal quale Daniele per linea retta discende sua Eccellenza il Conte Daniele del fu Lancillotto Maria Renier, uomo distinto si per le magistrature sostenuto con somma sua lode, si per gli onori onde fu fregiato dalla passata e dall’attuale Dominazione

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26 Dic 2013

orazione panegirica di mons. Giovanni Renier sul dogma dell’Immacolata concezione

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orazion
Pareva, o Signori, che dopo la gran sentenza del Concilio di Efeso, il quale riconoscendo contro l’empio Nestorio nel Cristo venuto il Figliuolo di Dio che nel sen della Vergine congiunse in una sola persona le due nature, dichiarava Maria per illazion necessaria genitrice divina , pareva, dissi, interamente compiuta la genesi delle glorie dogmatiche di quell’unica fra le donne; Imperocchè la più lata diffusion del suo culto nei di che seguirono non fu che natural conseguenza di quel trionfo. Quando i popoli battezzati ergeanle templi ed altari intendeano di fare omaggio alla madre di Dio. Quando aggiungevanle attributi di onore , moltiplicavan colla pietà e coll’affetto formule non fallaci di ciò che la Chiesa illuminata dall’ alto avea già definito intorno alle ricche prerogative della Madre di Dio. E quando villaggi città e provincie gareggiavan nell’ invocarla con singolari appellazioni, que‘ nomi e que‘ riti eran segni di fiducia filiale nella sua potenza di mediazione, o monumenti di gratitudine per beneficenze ottenute dalla Madre di Dio. In quelle tante dimostrazioni di riverenza e di amore non sembrava possibile che la fede avesse altre gemme da soggiungere alla corona che i secoli cristiani aveano collocata sul capo della Madre divina. Ma che? Lo spirito del credente sforzavasi pur di elevarsi all’ altezza più sublime dei cieli, e salendo salendo per que’ cerchi lucenti di coro in coro, tra le schiere dei comprensori e gli ordini delle angeliche intelligenze, beatificavasi nelle sante imaginazioni di veder la sua madre, la sua regina, l’ oggetto della sua divozione superiore in eccellenza a tutto il creato, prima dopo Dio nella gloria in mezzo quella fulgida regia del paradiso; e tuttavolta il suo intimo sentimento non era sazio. Chè una voce arcana venia da secoli ripetendo alle cattoliche genti : le grandezze di Maria non son per anco tutte comprese dalla umana credenza. Ma inutil prova fatto avrebbe il teologo indagandole a studio nella inaccessibile immensità dell’empireo: convenia retrocedere a ricercarle negli abissi della Grazia precedente o concomitante il misterioso concepimento dell‘augusta bambina. Ed in vero uomini dotti, uomini santi cimentaronsi da tant’ anni alla nobile impresa, e vi sarebbon riusciti laddove scienza d’ nomo privato o di scuole famose bastasse a fendere il velo dei misteri divini, e non fosse vero che la sola Chiesa, la vera Chiesa di Gesù Cristo ebbe da lui dritto e lumi a riconoscere e definire verità di fede, la cui luce, quantunque ascosa, contenevasi nei tesori delle Scritture inspirate o della tradizion primitiva.
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26 Dic 2013

di Giustina Renier moglie di Virgilio Brocchi

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BROCCHI: NOBILI. Domiciliati in Bassano.
Questa Famiglia venne sempre considerata tra le più antiche appartenenti al cessato nobile Consiglio di Bassano, e ritenuta nel catalogo dei Nobili formato ed approvato con Decreto dell’ ex Veneto Senato il dì primo settembre 1726. Fu confermata nobile con Sovrana Risoluzione 20 ottobre 1822.
Bernardino Giuseppe del fu Virgilio e della nobil sig. Giustina Renier, nato il 22 febbraio 1761, congiuntosi in matrimonio il 18 marzo 1783 colla nobil sig. Bernardina Tattara.
Figli :
Giustina, nata il 26 ottobre 1785.
Maria, nata il 19 dicembre 1786.
Elisabetta, nata il 13 settembre 1791.
Francesco, nato il 31 gennaio 1795.
Giovanna, nata il 19 giugno 1803.
Virgilio e Valerio , gemelli, nati il 15 dicembre 1805

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27 Ott 2013

della “aglaja dipinta” descritta da Stefano Andrea Renier

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aglaia

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01 Ago 2013

avvisi al clero di Monsignor Giovanni Renier

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Alcuni avvisi ai venerabili sacerdoti delle diocesi unite di Feltre e Belluno, ascritti alla pia Società dei S. Esercizi

GIOVANNI RENIER PER DIVINA PROVVIDENZA VESCOVO DI FELTRE E BELLUNO AL NOSTRO DILETTISSIMO CLERO

Alla chiamata del padre i figli accorsero con edificante sollecitudine a mettere i fondamenti della pia Società dei S. Escrcizii per noi proposta colla Circolare del 18 di novembre p. p. Questa pronta condiscendenza, questa offerta di molti a sobbarcarsi ad un’opera di fatica e di sacrificio, da cui si esclude ogni mercede terrestre, per non cercarvi che la gloria di Dio nella santificazione dei popoli, ci ha colmati di verace conforto, perché ci sembra non dubbia prova di sacerdotal carità. Per non mettere tempo in mezzo ci affrettiamo però di annunciare a tutto il venerabile Clero delle due Diocesi la regolare Instituzione di questa domestica e pia famiglia di operai evangelici, pubblicando i nomi dei generosi che vi si ascrissero spontaneamente, ed insieme alcune brevi e semplici regole, che mentre varranno di avviamento agli ascritti, faran conoscere agli altri l’agevolezza di tener dietro al loro nobile esempio.
E siccome ci tarda l’ aprire al finir dell’ inverno la sacra Visita pastorale ordinata dai Canoni e desiderata dal nostro cuore, così avremo bella occasione di giovarci tosto dello zelo di alcuni, e di venir mostrando anche in pratica lo scopo della nostra Instituzione, e quai reali vantaggi saremo per derivarne.
Intanto con affetto paterno impartiamo a tutti la pastorale benedizione.
Dalla nostra residenza di Belluno il 21 Gennajo 1857, +î+ GIOVANNI vescovo

I.SCOPO DELLA INSTITUZIONE
Precipuo scopo della presente instituzione vuol essere, come ognun può comprendere, la eterna salute delle anime. Il suono di voci nuove, la solennità non frequente di un corso apposito di sermoni, l’assistenza in que’ giorni di confessori straordinarii a cui poter aprire ignoti ad ignoti gli arcani della coscienza, i canti sacri e le preghiere comuni, e più ch’ altro la Grazia divina che in tali occasioni piove più abbondante a vivificare la parola e lo sforzo dei ministri evangelici, dannoci ragion di sperare, che questo principal fine, dove più dove meno, sarà sempre raggiunto, giusta la promessa che fè IDDIO pel Profeta: Verbum meum, quod egredietur de ore meo, non revertetur ad me vacuum= (lsac. 53)
Ma due altri fini confidiam di raggiungere in pari tempo, l’ uno cioè d’ incamminare i predicatori medesimi verso la propria santificazione , l’ altro di offerire ai giovani sacerdoti uno stimolo efficace allo studio, e ad imitare nella vita costumata e nello zelo i migliori. Ed in vero questi due fini dovrebbono essere conseguenza ordinaria dell’ufficio che stiam per assumere. Perocchè ogni sacerdote, quando sia veramente compreso dalla santità della sua missione, come potrebbe inculcare ai popoli l’ esercizio della morale di Cristo, senza predicare in pari tempo a se stesso? Egli sa bene con S. Gregorio che=cujus vita despicitur, necesse est, ut ejus praedicatio contemnatur.=Quindi nell’atto del comporre e del recitare quei gravi discorsi pieni di santa unzione e di eterne verità, egli per certo dovrà dire a se medesimo colle parole del Dottor S. Girolamo=Non confundant opera tua sermonen tuum, ne cum in Ecclesia loqueris tacitus quilibet tibi respondeat: cur ergo quae dicis non facis? = Così dal veder crescere la virtù dei maturi anche la gioventù clericale toglierà, speriamo, occasione di emularne con magnanima gara la operosa pietà.
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19 Mag 2013

d’una poesia di Giovanni Renier

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Da La Moda , 12 Marzo 1840

Iscrizioni di Giovanni Viglioli con epigrafi e poesie d’autori diversi in morte di una figliolina di lui.
In un volumetto stampato a Casalmaggiore si trovano raccolte le enunciate iscrizioni e poesie tra le quali ci piace di riferire la seguente di Giovanni Renier, piena di sentimento:

Caterina , Caterina ,
Chè non cessi di dormir?
M’ odi alfin , cara bambina ;
Questo sonno è mio martir.
È tuo padre che ti appella,
E’ tuo padre, amato ben:
Vieni, vieni, anima bella ,
Ti riposa nel mio sen
Addormito di languore
Sugli albor del terzo di,
Ne’ suoi sogni di dolore
Parea Antonio dir cosi.
Quando al balzo d’oriente
Colla stella del mattin,
Ma più vaga, e rilucente
Di fulgor tutto divin
Caterina – e sorridea
Al dolente genitor,
lndi lieta gli dicea
Coll’ accento dell’ amor :
- Che mi chiami, o padre mio ,
Sulla sponda dell’ avel?
l’ non dormo , l’ veglio in Dio ,
Son cogli angioli nel ciel.
Per pietà la mia partita
Lascia omai di lagrimar:
Sulla terra non è vita,
Vita è ciò che morte appar.
Nella luce, onde s’affisa
Tutto quel che vive ed è,
Mai non son da te divisa
Per te priego e penso a te.
Mi vedrai. Verrò frequente
Spirto amico e allegrator
Nelle ambagi della mente,
Negli affanni del tuo cor.
Coll’auretta mattutina
Che precede i rai del sol,
Colla rondin pellegrina
Che dispiega il primo vol.
Nel pù vago fior d’aprile
Che fa bello il tuo verzier,
Nell’affetto più gentile,
Nella gioja d’un pensier.
Fin nell’Iri vario-pinta
Dopo il nembo a te verrò;
Ne’ tuoi sonni ombra indistinta
Presso il letto io veglierò.
Or così la tua diletta
Ti ricambia la pietà,
Poi cogli angeli ti aspetta
Vè beata in Dio si sta –
Sogno, Antonio , è il tenue canto
Che richiamati a virtù.
Ma non sono o sogni, o pianto
Tutte cose di quaggiù?

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19 Gen 2013

d’un articolo di Paolo Renier

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Da La Moda, n. 54 del 5 Luglio 1838
Venezia al chiaro lume di luna

Come la gemma ha d’ uopo delle fasi notturne per vieppiù sfolgoreggiare, cosi Venezia del chiarore di luna per acquistar la potenza di un magico incanto.
ll paragone mi sembra adatto, giacché si l’ una che l’ altra non iscemano di pregio alla chiara luce del giorno.
Dacchè Venezia commise alla storia il suo nome, i suoi fasti e la sua corona, compose lo spirito al cheto e tranquillo vivere, nè più le suonò grato l’ inno delle battaglie, ma le salmodie religiose; non più si compiacque d’ un popolo ardimentoso ed altero, ma del docile e mansueto , non ambendo altri incensi di gloria, dopo quelli ottenuti, tranne il pacifico ulivo.
Per siffatto cangiamento divenne essa interessante anche per lo straniero che cessò dal temerla, e mosse quindi tutti gli anni dalle più remote contrade a tributarle il sorriso della pace e dell’ amicizia.
Non havvi magistero di luce che più convenga a Venezia di quello che le offre la luna in una bella sera di estate. Codesto satellite della terra pare che di questa bella parte di cielo sia innamorato, tanto i suoi raggi sono pieni di fuoco e di simpatica espressione. Intanto che le acque del mare vanno sommessamente, ed in ampi cerchi, a baciare il piede all’ antica loro madre, la luna vi riflette per entro i suoi raggi, e di fino argento tralucono. Le mille sue torri sembrano di notte tanti orgogliosi giganti che sostengano la volta stellata del cielo, i palazzi che fiancheggiano il Grande Canale li crederesti la residenza voluttuosa delle egizie Cleopatra e delle babilonesi Semiramidi, il Foro di Marco ti parla della grandezza ed austerità de’ suoi tempi, e pare che respinga i profani. mentre le ombre vi spaziano per entro di que’ sommi ch’ ebbero tanta parte nel governo e nella gloria patria.
I raggi della luna operano anche altri prodigi.
Fanno sparire le cicatrici operate dal tempo sui monumenti delle arti, come gli agitati flutti sulle sabbionose spiaggie dell’ Oceano cancellano i profondi solchi e ne agguagliano la superficie.
Sicché la scena di piacere che si presenta in una bella sera d’estate all’ attonito ammiratore, non è neppur mista a dolore, essendogli tolta ogni traccia che ricordi la caducità delle umane cose.
P. Renier.

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04 Gen 2013

delle spugne della sottospecie Reniera (dal nome del prof. Stefano Andrea Renier) nel mondo

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map of reniera
spugne reniera

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24 Dic 2012

della nascita di Gesù nel Gelindo di Rodolfo Renier

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23 Dic 2012

alcune scene iniziali dal Gelindo di Rodolfo Renier

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22 Dic 2012

introduzione al Gelindo di Rodolfo Renier (dramma sacro piemontese della Natività di Cristo) pubblicato nel 1896

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introduzione gelindo1
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12 Nov 2012

il Savio di Terraferma alla Scrittura Bernardino Renier sul vestiario delle truppe oltremarine

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Serenissimo Principe, con quella sollecitudine, ch’esige la circostanza d’avanzar l’invernale Stagione, nell’eseguire i venerati comandi 29 dello scorso Settembre, mi sono occupato dell’interessante argomento della vestizione di quella parte di Truppe Nazionali stazionante in questi contorni, sopra della quale non fu che parzialmente e provvisionalmente provvisto. Ho dovuto impiegar mio malgrado questi giorni nell’accelerare il compimento del vestito di quella parte di Truppa, sopra della quale era già estesa la provvidenza ed in mezzo ad una complicazione non indifferente di numeri e disposizioni, ho infine raccolto non solo i bisogni del resto, ma combinati senza Pubblico impegno i mezzi possibilmente più pronti e sicuri per accorrervi. Per il Battaglion di Poglizza, [già repubblica autonoma di Poglizza, ora Omiš, Almissa, splendida, alla foce della gola di un fiume, poco a sud di Spalato, davanti all’isola di Brazza], e ne’Reggimenti Oltremarini, ne’quali venne inclusa la Decima Compagnia, fu intrapresa, a norma della prescrizione di Vostra Serenità 9 Agosto decorso, il vestiario coi metodi, e cogl’esborsi anticipati della metà del valore ai Capi delle rispettive Compagnie, relativamente al nuovo piano approvato il 14 Maggio antecedente; vestiario che dentro pochi giorni deve esser compito onde, approvato che sia nella stabilita rassegna, abbiano i sudetti Capi di Compagnia a riscontrar il resto, ed il saldo nella somma contemplata. Sono a buon termine anche i capotti per tali Corpi, ai quali fu permesso di riscuoter le somme corrispondenti al valore de’Gabbani [soprabito ampio, aperto sul davanti, con maniche e cappuccio], che corrono per appalto onde meglio impiegarli e meglio far riposare il Soldato.
Per il rimanente della Truppa oltre marina vengono corrisposte L. 4 il mese, perché non vestita, e quando lo fosse, sarebbero queste L. 4 trattenute, onde a norma del giorno 14 Maggio, il nolo della somministrazione verrebbe al pubbl. risarcito in anni tre, periodo di tempo contemplato per le Craine, che furono chiamate in principio. Ma volendo minorar le spese per questi numerosi Individui che volontariamente qui approdano, si potrebbe intanto omettere, quando così piacesse a V. S. l’angherino ed altri articoli non necessari, e riducendo il tutto al puro bisogno, come nell’inserto sempre aggiungesi il resto per una perfetta uniforme.
Il Reggimento Mida sparso sulla Flottiglia contemplato nel Decreto Agosto, che commette la Vestizione delle Truppe reggimentale, prescriveranno VV. EE. se abbiamo anche per esso ad eseguire, e se coll’intiero vestito, che aumenta al valor di L. 141.10, oppur colla parte indispensabile, del valor di L. 94. Alcuni de’suoi Soldati sono vestiti col vecchio piede, altri col leggero estivo vestito di Marina molti; il che pesa sull’animo mio, assolutamente spogli, cosicché si potrebbe cominciar l’esecuzione salutare coi più spogli, progredir ai leggermente coperti, facendo riconsegnar nel Magistrato Ecc.mo alle Sopracamere gli abiti estivi. Allor certamente non ometterà questo Uffizio di far eseguire colla massima prontezza gli obblighi ingiunti dal piano 14 Mag-gio anche ai Capitani di questo Reggimento, ed in pari modo per altre sei Compagnie di vari Reggimenti, le di cui Craine, in abbondante numero innestate, di tutto abbisognano. Importante e riflessibile aspetto, e per le somme dell’esborso istantaneo e per la buona celere provvista de’generi, diviene quanto rimane da cominciarsi a proposito di vestiario. Ingenuo sempre a servir l’Ecc.mo Senato, premetterò che si va ad incontrar un aggravio considerabile, volendo accennarvi, anche dato l’esibito risparmio come rassegno (per approssimazione) nell’inserto conto di avviso confrontato colla spesa, che risulterebbe volendo il vestiario completo. Si limiterà dunque la mia obbedienza ad esporre quanto preparai senza Pubbl. impegno però, e perché non manchino i generi, ma possibilmente assicurata la buona e celere esecuzione al primo comando di VV. EE., onde garantir almeno me stesso dal rimorso di aver tacciato nell’eseguire le Sovrane prescrizioni 21 Settembre, ciò che la brevità della mente e del tempo ha potuto suggerirmi, e che l’ocular vista de’bisogni reali mi ha profondamente nel cuore scolpito, venerar in seguito le sapienti Pubbliche determinazioni.
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27 Ott 2012

ritratto di un procuratore Renier

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procuratore renier
Autore: ambito veneto; scuola del Tintoretto
Dipinto di formato rettangolare a olio su tela con sottile cornice dorata. Personaggi: Procuratore Renier. Oggetti: Sedia; Guanti. Ritratto a mezza figura, su fondo scuro, del Procuratore Renier, su di una sedia. Veste un mantello rosso bordato di ermellino. Le mani sono appoggiate sui braccioli con la sinistra che regge un paio di guanti. Il volto è barbuto. Sulla destra lo stemma Renier.
Estensione: 112 x 102
Materia e tecnica: tela/ pittura a olio
Data di creazione: 1600

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05 Ott 2012

del legato riguardante la quadreria di Bernardino Renier

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Da Guida storica e artistica di Venezia e delle isole circonvicine, di Pietro Selvatico e Vincenzo Lazari, Venezia, Rivamonti Carpano, 1852.
Nella seconda Sala Palladiana si trova la Pinacoteca Renier, che contiene i dipinti legati nel 1850 da M. Felicita Bertrand Hellmann, vedova del conte Bernardino Renier. Il segretario dell’Accademia marchese Pietro Selvatico celebrò la donazione nella Gazzetta di Venezia de’19 ottobre 1850, con quanto riprodusse il Giornale di Roma a p. 1000.
Ivi leggo, che la quadreria esisteva nel palazzo di Padova, parimenti dalla contessa ereditato dal cultissimo nominato consorte, ma che prima di possederla l’Accademia di Venezia, la contessa avea disposto che la godesse in vita il secondo marito di lei, maggiore Giovanni Hellmann, uomo degno di quelle gemme, perché di mente a forti ed elevati studi nutrita. Ma egli con rara nobiltà d’animo, rinunciava a sì alto beneficio, perché più presto la patria del Renier tributasse nuovo e più riconoscente pensiero alla memoria dell’ottimo concittadino, e di quella che fu tanto conforto a’tardi anni dell’egregio patrizio.
Il ch. marchese, nel dichiarare la riconoscenza dell’Accademia, notificò che desse destinava apposita sala sulle cui pareti si rammentasse l’eletto dono della liberale testatrice; chiamando “Benemeriti della patria coloro, che i tesori dell’arte italiana vogliono tolti al pericolo di crescere invidiabile ricchezza a terre straniere, concedendoli a quegl’istituti nostri, de’quali è primo ufficio istruire la gioventù nelle discipline del bello, contemperando il precetto coll’esempio de’monumenti operati dagli avi immortali”. In detta sala ve ne sono 29.
Da Dizionario di erudizione storico-ecclesiatica di Gaetano Moroni, 1858.

Il Segretario dell’Accademia marchese Pietro Selvatico celebrò la donazione nella Gazzetta di Venezia del 19 ottobre 1850: “Se doloroso incontro di circostanze tolse a Venezia una quadreria, altra raccolta di scelti dipinti, in cui spiccano un Cima, un Giambellini, un Bissolo, viene adesso a compensarne la perdita, per generosa volontà d’una donna di chiara virtù, straniera all’Italia per nascimento, ma nostra per lunga dimora, per saldezza d’affetto, per illustre maritaggio e, infine, per ingegno gentilmente educato alle arti del Bello.
Maria Felicita Bertrand, vedova a quel Bernardino Renier, che fu uno dei più culti fra gli ultimi ottimati della Repubblica, legava, morendo, a quest’Accademia tutti i quadri del suo palazzo di Padova, ch’ella avea redati dal defunto consorte.
Era desiderio della gentile donna che, prima di possederli Venezia, li godesse in vita il secondo marito di lei, signor maggiore Giovanni Hellmann, uomo degno di quelle gemme, perché mente a forti ed elevati studi nutrita. Ma egli con rara nobiltà d’animo, rinunciava a sì alto beneficio, perché più presto la patria del Renier tributasse nuovo e più riconoscente pensiero alla memoria dell’ottimo concittadino, e di quella che fu tacito conforto ai tardi anni dell’egregio patrizio. L’Accademia, nel compiere il caro dovere di far nota al pubblico tale preziosità di legato, non intende però francarsi, verso la liberale testatrice, dagli obblighi di gratitudine; ché, ad offerire di questa testimonio perenne, conta assegnare alla ricordata raccolta apposita sala, sulle cui pareti sia sormontato l’eletto dono. E lo sia con parole che valgano a dimostrare quanto debbano considerarsi benemeriti della patria coloro, che i tesori dell’arte italiana vogliono tolti al pericolo di crescere invidiabile ricchezza in terre straniere, concedendoli a quegl’istituti nostri, de’quali è primo ufficio istruire la gioventù nelle discipline del bello, contemperando il precetto coll’esempio de’ suoi monumenti operati dagli avi immortali. In detta sala ve ne sono 29”.
Il Segretario dell’I. R. Accademia di Belle Arti, Pietro Selvatico.
Dalla Gazzetta di Venezia, 19 ottobre 1850.

Col Testamento 29 Marzo 1833 la signora Maria Felicita Bertrand vedova del conte Bernardino Renier, rimaritata col Maggiore austriaco Giovanni Hellmann, legò all’Accademia di Belle Arti 29 dipinti, i quali furono consegnati dal marito nel 1850. Morì il 19 Luglio 1850.
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15 Set 2012

di Andrea Renier quando fu costruita una stalla a Lipiza (ora Slovenia), 1703

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andrea renier lipiza

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13 Set 2012

quando Venezia poteva diventare la Capitale d’Italia

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Nel 1806-1809 Venezia doveva diventare la Capitale del Regno d’Italia. Il 18 marzo 1809, Napoleone scriveva al suo figlio adottivo Eugenio: “Voi dovete annunciare il vostro arrivo a Stra (villa Pisani) come un viaggio di piacere a una delle vostre case. Bisognerà tuttavia, senza fretta, insediare prima il Senato”.
Da lì Eugenio poteva osservare meglio i lavori per il potenziamento dell’Arsenale e a Forte Marghera. Ma né Eugenio, né i senatori gradivano un trasferimento a Stra. Venezia dovette perciò adattarsi a non essere la capitale del regno, ma solo una specie di forziere, da cui cavare tasse, ricchezze, beni artistici, uomini da mandare in prima linea in Russia, navi per la conquista dell’Inghilterra.
Napoleone e Eugenio tolsero a Venezia il suo naturale ruolo di Capitale del Regno d’Italia, pur venendo approntati la Villa reale di Stra, il Palazzo reale e l’Ala Napoleonica. Le spese furono a carico della Comune di Venezia; i Francesi infatti avevano altissimi costi militari.
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18 Lug 2012

dispaccio dell’Ambasciatore Paolo Renier sul trattato commerciale Veneto-Russo

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Dispaccio cancellato dalla Consulta dei Savi.
Ira del Ministro Russo. Trattato commerciale Veneto-Russo; l’Incaricato Russo Maruzzi.
Dispaccio n. 149.
Per ordine dell’Ecc. Consulta de’Savij furon eseguite le correzioni nel presente Dispaccio.
Tosto che mi giunse con la rispedizione del mio domestico la inchinata Ducale di V. Ser.tà, il giorno stesso feci sapere al Ministro Plenipotenziario [Gallitzin] dell’Imperatrice Czarina, che ero ansioso di vederlo, e di parlar seco Lui.
Infatti egli non tardò punto, ed il giorno susseguente capitò nella mia Casa. Dopo di aver fatto le reciproche officiosità, gli lessi, e gli consegnai lo stesso Viglietto, che a tale oggetto mi venne da VV. EE. spedito, aggiungendo quelle medesime precise parole additatemi nella citata Ducale, senza prendere l’immaginabile arbitrio di parole (il seguito, due pagine, è cancellato a penna)…
VV. EE. non possono concepire, quanta sorpresa abbia recato nell’anima del Russo Ministro quel tal Viglietto, che gli consegnai. Se gli vide nella faccia immediate il fiero di sua Nazione, benché temperato dalla esperienza, e dalla lunga dimora, ch’Esso fece fra le più colte, e civilizzate Nazioni Europee. Senza rispondermi parola alcuna si levò improvvisamente dal sedile, in cui era, passeggiò per qualche spazio di tempo come se fosse lui solo per quella camera ove mi trovavo pur io, leggendo per tre volte la Carta, che gli avevo consegnato per pubblica Commissione.
Finalmente si mise di nuovo a sedere vicino a me, e proruppe nelle seguenti parole. Se le ragioni, prodottemi da Lei, e dalla Carta, che tengo nelle mie mani, avessero una qualche verità e solidità, non sarei sì sorpreso, come ora mi vede; devo cominciargli col dire, che questo è un affronto che l’Ecc.mo Senato fa alla mia Corte [fu negato il passaggio al Montenegro al consigliere Merck], dopo che la mia Corte stessa gli diede indubitabili contrassegni di amicizia, e di attaccamento.
Non so comprendere la condotta della Ser.ma Repubblica; già cinque e più mesi fa Lei mi fece l’apertura, e la comunicazione a nome dell’Ecc.mo Senato, e mi disse, esservi in una Veneta Terra al Monte Nero vicina un fiero Impostore [Stefano il Piccolo], che si vanta d’essere Pietro 3° Imperatore della Russia, che si erano immediate rilasciati in Venezia li più risoluti ordini, affine che costui fosse arrestato, e che pagasse la meritata pena di sì temeraria asserzione; che mi faceva tale partecipazione in segno di stima, e di amicizia verso la mia Corte; che per far conoscere quanto era ingenuo il Senato, a cui non piaceva, né si prestava a cose sì brutte, li stessi Offici di comunicazione si erano fatti alla Porta Ottomana per una ragione di più, ed era quella di avere saputo, che a difendere il nero Impostore, si erano uniti molti Sudditi dell’Impero Ottomano; non basta, che Lei per commissione del suo Ecc.mo Senato lo abbia partecipato a me, ma la stessa partecipazione fu fatta dal suo Bailo in Costantinopoli al nostro Ministro.
Mi permetta di dirgli, proseguì a dire il prefatto Russo Plenipotenziario, quando che si fece alla mia Sovrana quella tale comunicazione, non poteva essere per sua natura un semplice complimento, perché trattandosi di tal natura di affare, che è per la mia Imp.ce della suprema ragione di Stato, il Senato stesso prestare doveva la susseguente opera, ed impegno pubblico, per agire e accondiscendere agli onesti desideri, ed innocenti dimande della mia Corte.
Dopo li presi impegni con noi, di sterminare l’Impostore: mi dica un poco Sig. Ambasciatore cosa abbia fatto la sua Repubblica. Risponderò io per Lei: niente fino ad ora. Noi che abbiamo veduto, che in Venezia non si aveva risolutamente operato, altro non volevamo, se non che una ospitalità voluta, e rispettata anco fra’Barbari, di accogliere il Sig. Merch, e se gli dasse imbarco, ed adrizzo per penetrare nel Monte Nero, non con minaccie, non con eserciti per estender una guerra, ma per disingannare quei Popoli ignoranti, e con ciò mettere in una perfetta tranquillità li Turchi, il Senato, e Noi medesimi.
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09 Lug 2012

dispaccio su corsari e alleanze dell’ambasciatore a Vienna Paolo Renier

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Corsari e Alleanze.
Dispaccio. n. 49. Ser.mo Principe, V. Ser.tà si compiacque di parteciparmi la presa deliberazione, di spedire una Squadra in Tripoli, acciò questi Corsari risarcissero li reiterati danni, che fecero alla Veneta Navigazione.
Durante il pranzo dal Principe di Kaunitz, un Ministro di una non grande Potenza affermò, che era meglio per la Ser.ma Repubblica risparmiare li denari per questa spedizione, ed impiegarli alla costruzione di una buona Squadra navale per il Mediterraneo. Spiacquemi assai una tale affermazione.
Terminato che fu il lungo pranzo, si avvicinò a me il Principe di Kaunitz.
Con aria serena, e assai graziosamente mi disse: Sig. Ambasciatore, lei diede un aspetto della deliberazione del Senato, come si doveva da un Ministro che serve il suo Principe, ma parlandosi in amicizia fra noi, lei mi conceda di dirgli che la Pace fatta dalla Ser.ma Repubblica con li Cantoni di Tripoli, non può essere durevole di sua natura.
Qui il Principe si fermò, e dopo aver fatta una qualche pausa mi disse: Sig. Ambasciatore creda a me, che l’Ecc.mo Senato avrebbe fatto assai meglio di convenire con la mia Sovrana [Maria Teresa], con la Spagna, con il Portogallo, con la Corte di Roma, e di Napoli, e con Concerti reciproci, tirare linea di difesa con il mezzo di Squadre naviganti dallo Stretto di Gibilterra, per tutta la estensione del Mediterraneo, e dell’Adriatico, che quello di profondere li propri denari, come a Venezia si è fatto, sconcertando con quella Pace taluna delle Potenze amiche, mettere a pericolo generandogli quasi continui timori, e conseguentemente rendendole non benevole nei tempi della Pace, e non calde poi negl’aiuti, che portare esse possono nei tempi delle Guerre, guerre che non sono sempre evitabili dalli governi più pacifici.
Io sentendo questi precisi sentimenti, profferti dal Ministro con aria di amicizia, reputai necessario di formargli una qualche risposta, cercando di temperare in lui quel risoluto giudizio non vantaggioso alla deliberazione di V. Ser.tà; perciò dissi allo stesso, che quel sistema di difesa, piantato sulla possibilità dell’unione di molti Principi, era una cosa speciosa, e plausibile, considerabilissima astrattamente, ma che con grande difficoltà la si sarebbe eseguita; che l’Ecc.mo Senato vedendo scemarsi la parte vitale del suo Commercio marittimo, non doveva perdere la sostanza delle cose, e correr dietro ad un’idea ben magnifica, ma di riuscita lunga, e malagevole assai; che io non potrò persuadermi che altri Principi sentissero vera amarezza di animo, perché taluni di questi, nelli recenti tempi, fatta avevano la medesima deliberazione; perché per una Potenza, che vuole essere importante marittima, non basta, che essa abbia libero un piccolo braccio di Mare, qual si è l’Adriatico, ed una qualche porzione del Mediterraneo, ma conviene, che tutto sia libero, ed aperto a portata di trar profitto dalle commercievoli combinazioni; che tornando a quelle parole, e magnifiche idee, composte di molte specie di cose, enunciate da S. E., sembravamo, che per combinarlo si volesse mano, di una figura abilissima, come lui, di grande autorità in questo Impero, con Potenze alleate, congiunte, ed amiche; che quando l’idea si fosse sbozzata in qualche modo, sarebbe stato suo compiacimento di riferirla all’Ecc.mo Senato con quelle commissioni, ch’Esso stimasse bene di impartirmi in materia.
Il Principe mi rispose: Sig. Amb.re, comprendo anco io la grandezza, e la difficoltà dell’opera; altri in Vienna è più atto a ciò di me.
Stimai bene di rispondergli, che per il suo talento, e virtù non vi era un affare inespugnabile.
Sciembrun, 19 Luglio 1766.
Polo Renier Ambasciatore.
Arch. St. Ve, Dispacci di Ambasciatori al Collegio, Germania, Filza n. 271.

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09 Lug 2012

dispaccio sul corriere austriaco dell’ambasciatore a Vienna Paolo Renier

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Il Corriere austriaco.
Dispaccio n. 40.
Serenissimo Principe,
tosto che mi pervenne la ossequiata Ducale di V. Serenità delli 14 corr., com’essa mostrava adesione al ricercato desiderio di questa Imp.ce Regina circa il passaggio di quel Corriere, che settimanalmente, per sollecitudine di cammino, bramava che passasse per il Veneto Stato, come mezzo necessario alla brevità della strada, così cercai occasione di vedere il Principe di Kaunitz, e cercai pure di dare tutto il risalto alla condiscendenza dal canto pubblico adoperata, e gli dissi, che l’Ecc.mo Senato incontrava di buon grado i desideri della Maestà dell’Imperatrice Regina, che fino a che non vi fosse un stabile sistema anco a questa novella Posta, lo che far si poteva con la convenuta Deputazione in Venezia, il Senato internamente concedeva all’Austriaco Corriere di passare per la Città di Verona, a che ciò facendo non dilungava il viaggio, che di sola mezza Posta, condizione questa voluta, affine di preservarsi da quelle malizie, che sogliono essere commesse da’Corrieri, i quali con il pretesto di Pieghi, e lettere, introducono altre cose, che vanno ad offendere i pubblici diritti; che questi med. sentimenti erano stati significati dall’Ecc.mo Senato al Co. di Firmian in Milano, il quale fu quello che primo significò al Veneto Residente il prefato desiderio dell’Augusta Imp. Regina; e che mi lusingavo, che anco ciò avesse a servire da un contrassegno di quella moltissima amicizia e considerazione, che teneva la Repubblica, non solo di questa Imperial e Reggia Corte, ma specialmente dell’Augusta Imp. Regina.
A tale significazione il Principe mi rispose, che desiderava, che facessi un piccolo Promemoria, il quale atteneva le cose, che gli avevo esposte, perché circa a questo particolare non gli erano giunte le notizie da Milano.
Passarono ormai sette giorni, che questa Carta arrivò nelle mani del Principe di Kaunitz; e benché in questo lasso di tempo che scorse abbia avuto occasione di vederlo più volte, ciò non ostante egli non mi fece parola alcuna, tutto che cercassi di destramente eccitarlo.
Da questo silenzio, adoperato in cosa, che esigeva pronta e graziosa risposta, congetturo, e con li miei fondamenti, che la condizione da VV. EE. posta, cioè che l’Austriaco Corriere passar debba per Verona, sia riuscita spiacevole ai modi di pensare di questa Corte.
Per altro credo, che la pretoccata mia congettura incontri purtroppo del vero, perché gonfiati dalla opinione della propria grandezza, e dalle favorevoli alleanze che viepiù la fortificano, si ributtano a qualunque resistenza, che trovano; e quantunque questa resistenza sia voluta da rispetto, e da giustizia e diritto, ciò nonostante essi credono, che tutto abbia a cedere ai loro desideri; tanto più che un Corriere, che l’altro jeri per istaffetta arrivò da Costantinopoli, il quale spedito dal Ministro Austriaco alla Sovrana, fu portatore di notizie, che qui si congetturano buone assai, perché produssero molta letizia, che traluceva nel volto dell’Imp.ce Regina.
Taluno crede, che la incamminata negoziazione sia condotta al desiderato fine di questa Corte, la quale si trovò assistita e protetta dalle presenti combinazioni, in cui la Porta Ottomana si trova.
Mi determinai a non defraudare V. Ser.tà di queste notizie sulla conoscenza, che devo avere del Sistema Ottomano, per 25 anni, che ebbi l’onore di trovarmi nel mezzo alle politiche, e civili azioni della Dominante, che può sempre divenire, come lo fu nel passato, fatalissimo alla Repubblica, una delle cui arti consiste nel tenere in Costantinopoli occulte tutte quelle notizie, che possono esser atte o ad intimorire, o a dar pretesto a suscitazioni popolari.
Sciembrun 24 Maggio 1766.
Polo Renier Ambasciatore.
Arch. St. Ve, Dispacci di Ambasciatori al Collegio, Germania, Filza n. 271.

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27 Giu 2012

cartolina riguardante gli avvocati G.B. Rizzardini e Luigi Renier

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studio rizzardini renier

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24 Giu 2012

dispaccio di Antonio Renier sul recupero dello Sciabecco Cacciatore

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Tentato il recupero del Sciabecco Cacciatore.
Dispaccio n. 118. Riguardo al ricupero del piccolo Sciabecco Cacciatore immerso nelle Acque di Traù, benché io sia compreso della più difficile e ardita impresa, stando in 24 Passa d’Acqua, fu considerata la Stagione presente la più opportuna, coll’uso delle Navi.
Ne appoggiai l’incarico all’Ill.mo Capitanio delle Navi Minio, che l’intraprese; l’ho munito di Attrezzi di ogni genere, levati dalle Munizioni, e dall’altre Navi, così di Marinari, e Uffiziali. Sciolse da questo Porto il 6 sopra la Nave Forza, con la Fregata Minerva di sua Conserva, col Gov. Antonio Corner, e perché niente li manchi, gli ho unito le due Galere Stella, e Dolfin, colli Sopracomiti G. B. Corner, e Carlo Antonio Marin, e con quel numero di Cernide, che gli si rendessero necessarie. L’Ill.mo vi diede mano, e poté ricuperare li tre Ferri dispersi, e imbragare il Sciabecco con vari Cavi all’effetto adattati, e allestire le Navi. Ma la mattina delli 14, in cui si fece il primo esperimento, benché sollevato di tre Passi, la brevità del giorno, e l’aria fatta minaccevole l’obbligò di riponerlo.
Mi scrisse che avrebbe atteso altri momenti, per rinnovare gli esperimenti, lasciando Trappe, e Gomene assicurate nella migliore maniera. Col riflesso di non lasciar ulteriormente esposti nella sempre più rigida, e pericolosa Stagione li Legni Pubblici in quell’Acque, gli ordinai il suo ritiro, che eseguì, non essendogli mai riuscito di replicar il tentativo; licenziati li villici in numero di 260, che concorsero al travaglio.
Spiacemi altamente, che un’operazione così premurosa non abbia sortito il procurato intento, al quale aspirava non solo il mio zelo, ma quello altresì di tanti benemeriti Cittadini, che si sono indefessamente impiegati.
Lo stesso destino provocava l’esperienza fatta in questo Porto di Corfù per il ricupero della Tartana Bocchese B. Vergine del Carmine del Cap. Micovich, detto Magnavin, affondata per il fuoco accesosi nelle Polveri del suo Deposito.
23 Xbre 1775. Antonio Renier.

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24 Giu 2012

dispaccio di Antonio Renier Provveditore Generale da Mar sullo scoppio della tartana B.V. del Carmine

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Lo scoppio della B. V. del Carmine.
Dispaccio n. 115. …Avevo già chiuso il Dispaccio, quando verso le ore 21, insorto improvviso incendio del Deposito della Polvere d’una Tartana nuova grande in forma di Polacca, nominata la B. V. del Carmine, del Cap. Triffon Micovich, detto Magnavin, da Stolivo delle Bocche di Cattaro, che si trovava da pochi giorni ancorata in questo Porto, fra molti Bastimenti Mercantili, per progredir a prima opportunità di tempo in Levante per carico di Grani per Ponente. Lo scoppio, che sentii così veemente in quasi mezzo miglio di distanza, e scosse lo stesso Palazzo Generalizio, ne fu il foriero della disgrazia, e svegliò l’ansietà mia.
Fatta osservazione d’un denso fumo, che si esaltava oltre l’angolo delle Mura di S. Niccolò, tosto me ne avvidi d’un qualche marittimo infortunio sopra qualche Bastimento Mercantile, perché le Navi, che vi scaricata la Polvere; onde spedito in quella volta un mio Ammiraglio con Barche armate, e vari Uffiziali, ne fui indi assicurato, che scoppiò appunto il Deposito della Polvere di detta Tartana coll’intiera sua perdita, giacché squarciata la Puppa, profondò interamente lo Schiffo in 14 Passi circa di Fondi, e niente le restava di vedersi sopra il Mare, che la Cima del Papafigo dell’Albero di Maistra, con molti fragmenti di Legname dispersi.
Al funesto annunzio rinforzando immediatam. la spedizione per i possibili più pronti soccorsi, seppi che tre Persone dell’Equipaggio semivive erano state ricuperate, una di esse trasportata in questo Ospitale delle Milizie quasi infranta, l’altra nel Convento di S. Francesco con una gamba rotta; e la terza contusa al Bordo della Checchia Cap. Mazzucato, e ordinai al Ministro di mio Cancelliere, di trasferirsi in cadauno di essi per rilevare, come avvenisse il successo.
Cinque altri dello stasso Equipaggio perirono, fra quai Gregorio Micovich primo Germano del Capitanio, senz’aversi meno traccia de’loro Cadaveri. Fortunatamente il Cap., e il di Lui Fratello Zuanne, con il Perdotta, e 7 altri Marinari si trovavano in Terra. Assunti li Costituti delli tre ricuperati non sanno additare, come veramente sia occorso il grave accidente. I due di essi hanno qualche infondato sospetto sopra il terzo ferito, ch’è un Giovinotto Veneziano di nome Zuanne Bratine di Michiel Peoter, come solito, lorché s’attrovava di frequente ubbriaco, di minacciar di dar fuoco alla Tartana.
A questo infelice, che ambedue le Gambe scavezze, ed una grave Ferita sul Capo, ed altra nel Cubito del braccio destro, con frattura del med., fu anche recisa la Gamba sinistra; e questo riferisce, appena tradotto all’Ospitale in stato d’estrema confusione, e rilevata ubriachezza, che si fosse portato il Dispensiere con un Ferale acceso, ma chiuso, per cercar certe Gazzette nella Dispensa, e lui assieme, ma non sovvenissi, s’egli tornasse indietro. Il Dispensiere si conta tra i 5 periti. La Polvere non oltrepassava i Barili 4. Il Cap. conta perduti in Fondo 6600 Zecchini, che aveva in spezie nella sua Cassa di ragione di vari Capitalisti per il divisato carico de’Grani, oltre la perdita della Tartana di sua intiera ragione di portata di 5000 Stara, e capace di 14 Cannoni, ma armata di soli 10, per il che cominciò Egli gli atti legali colla Prova di Fortuna nel Foro competente.
Fu effetto della Divina Provvidenza, che circondata come si trovava la Tartana di varj Legni Veneti Mercantili, restassero questi illesi dal pericolo d’ogni altra funesta conseguenza.
Antonio Renier Provveditore Generale da Mar. Corfù 6 9bre 1775. Bibl. Correr, Cod. Cic. 2593.

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11 Giu 2012

dispaccio del Provveditore Generale da Mar Antonio Renier sulla tragedia del Pubblico Sciabecco Cacciatore

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Orrido Uragano e la tragedia del Pubblico Sciabecco Cacciatore.

Dispaccio n. 117. Ser.mo Principe,
l’indignazione, e il concitamento degli Elementi, segni formidabili, che sperimentai negli infortuni della Marittima Carriera, e dell’età mia avanzata, non arrivò giammai a costernarmi tanto l’animo, quanto nella mattina di Venerdì, fu il 24 Novembre, la più orrida, e funesta che abbia veduto, né che mai sia stata a memoria, o per tradizione d’Uomini a queste parti. Concorrevano già da settimane Venti Australi, e Borrascosi con quotidiane Pioggie, né il cangiamento della Luna cangiò l’aspetto de’tempi.
Scorso quel dì e quella notte con qualche scherzo da Garbino, e qualche pausa, quando la mattina de’24 verso le ore 14, soffiando Vento fresco da Sirocco Levante, si vide tutto intorno coperto da Nubi dense, e tenebrose, balenare il Cielo con qualche scuotimento della Terra. Il Vento sbalzò ad un tratto al Greco Levante, indi ritornando con furore girò in istanti il Bossolo fino al Garbino, onde incrociatisi li Venti, non si scatenò il più feroce Turbine ad ingombrar l’Aria, e sconvolger il Mare con tale sovvertimento, che crebbe, e durò più di tre quarti d’ora a segno, che da’suoi vortici fu osservato a saltarsi l’Onde a dieci, e più Passa; né altro minacciava, che una totale desolazione.
Dio Signore non l’ha permesso, poiché toccando il Vento al Ponente, principiò a far tregua, e così sospese, e andò calmando l’ira de’Venti, e del Mare.
Mi toccò essere dolente spettatore dell’orribile tragedia, e vedere sotto li miei occhi in questo Porto all’estremo pericolo tutti li Pubblici, e privati Bastimenti, tratti da suoi Sorgidori, senza chi avesse forza umana a ripararli. Fra questi la Pubbl. Nave Diligenza, e le due Pubbl. Fregate, la Concordia, a cui si spezzò una nuova Gomena, mai più usata, della Speranza, e la Minerva, che andarono gran tempo per armizzare con tre Ferri a fondo, ai primi impeti verso il Lazzaretto, e rovesciando il vortice all’Ostro Garbino, poterono girare in modo di far testa, fortunatamente scansando il Scoglio di Vido, e sottrarsi ad dal pericolo.
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04 Giu 2012

portale di Cà Renier a S. Margherita

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ca' di calle Renier
Nella Calle di Ca’ Renier a S. Margherita la descrizione della contrada per l’anno 1740 pone il “palazzo proprio per uso del N. U. Daniel Renier”. Il palazzo, ora ridotto a semplice casamento, non conserva di antico che una bella porta archiacuta (Dorsoduro 3434)

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31 Mag 2012

Bernardino Renier Savio di Terraferma alla Scrittura e l’Ospedale di S. Antonio, 1796

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Ser.mo Principe, al terminar dell’estate decorsa reso insufficiente il consueto Spedale Militare di S. Servolo a contenere un numero estraordinario d’infermi, derivante dall’accresciuto presidio di Truppe, e dal cangiamento di clima, e stagioni, fu proposto a V. Ser.tà dalla benemerita cura di chi presiede così utilmente a quest’Offizio al fruire di uno Spedale provvisionale in S. Antonio di Castello [dal 1811 pubblici Giardini], che venne li 24 7bre approvato.
La base economica di tale istituto principio fu la sola paga del soldato stesso, che dovea curarsi, consistente in soldi 15 al giorno, compreso il ragguagliato dar del pan biscotto; ma non ritraendo il nuovo Spedale negli altri Pub. suffragi, che tengono a stento a bilancia l’altro Militar Spedale di S. Servolo, mi è forza d’implorare l’approvazione di alcune spese indispensabili, e che sole costituiscono l’aggravio per conto pubblico del medesimo caritatevole provvisionale istituto.
Al principio di 8bre rapidamente accresciuto il numero degli ammalato oltre i 300, convinto dal fatto dalle frequenti improvvise visite anche notturne, che l’umanità soffriva, e chiedeva un pronto riparo, io mi sono caricato ben volentieri della responsabilità di prevenir le aggiunte di disciplina, e di spese, che rassegno a VV. EE. per l’approvazione nelle Terminazioni.
In primo luogo ho creduto opportuna la Terminazione delle mediche ispezioni, che a V. S. assoggetto, per evitar la ripetizione di funesti episodi nella distribuzione dei rimedi, e delle mal dirette operazioni chirurgiche. Ritrovando giustamente dall’antecedente Decreto impiegato il Medico Dott. Tabacchi, oltre gli altri Professori, ed infermieri, ch’erano addetti a quello stesso recinto, quando serviva per i Marineri, e conoscendo il fatto di quanto vantaggio riuscisse la sua opera, ove parzialmente avea intrapreso ad esercitare, la sopraveglianza di tutti gli esercenti sotto qualsivoglia denominazione la cura dei mali, e al medesimo tempo tutta la responsabilità sulla ripetizione degl’indicati disordini; aggiungendo per il momento un altro Medico reso indispensabile.
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16 Mag 2012

di un fondo a S. Michele al Tagliamento proprietà di Marietta Bertrand vedova di Bernardino Renier

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Da L’agricoltura veneta, saggio di Antonio Sette

Il Distretto di Portogruaro coltiva le viti precisamente come Ariano e Loreo: ne tiene anzi gli arbori (salici e qualche oppio a tramontana e ponente del Distretto) ancora più bassi, quantunque non sorgano elevati abbastanza neppure quelli di Ariano e Loreo. I Comuni da’quali si raccolga uva migliore, non però ottima, sono Fossalta, Annone e S. Michele: e riescono, più delle altre varietà, la cenerente, la friulara e tutte le bianche di cui abbonda il Distretto a tramontana e levante-Riguardo ai gelsi primeggia il Comune di S. Michele, e gli tengono dietro quei di Fossalta e di Portogruaro. Il sig. Bottari, che tanto bene recò all’agricoltura friulana, educa a S. Michele 2000 libbre di bozzoli sopra un podere di campi 43 all’incirca, le cui file di gelsi potrebbero servire come altrettanti modelli di perfezione. Ed è pure in S. Michele che il sig. Merlini, agente della nob. Marietta Bertrand Renier-Hellmann, piantò viti congiunte ad oppi nelle parti elevate di un fondo, e salici nelle depresse; lo fornì anche di gelsi a fusto ed a siepe, e vi coltivò cereali;-ogni cosa operando con sì mirabile industria che giunse a raccorre diciannove quantità di frumento sopra una di seme, e in anni sei fece raddoppiare il valore dello stabile,-comperato poscia dal sig. Rossi che lo mantiene fiorente.

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14 Mag 2012

la famiglia Persico Renier paga la quota alla Nuova Società di Venezia riunita in Procuratia

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procuratia persico renier

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12 Mag 2012

l’Ambasciatore Paolo Renier, il Principe di Kaunitz, i confini del Lago di Garda e fra Cortina d’Ampezzo e San Vito di Cadore.

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von kaunitzWenzel Anton von Kaunitz-Rietberg
Dispaccio n. 69.
Serenissimo Principe, trasmetto a VV. EE un Promemoria, con articoli di doglianza, e la doglianza è sopra gli ordinari inconvenienti che nascono fra finitime Popolazioni, de’quali inconvenienti è molto probabile che VV. EE. ne sia stato reso partecipe, da que’Provveditori ai Confini, che ne fecero la visita in quei siti. In un’altra Carta rassegno a VV. EE., intorno alla quale imploro sollecita la risposta, ed è circa l’affare degli Ampezzani, e San Vitani, per la di cui intiera definizione mi furono spediti dai 17 Maggio passato Fiorini 454, affinché con le debite ingiontemi prescrizioni, e cautele, li avessi da consegnare alla Cancelleria di questa Corte. Nello spazio di tempo che corse, varie volte ne parlai col Principe di Kaunitz, ma le di Lui occupazioni, rivolte a cose maggiori, e più seriose, non gli concedettro forse il tempo di definire a questa, che non è grande faccenda. Finalmente a forza di dolci e reiterati eccitamenti, lo condussi a presentarmi quelle formule, che io trasmetto a VV. EE., perché mi comandino se questa la reputino satisfattoria, e immediate io farò il contamento del dinaro, e l’affare resterà interamente compito.
6 Xbre 1766.
Polo Renier.
Archivio di Stato di Venezia, Dispacci di Ambasciatori, Germania, F. 271.

Progetto convenutosi fra S. M. l’Imp.ce Regina, e la Ser.ma Repubblica di Venezia, inserto al Dispaccio n. 69, che affine di togliere ogni fomento di discordia, fra le due Comunità di Ampezzo, Sudditi Austriaci, e quella di San Vito Veneti, al Confine del Tirolo per i Prati in qualunque parte del Monte Giau, o sotto altro nome in quelle adiacenze, professati dalla prima di esse Comunità di sua particolare ragione, e situati nel Territorio Veneto di là della Linea dividente i due Stati, essi Prati passino in poter della Comunità di San Vito, e restino per conseguenza sotto il dominio utile, regale, e perpetuo della Ser.ma Repubblica; il tutto mediante il pagamento da farsi da’Sanvitesi agli Ampezzani in Fiorini 344 per l’acquisto di detti Prati, e in altri Fiorini 110 a titolo di risarcimento di danni; in tutto Fiorini 454, Valuta di Vienna, con l’intelligenza però fra le due Corti, che l’esborso di esso dinaro debba effettuarsi in questa Città fra’rispettivi Ministri, che hanno trattato, e ultimato quest’affare; quindi il Cancelliere di Corte, e di Stato Principe di Kaunitz, per parte di Sua Maestà, certifica con la Presente Carta di Dichiarazione, aver Egli ricevuto nel giorno d’oggi dall’Ecc.mo Signor Ambasciatore N. H. Paolo Renier, per parte della Serenissima Repubblica, la sopra espressa somma di Fiorini 454, Moneta di Vienna, questa Carta dovendo ancora servire di Quietanza interinale fino a che la sudetta Comunità di Ampezzo avrà fatto, e trasmesso per mezzo del Governo del Tirolo un Istromento di Cessione, e Rinunzia legale, e nella forma più autentica per la sicurezza, e tranquillità del possesso de’Prati, in virtù del presente Atto cedente.
Il sudetto Istromento contenente la Quietanza finale per i Fiorini 454 sarà rimessa alla sudetta Eccellenza il Sig. Ambasciatore, accertandosi Egli pertanto che sarà imposto a suoi Sudditi silenzio, e obbedienza, con rilasciare non solamente ordini precisi agli Ampezzani, che non s’ingeriscano più nel ceduto godimento de’Prati medesimi, sopra i quali non avranno più da qui in avanti da pretendere cosa alcuna sotto qualunque immaginabile titolo; ma sarà ancora ingionto al Governo suddetto di farsi carico del più esatto compimento, nella fiducia, che i San Vitani saranno parimenti avvertiti di dover contenersi dal canto loro entro i limiti del proprio Confine, determinato nelle antecedenti publiche convenzioni, onde sia viepiù rassodata la buona vicinanza in quelle Contrade. Vienna, 6 Decembre 1766.
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07 Mag 2012

della serpola filograna o filograna di mare studiata da Stefano Andrea Renier

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serpola filograna

Da Atti del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Nov. 1869-Ott. 1870, tomo 15, serie terza
NOTA sull’ animale della Serpola filograna di Linneo, e confronto delle descrizioni di esso presentate dal fu professore di Padova S. A. Renier e dall’ inglese M. I. Berkeley, con una tavola,
DEL M. E. DOTT. G. D NARDO.

Nell’ offrire in dono, alla collezione di oggetti naturali adriatici di questo Reale Istituto un ammasso di Serpola filograna, quale per grandezza vedesi molto di rado, avuto riguardo alla somma sottigliezza e fragilità de’ tubetti dei quali è costituito, per cui non resiste al movimento delle reti da pesca, sembrami far cosa non discara a’ zoologi, aggiungendo sopra l’ animale che lo produce, le seguenti illustrazioni.
L’abate Olivi, supponendo che l’ammasso fosse costituito a un solo tubo, piuttosto che da molti, pensava che l’ animale di questa Serpola, di quasi capillare grossezza, potesse essere della lunghezza di più centinaja di piedi (V. Olivi, Zool. Adr., p. 196); ma il professore Renier, avendolo osservato, ebbe il merito di contraddire tale erronea supposizione; non ne stabili però un nuovo genere, ma lo riguardò come un Amfitrite che chiamò alata.
Così egli scrive nell’ annotazione lett. K, che leggesi a pag. XIX del di lui Prodromo di osservazioni, ecc. Ven. 1804. Serie III, T. XV.
‘Replicate volte in tempi diversi ho avuti vivi, più di qualche centinajo di questi animali, entro i loro tubi, dai quali sortono naturalmente quando sono per morire e quando l’ acqua marina, in cui si conservano, comincia ad alterarsi. Lo stesso succede degli animali delle altre Serpole e delle Sabelle.
Questa amfitrite non la vidi più lunga di tre linee. Ha alla sua sommità sei tentacoli pinnati i quali al loro sortire sono uniti da un involucro membranoso sottilissimo. La stessa sommità è fornita all’ intorno esternamente da una specie di collarino. Lungo il corpo per il corso dei quindici primi anelli ha due ale laterali membranose, dalle quali le ho desunto il nome specifico alata. Il suo colore è di un bel rosso quasi di scarlatto. Di grandezza naturale ed ingrandita col microscopio la tengo incisa pel mio saggio’.
Posteriormente il Renier confermò la sua scoperta riportando l’Amfitrite alata nelle tavole per servire alla classificazione degli animali pubblicate nel 1807.
Passarono inosservate le osservazioni del Renier a cagione della rarità del libro nel quale si contengono, nè da altri erasi osservato e descritto questo anellide, quand nel 1827 l’inglese
I. Barkeley pubblicò nel Zoological Journ., vol.. III, n. X, p. 229-231, una memoria intitolata Descriptions of the animal inhabitants of tuc British Serpulae (S.Arundo – C.filograna), dove leggesi la seguente descrizione:
‘Animal corpore valde compresso, postice tegumentis latiuscolis subtricenis, ultimis ciliatis utrinque papillis duobus minimis, nigris insignibus, pallide carneo, fascia longitudinali rufescente : pallio planiuscolo, albo; fasciculis utrique septem, quorum anteriores confertiores ; membrana terminali branchiarum cilii reto pennaceis, corneis, quorum duo media operculum subifundibuli forme, oblique tramatum formati.’
Pescato vicino a Waymouth.
Pensa l’autore doversi costituire con tale animale un nuovo genere, ma lo lascia fra le Serpole, fino a che il suo organismo sia meglio conosciuto.
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05 Mag 2012

delle congratulazioni a Rodolfo Renier quando fu nominato Rettore dell’Università di Torino

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Da Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, vol. 41, 1905-906
CLASSE DI SCIENZE MORALI, STORICHE E FILOLOGICHE
Adunanza del 24 Giugno 1906.
PRESIDENZA DEL SOCIO SENATORE ENRICO d’OVIDIO PRESIDENTE DELL’ACCADEMIA
Sono presenti i Soci: Boselli , Vice-Presidente dell’Accademia, Ferrero, Direttore della Classe, Manno, Carle, Cipolla, Brusa, Carutti, Chironi, Savio e Renier Segretario. — Scusa l’assenza il Socio Ruffini.
Viene approvato l’atto verbale dell’adunanza antecedente, 10 giugno 1906.
Il Presidente legge le lettere con cui i professori Brandileone, Brini, Filomusi-Guelfi, Stoppato, Toniolo ringraziano per la loro nomina a Soci corrispondenti.
La Classe prende atto d’una lettera dell’Università di Aberdeen, con la quale si comunica che S. M. il Re d’ Inghilterra assisterà alla solenne cerimonia commemorativa del IV centenario della fondazione di quell’Ateneo.
Il Socio Carle fa omaggio all’Accademia di un volume del senatore Francesco Buonamici, ‘Dell’ordine dei titoli delle Pandette’, vol. I, Pisa, 1906. Egli rileva l’importanza del nuovo studio e propone che la Classe , ringraziando l’ insigne cultore di studi romanistici, gli mandi insieme le sue condoglianze per la gran sciagura domestica che lo ha colpito. Il Presidente e la Classe intera si associano.
La Direzione della Biblioteca nazionale di San Marco offre il volume: ‘La Biblioteca Marciana nella sua nuova sede’, Venezia, 1905.
Per l’inserzione negli Atti sono presentate:
1°, dal Socio Savio una sua nota: ‘Ancora la Cronaca di Filippo da Castel Seprio’;
2°, dal Socio Chironi uno scritto del Dr. Rocco Ragazzoni, ‘L’interesse ad agire e le azioni di accertamento’.
Il Socio Savio pronuncia le seguenti parole:
Essendo tra i pochi Accademici che non appartengono all’Università torinese, mi sembra d’avere uno speciale diritto di presentare vive congratulazioni al nostro egregio Segretario per la prova di stima datagli giustamente dai colleghi nella sua nomina a Rettore. Mi rallegro e gli auguro che nell’alto ufficio possa ottenere tutti quei maggiori vantaggi e quello splendore del primo nostro Istituto scientifico ch’egli desidera. — Alle congratulazioni al nuovo Rettore aggiungo un plauso di ammirazione e di onore al Rettore scadente, il collega Chironi, specialmente per le insigni benemerenze acquistatesi nel riparare ai disastri dell’ incendio del 1904. Se a me non fu dato di portar contributo alcuno alla restaurazione di quel prezioso monumento scientifico che è la nostra biblioteca, voglio almeno trar profitto da questa circostanza per attestare come storico oggettivo l’opera che in varie guise vi portarono varii socii dell’Accademia, e in particolare l’illustre Vice-Presidente Boselli coloro che composero con tanta accuratezza i cataloghi dei codici superstiti, o attesero alla restaurazione dei codici danneggiati, i socii Cipolla, De Sanctis, Pizzi, Renier e il nuovo collega Stampini, e il socio dell’altra classe, prof. Guareschi. Mi sia lecito dire che coll’opera loro intelligente, attiva, disinteressata hanno reso più onorando il nome della nostra Accademia.
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30 Apr 2012

dei Vescovi veneti (fra i quali Giovanni Renier) riuniti in Concilio a Venezia nel 1859

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da La sovranità temporale dei romani pontefici propugnata nella sua integrità …

IL PATRIARCA, L’ARCIVESCOVO ED I VESCOVI VENETI RIUNITI IN CONCILIO
AL CLERO E AI FEDELI DELLE LORO DIOCESI

Noi ANGELO RAMAZZOTTI Patriarca Di Venezia, GIUSEPPE LUIGI TREVISANATO Arcivescovo Di Udine, GIOVANNI GIUSEPPE CAPPELLARI Vescovo Di Vicenza, IACOPO DE FORETTI Vescovo Di Chioggia, FEDERICO MANFREDINI Vescovo Di Padova, MANFREDO BELLATI Vescovo Di Ceneda, GIOVANNI ANTONIO FARINA Vescovo Di Treviso, BENEDETTO DE RICCABONA Vescovo Di Verona, GIOVANNI RENIER Vescovo Di Feltre e Belluno, ANDREA CASASOLA Vescovo Di Concordia, CAMILLO BENZON Vescovo Di Adria,
vescovi veneti concilio 1859
Al venerabile Clero e dilettissimo Popolo di tutte e singole le Venete Diocesi, Salute e Benedizione.

La voce del Padre, la voce del Vicario di Cristo, così potente sul cuore dei veri figli della Chiesa, si è levata di nuovo mesta e dolente in mezzo al Collegio apostolico (Allocuzione nel Concistoro del 26 Settembre), ed esponendoci le gravissime angustie, ond’egli è oppresso, reclama uu’altra volta il soccorso delle nostre preghiere. Alle sue querele, ai suoi gemiti già con eco concorde hanno risposto, dalle terre ancor più remote, molti e molti venerabili Prelati, ed hanno eccitati i popoli, alle loro cure commessi, ad emulare il fervore dei primitivi Fedeli, che ottennero, pregando insieme senza posa, la liberazione di Pietro. Collocati noi in tanta vicinanza degli avvenimenti, e contemplandoli quasi cogli occhi nostri, potremmo rimanerci impassibili spettatori, e non fare con paterna confidenza appello alla vostra pietà, venerabili Fratelli, amatissimi Figli, acciocché, raccolti con noi davanti ai sacri altari, invochiate dal Dio delle misericordie un pronto rimedio a tanti mali? E non ci prevarremo ancora della singoiar circostanza del Concilio provinciale, che ci ha qui uniti pel bene dello anime vostre, perchè la nostra parola vi arrivi più autorevole e persuasiva, esprimendovi il sentimento unanime dei vostri Pastori? Ci è testimonio Iddio della rettitudine delle nostre intenzioni, e che nessuna umana insinuazione, nessun riguardo ci muove a parlarvi, ma solo la gloria di Dio e della sua Chiesa, e il vostro vero bene presente e futuro. La causa, che il romano Pontefice difende a costo di tanti travagli e contraddizioni, non è già una causa meramente temporale, come da tanti si crede, né riguarda lui solo; è la causa della libertà e dell’ indipendenza di tutta la Chiesa, compromessa in quella del suo Capo, è una causa, che interessa altamente tutto il mondo cattolico. Tutti i popoli della terra sono chiamati all’ovile di Cristo, lutti sono affidali al governo di Pietro: egli n’è il Pastore ed il Maestro universale. È dunque interesse di tutti che la parola di Pietro sia libera ed indipendente dalle Potenze della terra; che libero sia il suo Senato e le numerose sacre Congregazioni, per l’organo delle quali egli risponde ai bisogni di tutta la Chiesa; che libero sia ai figli, comunque diversi di lingua o di paese, l’accesso al Padre comune; ch’egli possa liberamente e decorosamente inviare i suoi Nunzii alle varie nazioni, ed accogliere Principi e ambasciatori per trattare con essi gli affari più rilevanti delia Religione; che l’ecclesiastica disciplina, i sacri studii, gli Ordini religiosi e tante benemerite istituzioni detta fede e della carità, spesso altrove perseguitate, possano liberamente svolgersi e fiorire, almeno intorno alla Sede apostolica: in una parola, è interesse di tulli i Fedeli del mondo che il Padre dei Principi e dei popoli, il Vicario di Cristo conservi il suo civil Principato, le cui prime tracce, rimontano sino alla liberazione della Chiesa dalle persecuzjoni pagane,, e che i secoli rassodarono ed.ampliarono, non senza un visibile disegno della divina Provvidenza. Chi.dunque, anche dei più prevenuti, potrà seriamente ascrivere a colpa del Pontefice la santa fermezza, con cui egli difende un’eredità di sì gran momento al bene della Chiesa, ricorrendo ancora, agli anatemi, che possono bene spesso esser derisi qui in terra, ma non perdono perciò nulla della loro tremenda forza nei cieli, e incuteranno mai sempre un salutare spavento a chi ha punto di fede? Credete voi che quel Pio, che inaugurava col perdono il suo Pontificalo ed entrava francamente pel primo nella via delle riforme civili tanto sospirate, sarebbe venuto a questi estremi, senza un’estrema necessità, o si ritrarrebbe indietro da qualunque sacrifizio, che la vera ragione del pubblico bene esigesse? Anziché biasimare il Pontefice, preghiamo piuttosto quel Dio onnipotente, che tiene in sua mano il cuore dei Sovrani e delle nazioni, affinchè calmi la terribile procella, riconcilii i figli col padre, ridoni a tutti la pace, la concordia, l’amore.
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24 Apr 2012

stemma dei conti (grafen) Renier sotto l’Impero austriaco

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grafen renier

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22 Apr 2012

di Antonio Renier, Capitano Governatore e Provveditore

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antonio renier
Antonio Renier (1708-1778) fu Governatore delle Galee, Governatore dei Condannati; Capitano in Golfo a Cattaro (1737-1740); Provveditore straordinario in Istria; Provveditore d’Armata (1743-1745) a Corfù, assieme a Giacomo Casanova suo aiutante; Provveditore Generale della Dalmazia e dell’Albania a Cattaro (1765-1768); Capitano e Vicepodestà a Padova (1770-1771); Provveditore generale da Mar a Corfù (1773-1776).

Ser.mo Principe, rassegno a V.tra Ser.tà le rimanenti notizie del mio ritorno in quest’Acque. Con la Squadra tutta, commessa alla mia insufficienza dall’autorità dell’Ecc.mo Provv. da Mar Dolfin, mercé alla assistenza immune da ogni pregiudizio, dopo 22 giorni di viaggio, compresi sei di stazione in Istria, per attender il favorabile incontro di passar il Golfo. Essa è composta di due Galeazze coperte dall’esperienza dell’Ill.mo Cap. Condulmer, di quella pure del N. H. Provv. da Riva, di questa Galera, e di altre due dell’NN. HH. Bon e Marini. I Libri delle med.me vengono rassegnati dalla mia subordinazione all’Ecc.mo Mag.to all’Armar; et i Bolli delle cinque Compagnie e di sbarcamento d’Oltremarini, che presidiano questi Pubbl. Legni all’Ill.mo Savio alla Scrittura. Adempito con ciò a quanto era di mio ossequioso dovere, mi presto a VV. EE. nel deporre assai volentieri a’piedi del Reggio Trono di V.tra Ser.tà anco l’ultimo de’miei sostenuti impieghi, dopo il lungo doloroso corso di tre anni di continuato servizio, prestato sopra l’Armata così in Mare, come in Terra, con onore di Cittadino, con grande zelo, e con tutta la maggior cura ed applicazione del mio spirito ad obbedire a’comandi delle Supreme Cariche, impegni tutti di quel dovere, che non può mai venir meno, per tutto il rimanente corso della mia vita. Grazie.
Dalla Galera Provv. d’Armata 9 Novembre 1745.
Acque di Fisolo [isola fortificata, porto di Malamocco].
Antonio Renier Provveditor d’Armata.
Da Archivio di Stato di Venezia, Senato Dispacci Provveditori di Terra e da Mar, Provveditore d’Armata dal 1742 al 1757, b. 1236.

Giacomo Casanova e Antonio Renier.
Il signor Renier, Comandante Generale delle Galere, aveva ordinato una visita a Guino. Il signor F. era partito all’alba, dopo avermi ordinato di raggiungerlo la mattina dopo sulla Feluca. Cenando solo con la signora, mi lagnai di non poterla vedere l’indomani… Partimmo alla fine di settembre con cinque Galere, due Galeazze, e diversi piccoli Bastimenti sotto il comando di Renier, navigando lungo la costa adriatica a nord del Golfo, ricchissima di porti da quella parte, tanto ne è povera dalla parte opposta. Tutte le sere sbarcavamo in un porto, e di conseguenza vedevo tutti i giorni la signora F. con suo marito che venivano a cenare sulla Galeazza. Il nostro viaggio fu molto tranquillo. Gettammo l’ancora nel Porto di Venezia il 14 ottobre del 1745, e dopo aver fatto la quarantena sulla Galeazza, sbarcammo il 25 di novembre. Due mesi più tardi l’uso delle Galeazze fu abolito. Erano un tipo di imbarcazione molto antiquato, il cui mantenimento costava molto, mentre non se ne vedeva più l’utilità. La Galeazza aveva lo scafo di una Fregata, e i banchi di una Galera, dove cinquecento galeotti remavano quando non c’era vento. Prima che fosse operata questa saggia abolizione, ci furono dei grandi dibattiti al Senato. Coloro che si opponevano allegavano diverse ragioni, la più solida delle quali era che bisognava rispettare e conservare tutto ciò che era antico. Questa ragione, che sembrava ridicola, è tuttavia quella che gode di maggior importanza in tutte le Repubbliche. Non esiste repubblica che non tremi al solo nome di novità, non solamente per le cose importanti, ma anche per quelle frivole. Miranturque nihil nisi quod Libitina sacravit. La superstizione ha sempre la sua parte. Ciò che la Repubblica di Venezia non abolirà mai sono le Galere, non solo perché le servono moltissimo in un mare chiuso e che ha bisogno di navigare anche a dispetto della bonaccia, ma soprattutto perché non saprebbe che fare dei criminali che condanna a remare.
Giacomo Casanova.

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14 Apr 2012

Il Pielego Madonna del Rosario e S. Antonio di Padova

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6 Marzo 1783, in Pregadi.
Paulus Rainerius Dei gratia Dux Venetiarum.
Dovendo il Pielego [simile al Trabaccolo, 18 m., 100 tonn., scafo panciuto a due alberi con vela al terzo, con poppa sopraelevata a gradino, sopravvisse fino al 1920] nominato Madonna del Rosario, e S. Antonio di Padova della tenuta di Botti Candiotte n. 85 di ragione del Parcenevole, e Proprietario Zorzi Radimiri (presso Dobrota, Cattaro) Suddito nostro, da esser Capitanaggiato da Filippo Radimiri di Stefano pur Suddito nostro e viaggiare per diverse parti, ove l’occorresse, con la Bandiera del Protettor Nostro San Marco come Legno Suddito della Signoria nostra, e proprio essendo, che godano gli altri Veneti Legni simili, preghiamo gli Amici, e commettiamo a’Rappresentanti, e Sudditi nostri di riconoscere per tale la Bandiera stessa prestando ogni ajuto a favore del sudetto Filippo Radimiri, che lo Capitaneggia, ovunque pervenisse, come dalle benevolenze degli Amici stessi si promettono e dalla obbedienza de’Rappresentanti, e Sudditi nostri volemo, che sia eseguito.
E da mo’ sia permesso al Magistrato de’V Savj alla Mercanzia di far prender in nota li Legni sudetti, acciò in ogni tempo appariscano esser Sudditi della Signoria nostra, come pure al Magistrato all’Armar, perché di viaggio in viaggio siano presentati li Rolli e siano Ciurmati almeno con due terzi de’Marinari Sudditi nostri.
De sì 10; de no 6; non sinceri 8.
Gianfrancesco Busenello Segretario [gli altri Segretari del Senato erano Giuseppe Gradenigo, Francesco Alberti, Rocco Sanfermo].
A. S. Ve, Senato Mar, Registro n. 241, 1783-1784.

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09 Apr 2012

due case Renier e fornace a Murano, dal catasto Napoleonico 1808-11

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da silvenezia.it
case renier murano

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02 Apr 2012

dei tre Renier Procuratori di San Marco: Daniele, Alvise (Luigi), e Giacomo

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da Cronologia universale di Vincenzo Coronelli
procuratori san marco renier

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31 Mar 2012

‘Fantasia’ di Adriana Renier Zannini

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Amo candida Luna il tuo splendore
Che dolcemente mi ricerca il cuore.
Seguo il tuo raggio con pupilla intenta
Quando i templi e le vie muta inargenta,
E immagini conformi all’alma mia
Ridente m’offre, o tristi, fantasia.
Or tutta assorta nel pensiero in quella
Che a noi s’apre dinanzi era novella,
A quel raggio io chiedea lieto presagio,
Pur ammirando del Ducal Palagio
L’altera forma, fatta greve e tetra
Se il tuo bel lume a stento vi penètra.
Quando animarsi quelle logge oscure
Vidi degli Avi miei l’alte figure,
Quali togate in rosso e quali in nero,
Di là guardar l’antico Impero;
Né più dolersi che il Leone alato
Non s’erga sulle antenne inalberato.
Se, sparita ogni traccia del feroce
Augello, sventolar la bianca Croce
Veggono inserta all’Italo stendardo,
Che il core appaga e racconsola il guardo.
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24 Mar 2012

del rapporto tra Ugo Foscolo e Venezia (ed inoltre con Giustina Renier).

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ugo foscolo
Mi sembra avere un certo interesse analizzare un aspetto particolare della vita e delle opere del poeta, e cioè i suoi rapporti con Venezia. “Di vizi ricco e di virtù”, così si definisce il Foscolo stesso, ed è per noi abbastanza facile intuire il suo profilo fisico e morale, poiché egli, con quel compiacimento, e, diciamo pure, presunzione, che è un aspetto del suo carattere, ce ne ha lasciato abbondanti tracce nei suoi scritti.
Nel 1799, quando aveva venti anni, compone un primo Sonetto, nel quale rivela con franchezza le sue intime contraddizioni, affermando: “Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio” (cioè: avrei buone intenzioni, ma poi mi lascio andare alle peggiori); continua: “E so invocare e non darmi la morte”. A questo primo Sonetto fa seguito un altro “A se stesso” e poi un altro ancora “Di se stesso all’amata”, per finire col descriversi accuratamente in quello intitolato “Il proprio ritratto”, che è una specie di elenco delle sue doti. Egli infatti compone un paio di versi formati unicamente da ben nove aggettivi, forse per essere certo che il lettore non abbia dubbi: “Sobrio, umano, leale, prodigo, schietto, pronto, iracondo, inquieto, tenace”. Dice anche, con un tocco di narcisismo: “giuste membra, vestir semplice eletto” (cioè di semplice eleganza) per poi ripiegare in una immagine a lui usuale: “Avverso al mondo, avversi a me gli eventi”. Direi che quest’ultimo concetto è abbastanza logico, giacché colui che muove guerra a tutti, come fece il Foscolo, si crea inevitabilmente molti nemici. Conclude con il verso “Morte sol mi darà fama e riposo”, nel quale sintetizza la coscienza del proprio valore, ed il senso tragico della vita. Tragicità forse poco credibile quand’egli così scriveva: era allora un giovanotto senza mezzi certamente, ma cominciava già a cogliere i primi successi sia nel mondo culturale sia nella società del tempo; tragicità invece comprensibile a noi posteri, che conosciamo la profonda infelicità di tutta la sua vita. È questo l’ultimo autoritratto? No, a distanza di venti anni egli rielabora lo stesso sonetto, ed è interessante notare alcune differenze: ad es. è scomparso il verso “corro ove al cor piace” cioè, per noi che conosciamo le sue tendenze amorose, questo equivale a dire che non corre più dietro alle donne, o perlomeno non lo dice. Non basta: egli ama presentarsi non solo in versi, ma anche in prosa. In una lettera all’amico Gaetano Fornasini del 1795, da Venezia, così ancora si descrive:
“Di volto non bello ma stravagante, di crini non biondi ma rossi, e d’un’aria libera; d’occhi mediocri ma vivi, di fronte ampia, di naso aquilino e grosso, ma non Ricciolo e non grande. La mia statura non è alta, ma si dice che deggio crescere, tutte le mie membra sono ben formate dalla natura…”. (Epistolario, I, p. 12.) Un suo biografo, il Pecchie, che lo conobbe ai primi dell’800 a Milano, così lo descrive: “Aveva folti, fulvi e ruvidi capelli, che rendevano più energica l’espressione del suo estro poetico, e più orribile il suo cupo silenzio, e le sue vampe d’ira”. Come tocco finale aggiungo che, per il suo carattere spesso funereo, venne soprannominato dagli amici “suicida ambulante”.
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17 Mar 2012

della corrispondenza tra Giustina Renier ed il principe Cristiano Federico di Danimarca (poi re Cristiano VIII)

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cristiano federico danimarca
A Christian Friderick Principe di Danimarca (viaggiatore sotto il nome di Conte di Oldemburg)

ALTEZZA REALE.
Non saprei certo dimenticare giammai la favorevole occasione, che mi procuró l’onore di veder Vostra Altezza Reale nella mia Patria, e conterei per una vera felicità se neppur Ella l’avesse affatto cancellata dalla memoria. E chi sa inoltre che non si risovvenga di essersi con somma bontà diretta a me per avere alcune notizie risguardanti le Feste e gli Spettacoli, che all’ illustre di lei Avolo vennero offerti, durante il di lui soggiorno a Venezia. Non avendo io potuto sul momento soddisfare alla sua nobile curiosità, la pregai di permettermi, che ne facessi tosto la mia occupazione, e che potessi trasmetterle quelle notizie, che un dì mi fosse riuscito trarre dalle mie ricerche. In quella sera stessa cominciai a frugare ne’ miei libri e nelle mie carte, e il giorno appresso, quando io era appunto per prender la penna in mano, ecco venire a me il Conte Carli Rubbi, ch’ io aveva fatto chiamare. Gli annunzio subito toggetto della mia dimanda, e lo prego di ajutarmi de’ suoi lumi. Egli m’ informa di essere stato egualmente interrogato da V. A. R, sul medesimo oggetto; di aver anche potuto sul momento stesso riferire alcuni aneddoti relativi, e di essere risoluto a farne una minuta relazione. Conseguentemente mi consiglio di abbandonar la mia impresa. Ne avea ragione ; non conveniva più pensarci.
Scorso alcun tempo, mi si affacció alla mente questo pensiero: Tra un Sapiente erudito e una donna sensibile v’ è assai più differenza, che fra una quercia maestosa ed un’ umïle violetta. Tanto il racconto del primo, quanto la vista dell’ albero eccelso eccitano idee grandi e sublimi; la seconda al contrario, simile alla viola, non puó inspirare che idee passionate e piacevoli. Sarebbe ella audacia che sotto l’ aspetto di un tenue fiorellino io aspirassi a risvegliare nel cuor d’ un si gran Principe dolci sensazioni, mediante la lettura di una relazione affatto diversa nel suo genere dalla prima ? Veramente ne temo ; nondimeno un presentimento propizio rianima le mie forze, riprendo la penna, e traccio il mio racconto. Mi era pur anche lusingata d’ incontrare V. A. R. in Toscana, e di potere a viva voce implorare la sua indulgenza ; ma delusa di quest’ aspettazione, non mi resta altro partito da prendere, che di osar di trasmetterglielo, nella speranza che il mio piccolo lavoro possa riempiere per qualche istante gli ozj dell’A. V. R. e di quell’amabile Principessa, che il Cielo prodigo con Voi di tutti i suoi doni volle accordarvi, perchè nulla mancasse a rendere il più felice degli uomini chi è il più illuminato e il più valoroso de’ Principi.

Di Vostra Altezza Reale
Firenze 20 Maggio 1820.
Giustina Renier Michiel

RÉPONSE.
Madame. Je vous dois bien des obligations pour la relation au sujet du séjour de mon Aïeul Frederic IV à Venise, comme aussi pour l’aimable lettre qui l’ accompagnait. J’ ai reconnu dans l’une et dans l’autre le discernement et la sensibilité qui constituent le charme des ouvrages des femmes qui veulent bien employer leurs talens à bien écrire, et vous ne douterez pas de l’intérêt que j’ai eu à lire cette relation, tant pour le sujet, que pour la manière dont il a été traité. Parmi les sentimens bien agréables, dont j’ ai été saisi en lisant vostre ouvrage, Madame, je compte surtout la satisfaction que j’ ai éprouvé en voyant à quel point mon Aïeul a rendu justice aux sentimens des Italiens, à leur hospitalité, à leurs manières prévenantes, à l’ardeur qu’ ils mettent à aller au devant des voeux des étrangers, lorsque ceux-ci s’intéressent pour ce qui est national parmi eux ; sentiment au sujet de vos compatriotes, Madame, que je partage de tout mon coeur. Jamais je n’ oublierai les jours agréables que j’ ai passés dans cette belle Ville de Venise, tout autre qu’alors, il est vrai, mais possedant toujours des femmes et des hommes aimables, prévenans et instruits. Vous venez de m’en donner une nouvelle preuve, Madame. Et comment puis-je vous remercier de vos bontés comme je le devrais? Veuillez recevoir l’expression de toute ma gratitude, les complimens et les remerciemens de mon Épouse, et veuillez me conserver un souvenir amical, en vous persuadant de la haute considération avec laquelle je suis, Madame, vôtre

Très-réconnaissant et afféctionné
Christian Frederic.
Quisisana ce 27 Juin 1820.

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16 Mar 2012

La Serrata del Maggior Consiglio

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Sono passati oltre 700 anni dal 1297, anno della Serrata del Maggior Consiglio; evento che rappresentò una svolta fondamentale nella storia della politica interna veneziana, la quale a sua volta ebbe grande influenza sugli avvenimenti esterni; se alcune isolette lagunari divennero una città di grandissimo prestigio, parte del merito è anche delle forme di governo che questo popolo seppe darsi.
È molto noto l’ordinamento interno che era in vigore presso la Serenissima negli ultimi secoli, forse è meno noto il travaglio mediante il quale si giunse a queste forme, cioè la storia della Costituzione veneziana; ed è una delle fasi più interessanti di questa evoluzione che vorrei illustrare. Quando si parla di Costituzione noi oggi pensiamo ad un preciso testo scritto che regola la vita politica. Nel passato non era così: Venezia ebbe una storia costituzionale molto complessa senza avere una Costituzione scritta. Singole varianti venivano apportate gradualmente, adattando la struttura dello Stato alle mutevoli esigenze. Per i primi secoli le notizie al riguardo sono piuttosto scarse. Dopo il tramonto dell’impero romano e la decadenza di quello bizantino, poteva essere il caos, o un dominio straniero. Invece proprio in questo periodo emergono quei principi che saranno la solida base della Repubblica: forte senso di indipendenza, rispetto per le autorità, volontà di navigare e costruire.
Il popolo non vuole dipendere da capi aprioristici, quali l’imperatore o il papa, ma poiché riconosce che l’autorità è necessaria, vuole eleggere direttamente il suo duca; popolo e duca sono i cardini assai semplici della politica nei primi secoli.
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10 Mar 2012

Il trasporto delle galere da Venezia al Garda

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galea veneziana
Un episodio della storia di Venezia a mio avviso presenta aspetti veramente singolari; si tratta del trasporto delle galere intere, e di altri scafi, eseguito dai Veneziani nel 1439, da Venezia al Lago di Garda, in parte risalendo il corso dell’Adige, in parte scavalcando letteralmente le montagne situate fra l’Adige e la parte alta del Lago. L’episodio è tanto rimarchevole, tenendo conto del peso e delle dimensioni delle navi del tempo, che ragionevolmente si può anche dubitare, come è stato fatto da alcuni, che sia frutto di una leggenda, o tutt’al più che le navi siano state portate scomposte in parti, e poi ricomposte, oppure che siano state costruite sul luogo.
Questi dubbi hanno sollecitato la mia curiosità, per cui, da modesto dilettante di ricerche storiche, ho cercato di documentarmi attingendo alle fonti più autentiche perché più vicine nel tempo, al fine di rendermi conto se e come siano andate realmente le cose. La mia pertanto non vuole essere una rievocazione, ma una semplice esposizione di questi documenti, al termine della quale ognuno potrà trarre le sue conclusioni.
Per comprendere l’episodio, bisogna inquadrarlo nella lunga e complessa serie di eventi che costituisce la storia della guerra fra Venezia ed il Ducato di Milano, durata dal 1426 al 1454. Riportiamoci al 1438. Le sorti della guerra volgono a sfavore dei veneziani: una potente armata milanese, al comando di Nicolò Piccinino, ha invaso la pianura bresciana, ha quasi raggiunto Verona, e cinto d’assedio Brescia. Brescia resisterà eroicamente per tre anni: si consideri che, alla fine dell’assedio, più di metà degli abitanti risulterà morta di fame. Per sottolineare questo attaccamento veramente commovente di Brescia a Venezia, bisogna aggiungere due particolari: che Brescia era stata sottomessa da poco tempo, e che l’esercito ufficiale veneziano, al comando del Gattamelata, si era ritirato a Verona mediante una uscita fulminea, al fine di non rimanere intrappolato nella città assediata, la cui difesa era rimasta affidata ai soli abitanti.
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01 Mar 2012

due dispacci dell’Ambasciatore della Repubblica di Venezia a Roma Andrea Renier

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Dispaccio al Senato n. 155 dell’Ambasciatore a Roma Andrea Renier.
Serenissimo Principe, mi attrovo nel dovere di partecipare a VV. EE. un per me onorevole avvenimento, ed è che avendo io un Casino di Campagna tre Miglia fuori di Città [un’iscrizione del 1777, infissa nel Casale di Tor di Quinto, ricorda i proprietari Carlo Locatelli e Andrea Renier, Ambasciatori di Venezia a Roma], dove di tratto in tratto mi riposo dalla Etichetta Romana, e dove il giorno [abitava a Palazzo Venezia, nel Palazzo di S. Marco, che fece restaurare, vi sono le polizze dei muratori] ho fissata la mia Villeggiatura, e attrovandomi nello scorso lunedì godendo pace colla mia Famiglia, mi vidi di improvviso delle Truppe alla Porta di esso, e da lì a pochi momenti il Santo Padre [Pio VI Braschi, 1775-1799, nel 1782 visitò Venezia e venne accolto dal Doge Renier, e dal figlio Andrea] vestito come è solito di andare per Roma, avendo nella propria Carrozza il Cardinal Gio. Batta Rezzonico [nipote del veneziano Papa Clemente XIII Rezzonico, 1758-1769] in abito di formalità, e col solito suo Seguito di Prelati, e di Cavalieri. Smontò il Pontefice e con una indicibile bontà mi abbracciò, ed ebbe la degnazione di ascendere le Scale, e di trattenersi con me per quasi due ore con i modi li più generosi.
Volle vedere i miei Figli [Giustina n. 1755, abitò a Roma col marito, Alvise n. 1759, Antonio, n. 1762, Angelo Maria n. 1769], verso i quali profuse atti di profonda clemenza, e poscia si restituì direttamente al Quirinale, da dove pure direttamante era partito.
Io non saprei, che confondermi in me medesimo per un eccesso di tanta bontà, e solo mi conforta il niun rimorso, per quanto lo concede la tenuità del mio ingegno, di non avere mancato al dovere del mio Ministero servendo con zelo, e con fede l’Ecc. Senato, e riputerò massima la mia gloria per la distinzione praticatami dal Santo Padre, che verrà aggradita da VV. EE.
Roma 18 8bre 1777. Andrea Renier Cav. Ambasciator.

Dispaccio al Senato n. 159 dell’Ambasciatore a Roma Andrea Renier.
Serenissimo Principe, riaperte le Udienze di Sua Santità, ho creduto mio dovere di procurarmi un’occasione di comparire ai Piedi del Pontefice, per ringraziarlo della distinzione, ch’ebbe la clemenza di praticarmi venendo al mio Casino di Campagna nel decorso mese, come ho significato a VV. EE. nel riverente mio numero 155 [veniva inviato da Roma al Senato un Dispaccio la settimana, il sabato].
Egli infatti mi concesse l’Udienza per giovedì sera, e mi accolse con i tratti della maggiore bontà. Mi approfittai anche in tale occasione per eseguire la Pubblica Ducale dei 9 del decorso mese, dentro i limiti da essa prescrittimi, e il Santo Padre mi si spiegò con voci egualmente cortesi.
Mi trattenne in seguito per lo spazio di un’ora e mezza in vari discorsi, ma tutti astratti, e generali, e di niun rapporto a cose riguardanti l’Ecc. Senato. Roma 15 9bre 1777. Andrea Renier Cav. Ambasciator.

Archivio di Stato di Venezia Dispacci di Ambasciatori al Senato, Roma, 1777-1778 Andrea Renier Kav. Amb., B. 294.

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24 Feb 2012

lettera di Giustina Renier Michiel a Saverio Bettinelli

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saverio bettinelli Saverio Bettinelli

Il Carnovale del 1808.
Lettera n. 3. Venezia 13 Febbraio 1808.
…Dicesi che al più giovedì saranno qui i Principi [Beauharnais] per godersi del brillantissimo Carnovale. Il rapporto della Polizia di Domenica portava che vi fossero state in quella sera 20.000 Maschere; ed i giorni di lavoro diversificavano di poco. Lascio ai Politici di dedurre da dove derivi questa eccessiva spensieratezza.
Io nulla veggo, perché non esco che col sole; ascolto però i vari casetti che succedono; fra questi posso riferirne uno. In una Bottega di Caffè insorse disputa fra un Italiano mascherato da selvaggio, cioè mezzo ignudo, ed un Francese; questi diceva che un molle Italiano non potrebbe starsene a lungo vestito in quella forma, perché gli Italiani non sanno resistere lungamente a nessun patimento.
L’Italiano difese la Nazione; si venne a’confronti, si passò al particolare, ed ei protestò che da già 12 ore si trovava così mascherato, e che tuttavia farebbe qualsiasi scommessa di starsene tre giorni e tre notti senza mai spogliarsi, né addormentarsi.
Il Francese propose 12 Luigi, e da quel momento incominciaron le 62 ore. Potete ben credere quanto fosse invigilante il Francese, e quanto facesse invigilare.
Fu da ognuno saputa la disputa, e il finto selvaggio veniva seguito da per tutto da una gran folla di gente, attratta chi per curiosità, chi da gran spirito patriottico cercando di tenere animato il selvaggio, e chi per il solito sentimento di imitazione. Faceva però ribrezzo vedere girar per le strade un uomo coi piedi e le gambe ignude, nude pure le braccia, e nudo il collo e il petto; vederlo passare da un ambiente caldissimo, come sono i Caffè e il Ridotto, all’aria fredda ed umida, specialmente di queste lunghe notti; pure trionfò, ed il Francese sborsò i 12 Luigi.
Giustina Renier Michiel.
Da Lettere inedite di Giustina Renier Michiel e di Saverio Bettinelli, Venezia, Tipografia del Commercio, 1857.

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20 Feb 2012

di alcune lettere inedite di Giustina Renier

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Da Lo Spettatore: rassegna letteraria, artística, scientifica e …, Volume 3

Lettere inedite di Giustina Renier-Michiel e di Saverio Bettinelli – Venezia, dalla Tipografia del Commercio, 1857

Due illustri donne vanta fra le altre Venezia, Isabella Teotochi Albrizzi e Giustina Renier-Michiel. Vissute ambedue in epoca eguale lasciarono ambedue onorata rinomanza: chè se l’Albrizzi fu somma nell’arto dei gentili trattenimenti, l’affabilità e la modestia della Michiel le valsero l’ammirazione e la stima dei migliori ingegni del suo tempo. L’autrice delle Feste veneziane, lavoro di piacevole lettura, che se manca talvolta di fondamento storico è ricco però di affetto per le memorie della patria, racconta al Bettinelli nella prima delle lettere sunnunciate, la sua presentazione a Napoleone; non sarà discaro udire le sue stesse parole: “ La voglia di vederlo dappresso mi prese a tal segno , che, trovandomi vestita benino, imitando lo slancio imperiale , mi slanciai anch’io nella scena fra ebrei, Samaritani ec. Quando veggo Daniel Renier, che ravvisandomi tra la folla si avvicina all’orecchio dell’Imperatore, gli bisbiglia cose tali per cui quel gran monarca si mostra curioso di vedermi, ed io mi trovo portata dal braccio di un ufficiale dinanzi a tutti gli altri, ma pure in distanza di cinque a sei passi dall’imperatore. Egli frettolosamente mi si avvicina, ed abbassandosi un poco per ben fissarmi , incrociando le braccia sopra se stesso, con voce burbera cosi incomincia; “E in che siete voi famosa? “.. “ Io famosa? “ – “ Si, ma in che siete famosa? “ – “ Nell’amicizia che fa parlare cosi vantaggiosamente di me (accennando con una mano il Renier che gli stava dappresso) “ – “ E che cosa avete scritto? “ – “ Varie piccole cose che non meritano di parlarne. “ – “ In verso o in prosa? “ – “ In prosa, Maestà, perché non sono mai stata capace di scrivere un verso. “ “ Ah! voi siete improvvisatrice, voi siete improvvisatrice. “ – “ Vorrei esserlo in si bella occasione di farmi onore. “ – “ E che cosa avete dunque scritto? “ – “ Varie piccolissime cose: alcune traduzioni. “ – “ Traduzioni? E di che? “ “ Di alcune tragedie, “ – “ Racine m‘ immagino. “ – “ Perdono Maestà; dall’inglese. “ Allora tirò avanti, né più il vidi. Napoleone che rispose a madama di Stael come stimasse maggiormente quella donna che avea dato più figli alla patria , non poteva occuparsi molto della veneziana annunciatasi a lui come traduttrice di tragedie inglesi , egli che non amava nè l’Inghilterra nè i suoi poeti. Non si ebbe però a male la Michiel della noncuranza di Bonaparte, che anzi applandì alla scelta di Alvise Querini per consigliere di stato come giusto guiderdone ad un uomo rispettabile per onestà e per talenti.
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10 Feb 2012

dispaccio del Bailo di Costantinopoli Paolo Renier sulla navigazione nel Mar Nero

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Il Bailo Polo Renier, il Ministro Russo e la navigazione nel Mar Nero.

Ill.mi ed Ecc.mi Sig.ri Inq. di Stato, sulla considerazione che feci, quanto potrebbe nuocere, che le importanti e gravissime cose le quali sono costretto a riferire, le quali si pubblicassero prima di venire alla sua maturazione, per impedire un tal massimo inconveniente mi determinai a due cose, l’una di spedire la presente straordinariamente per Cattaro [era allora Prvoveditore Generale da Mar a Corfù il fratello Antonio Renier], non fidandomi della via ordinaria di Vienna, ove è noto che tutto si apre e tutto si rileva da quella Corte; l’altra di far uso della maturità e pazienza dell’EE. VV. per contenir il pubblico secreto. Inutile che mi espanda su quanto è proficuo al bene della Navigazione, e delle Arti di Venezia, e dello Stato, che la Porta Ottomana comandasse la libertà ai nostri Legni Mercantili di entrar nel Mar Nero.
Diviene in ora inutile che ripeta le cose scritte al Senato tendenti a un tale scopo praticate dal tenue mio intelletto, per giungere al grande fine. In adesso sono costretto di riferire non solo gli affari del Promemoria, che presentai alla Porta, ma anche tutto ciò che operai in seguito nell’affare.
Due giorni dopo che al Reys Effendi feci tenere a pubbl. nome la Carta combinata con tutti li altri Forastieri Ministri dimandante la Navigazione del Mar Nero, questo Ministro Ottomano significandomi, che aveva tratta amicizia per me, la quale lo tratteneva d’ingannarmi, che ciò che mi comunicava, che agli altri Ministri però non lo dicessi, era che vedeva l’affare difficile, che conoscendo le presenti circostanze dell’Impero s’attrovava posto tra la soggezione d’un popolo, che è feroce, e il riguardo di non irritare i Russi, che già sapevano la petizione, e che aveva anzi tenuto con lui stesso degl’appositi ragionamenti.
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05 Feb 2012

un provveditore di Comune della famiglia Renier nel restauro del ponte di San Giobbe

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Delle inscrizioni Veneziane, Volume 2;Volume 6

EX SENATVS CONSVLTO | RESTAVRATVM | PRAESIDE PRAEFECTVRA | SVPER AQVIS | ANNO MDCCXCIV.
Scolpita sul ponte in fianco dalla parte che riguarda la laguna = Questo ponte è in tre archi, ed è disegno di Andrea Tirali, defunto in vecchia età del 1737. a Monselice. Era dapprima questo ponte senza bande, come la maggior parte de’ nostri e come si vede intagliato in rame dal Lovisa colla seguente indicazione: Pontis D. Iob super canalem regium extensi eiusque viciniae prospectus. Furono poscia aggiunte le bande che oggidì stanno = Sappiamo che del 1450 questo ponte era di legno, imperciocché leggesi nel Processo L, come ho detto nell’ iscrizione num. 109, in fazza el ponte grando di legno di San Giob = Dei 1503 adi 26 novembre fu presa parte nella Scuola di San Bernardino di dare ducati 10 in prestido ad istanza delli RR. PP. di San Giob per far fabricar di piera il ponte grando di S. Giob (Proc. L) = Del 1688. 13 agosto. Ordine del Magistrato alle Acque diretto a domino Marco Zuliani guardiano della delta Scuola di San Bernardino di lasciar far un casotto sul nostro terren per servitio degli operarii in rifabricar il ponte grando di S. Giobbe (ivi). Cosicché l’attuai ponte si rifabbricava dal Tirali nel 1688 = E nel 1794, come dall’ inscrizione presente si ristorava ( RESTAVRATVM ) = Varii stemmi poi vi sono i quali indicano altri ristauri probabilmente fattivi anteriormente. Spettano alli provveditori di Comun delle famiglie BARBARIGO, RENIER, DONA’, GRITTI ec.

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05 Feb 2012

della Festa della Sensa

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La Festa della Sensa è certamente la più suggestiva, la più densa di significati, la più nota fra le manifestazioni che si svolgevano a Venezia ai tempi della Serenissima Dominante, tanto che è stata ripresa ai nostri giorni.
Ma è da rilevare che a Venezia le feste sono molto numerose. Il termine “Festa” forse non rende in pieno il significato di questi eventi, che costituivano parte della città. Cinque erano le più importanti e classiche: quelle di San Marco, dell’Ascensione, di San Vito, del Corpus Domini e di Santo Stefano.
Ma gli studiosi moderni ne elencano una quarantina e cercano di descriverle utilizzando le memorie rimasteci; qualcuno ipotizza che, tenendo conto anche di quelle più modeste, organizzate dalle parrocchie e dalle categorie, fossero addirittura centinaia nel corso dell’anno.
È quindi un fenomeno storico che merita di essere analizzato, perché coinvolse, ed oggi ci rivela, significati profondi del costume e dei sentimenti dei nostri antenati.
Erano occasioni nelle quali le tre componenti della Repubblica, lo Stato, il popolo e la Chiesa, confluivano per affermare ognuna le proprie prerogative, i propri poteri; e questo avveniva in un clima armonioso, privo di contrasti, anzi in un’atmosfera di gioia collettiva e di forte partecipazione popolare, quel clima politico che, del resto, è il segreto che spiega come uno Stato minuscolo per estensione e privo, di per sé, di ogni risorsa (nei primi secoli un’insieme di isolette e barene), poté sopravvivere per tanti secoli e divenire uno dei più prestigiosi d’Europa.
La Repubblica favoriva queste manifestazioni, con un duplice scopo: mantenere buoni rapporti fra classe dirigente e popolo, e dimostrare, all’interno e all’esterno, che la Repubblica era ricca, era forte.
Ovviamente ogni festa aveva la sua tradizione, il suo motivo particolare, che talvolta a noi può sembrare strano, ma bisogna ricordare che spesso era solo il pretesto per “far festa”, perché il popolo veneziano era per sua natura gioioso ed ottimista.
La descrizione delle feste costituisce oggi per noi una miniera di informazioni: gli aspetti esteriori, spesso complessi, sempre fastosi, ci riempiono di meraviglia; quelli, invece, conseguenti a riflessioni di carattere politico e religioso ci inducono a constatare, per contrasto, e con una punta di nostalgia, la banalizzazione nella quale è scivolata l’odierna vita veneziana, e quanto ricca fosse quella del passato.
In questo rapido cenno non resta che delineare una sommaria distinzione fra i vari tipi di feste, anche se alcuni aspetti erano comuni a tutte. Molte erano quelle che si prefiggevano di ricordare e celebrare le gesta gloriose della Repubblica: per la conquista di Costantinopoli, per il recupero di Padova, per la presa di Ravenna, per la difesa contro gli Ungheri, per la conquista di Candia, per la difesa di Scutari, per la vittoria dei Dardanelli ecc.
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31 Gen 2012

delle lettere tra Giustina Renier e l’abate Pietro Bettio

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Francesco Morosini in Lettere di Giustina Renier Michiel all’Abate Pietro Bettio Bibliotecario.
Da Collezione di Lettere autografe di vari autorevoli personaggi scritte agli Ab. Jacopo Morelli Bibliotecario, e Pietro Bettio Bibliotecario della Marciana (1787-1845).

Il buon degno Bibliotecario Sig. Ab. Bettio è sempre riverito di cuore da Giustina Michiel, la quale ora va ad incomodarlo per rilevare, se possibile, quali oggetti di Arti furono dal Morosini trasportati da Atene in Venezia.
Nella Storia del Marini, egli così dice: presa già Atene, e spogliato il suo Pireo da’più preziosi antichi ornamenti che lo decoravano, i quali furono spediti al Senato, onde si aggiungessero ai fasti dell’espugnata Costantinopoli quelli pure di Atene; ed il sig. Daru, dopo di averci trattati da barbari per le bombe cadute sopra il Partenone, soggiunge, che i Veneziani infransero la Statua di Minerva opera di Fidia, per volerla portar seco. La risposta a tali vicende venga fatta col minore disturbo dal Pub. Bibliotecario, giacché la cosa non preme così, d’incomodarla maggiormente. Sia però Egli subito e sempre persuaso dei sentimenti di stima che professa verso di lui la scrivente.
E’ cosa veramente strana che avendo per la prima volta osato la Michiel d’incomodare il Pregiatiss. Eg. Bibliotecario Bettio, egli avesse da trovarsi in campagna, e che nello spazio di pochi giorni essa abbiasi la necessità di riaprire la lettera, per incomodo forse ancor di più. Ma che cosa mi potrebbe fare altrimenti.
Per pietà, gentilissimo com’è, perdoni a tutto, e si assicuri della viva riconoscenza della Michiel.
Per il Chiarissimo Signor Bibliotecario Ab. Bettio.
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22 Gen 2012

del discorso del Podestà di Venezia Daniele Renier al reggimento di dalmati

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Da Il nuovo Postiglione di giovedì 29 marzo 1810.
Da Un reggimento italiano di Dalmati 1805-1814, di Vittorio Adami.
Venezia 25 marzo 1810.
Il benemerito Conte Daniele Renier Podestà di Venezia secondando sempre i noti generosi, onorati suoi impulsi ha voluto recarsi ad incontrare colli Signori Savj Municipali, il Regio Reggimento Dalmata che gloriosamente è ritornato dopo la recente guerra. Ha fatto egli un discorso molto obbligante, ed elegante al Sig. Colonnello da cui gli fu risposto con pari graziosità. Dal suo particolare ha fatto distribuire non poca acquavita ai soldati, ed accolse poi i sig. Uffiziali nel locale di sua residenza [a Palazzo Ducale], ove vennero trattati di rinfresco dal predetto Sig. Conte Commendatore.
Riuscì pure dilicato il pensiero del medesimo di far intervenire all’arrivo del Reggimento vari alunni delle scuole comunali che si sono distinti, e che meritarono premio ne’due anni precedenti. Li sig. Uffiziali diedero un lautissimo pranzo, ed a questo invitarono il Sig. Conte Commendatore, e de’Savj Municipali; vivissimi e brillanti furono i brindisi fatti al Gran Monarca, alla sua augusta sposa, all’amato Principe, e a tutta l’imperial, e real famiglia, non che alla città di Venezia ed al Sig. Conte Commendatore e Podestà Renier.
Essendo tutte le truppe riunite nella Piazzetta di San Marco, presente una folla grandissima di popolo il Podestà Renier pronunziò il seguente discorso:
“Dalmati valorosi! Voi ritornate adorni di quella gloria a cui vi trasse l’esempio del Maggiore fra gli Eroi. Voi avete adempite le alte sue brame, e portate in varie guise contrassegnata la sovrana soddisfazione. Questa città, avvezza ben da gran tempo ad inneggiare delle lodi vostre e dei vostri trionfi; questa città a voi sempre con tanti rapporti legata si è fatta la cura più ardente di seguitarvi sui campi d’onore.
Essa vide con esultanza che i pericoli fra i quali foste agitati a null’altro servirono che ad accrescere l’intrepidezza vostra, il vostro coraggio. Io destinato per sovrana grazia a rappresentarla unito a questi miei zelant iconcittadini, sento il più dolce dell’anima nell’incontrarvi primiero e nell’offrirvi in suo nome per tutti voi e al distinto vostro Capo il suo giubilo, le sue felicitazioni, i suoi voti”.
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16 Gen 2012

recensione di Rodolfo Renier d’un libro di G.B. Gerini sugli scrittori pedagogici del cinquecento

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Da Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. 31 pg 133-135, 1898

G. B. GERINI. Gli scrittori pedagogici italiani del secolo decimosesto. – Torino, Paravia, 1897 (8°, pp. VIII-496).

Il metodo della trattazione non è diverso in questo volume da quello che già notammo nel libro del Gerini sugli scrittori pedagogici del quattrocento.
Ci riferiamo , pertanto , a ciò che di proposito s’ebbe ad osservare su quel libro nel Giom., XXX, 271 sgg. Ma ci è in pari tempo gratissimo l’aggiungere che il volume presente si avvantaggia d’assai sull’altro per compiutezza e per informazione sicura di ciò che fu scritto sui singoli autori trattati.
L’analisi delle opere educative è condotta con cura amorosa e con osservazioni opportune , sicchè la lettura di questo libro serve benissimo a darci idea esatta di ciò che fu la pedagogia del cinquecento , per lo meno nelle teorie. Della pratica il G. non si occupò fuorchè enumerando in una nota di p. 153 i nomi di alcuni precettori principali. Se non che, con retto pensiero , egli non si tenne pago ad esaminare le opere di quelli scrittori che ex professo si occuparono di pedagogia , si bene indagò ed espose sistematicamente i concetti educativi che trovò sparsi negli scritti morali o storici di parecchi autori che mai non dettarono trattati pedagogici. Così gli avvenne di consacrare qualche pagina al Pontano per la sua epistola De principe; di raccogliere i pensieri sull’educazione nel trattatello di Pandolfo Collenuccio , che ha intento storico; di ridurre a sistema ciò che dell’educazione fu scritto nel Cortegiano ; di desumere dalle epistole di Marcantonio Flaminio a Galeazzo Florimonte le idee di lui intorno all’ insegnamento del latino , mentre si sa che solo il più vecchio dei Flaminii , Giov. Antonio, scrisse propriamente un trattato educativo , sul quale il G. si diffonde ; di spigolare le idee didattiche nelle lettere di Bernardo Tasso alla moglie Porzia de’ Rossi ed alla figliuola Cornelia , nel dialogo del Padre di famiglia di Torquato Tasso , nel curioso poema Zodiacus vitae di Marcello Palingenio (al secolo Pier Angelo Manzolli), negli scritti del filosofo Gerolamo Cardano, nella Caccia di Erasmo da Valvasone, nei dialoghi di Sperone Speroni e di Antonio Brucioli. Amore non tepido alla ricerca dovette sicuramente animare il G. in questa utile e larga investigazione. Di che gli va data molta lode , perchè certo l’attenersi ai soli trattati di maggior fama non sarebbe stato il miglior consiglio per chi intendeva rappresentare come in un quadro le molteplici e progressive idee pedagogiche di quel secolo.
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15 Gen 2012

Antonio Renier sui discorsi di Cornelio Tacito

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Da Discorsi Accademici sopra Cornelio Tacito dedicati al Serenissimo Principe di Venetia Bertucci Valiero e detti nell’Acad. Degl’Infaticabili sotto la direttione del P.D. Giacomo d’Amore professore di Rettorica nelle Scuole Publiche della Santiss. Trinità de PP: Somaschi, 1656
tacit 1 renier
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10 Gen 2012

lettere di Don Giovanni Renier all’Abate Giannantonio Moschini

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giovanni renier cappellano don Giovanni Renier
giannantonio moschini abate Giannantonio Moschini

Monsignore, da Ponte di Brenta, dove sto predicando alcuni giorni, prego lei gentilissimo di un piacere.
Ho testé recitato nella Città di Adria un discorso nell’occasione che fu benedetto colà il nuovo Cimitero comunale, e già que’buoni Adriesi vorrebbero ad ogni modo questo discorso da stampare. Siccome sarebbe la prima prosa ch’io pubblicassi col mio nome, così bramerei d’averne un giudizio più sicuro e solenne dai Signori di cotesto Ateneo. Se dunque col suo valido mezzo mi fosse concessa la grazia di poter leggerlo personalmente, io verrei volentieri a Venezia nella prima settimana di Febbraio, non avendo per altro tempo libero. Quantunque alla Presidenza dell’illustre Istituto non sia noto il mio nome, basterà certamente la sua protezione a salvarmi da una ripulsa con pienezza di stima e d’ossequio.
Di V. S. Rev.ma 24 Gennaio 1835. Umil. Dev. Oss. Servitore D. Giovanni Renier.

Al Chiarissimo e Reverendissimo Monsignor Canonico Moschini in Seminario Patriarcale Venezia. Da Noventa.
Monsignore, a lei fervido ammiratore de’buoni studi mi permetto di raccomandare la edizione di alcune opere del nostro Giuseppe Bianchetti, indicate col manifesto che le accompagna. So che ha più volte confortato l’autore a pubblicarle, metta a contribuzione gli amici e le persone che valgono, per pregar tanti soci che bastino a coprir le spese. Dove si trattasse di scrittura dozzinale, non avrei coraggio d’invocare il favore d’un letterato suo pari, ma per Bianchetti invoco quello di tutta l’Italia che lo conosce e lo stima. Quando le riesca di razzolare alcuni soci o in Seminario, o fra’suoi amici, si compiaccia a diminuzione d’incomodo di consegnare i nomi all’Ab. Rubelli, a cui scriverò in proposito. Mi perdoni se le reco noia; non ho altro interesse che l’amicizia e l’amore della gloria Italiana. Sono con rispettoso rispetto.
Di V. Rev.ma Godego Don Giovanni Renier, 21 Maggio 1836.

Bibl. Correr, Epistolario Moschini.

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10 Gen 2012

Orazione dell’Ab. Giovanni Renier per la solenne benedizione di un nuovo Cimitero nella Città di Adria

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La generale ammirazione destata dalle singolari bellezze dell’eloquente discorso, oggi da V. S. recitato in questa Chiesa Cattedrale, nella circostanza della benedizione del nuovo Cimitero, fa sì che lo scrivente Municipio, interprete del comun voto, prenda animo a supplicarlo, di voler permettere di rendere il discorso di pubblica ragione.
La fama, che della S. V. ha qui preceduto il nome, assicurando, che fra l’esimie sue Virtù non è certamente ultima quella della gentilezza, porge lusinga di una graziosa condiscendenza. In cotale fiducia rimane quindi il Municipio attendendo una copia del discorso il quale, mediante la stampa, serbando una gradita memoria, sì dell’Oratore, che dell’augusta celebrata cerimonia, farà pubblica prova che, se il Municipio non seppe forse corrispondere al nobile subietto, seppe almeno distinguere il pregio.
Adria 11 Gennaio 1835. Il Podestà Montalbotti.

Se dunque grande come quotidiana esperienza toglie a tutti illusion della vita, e se la provvida religione, a temperar l’orridezza che circonda gli avelli, ci fa sicuri che gli atomi del nostro discioglimento nel dì supremo del mondo si rifaranno, pietosa opera e santa sarà la scelta di luoghi consacrati e difesi, dove comporre le mortali spoglie dei battezzati.
Ben sinistra opinione io formerei in quel popolo, il quale sopra terreno paludoso o deserto abbandonasse gli avanzi de’cari suoi alla fame delle belve sotterranee, ovvero ad esser pascolo alle radici dell’erica e dell’ortica.
Quest’abbandono, questa desolatrice squallidezza ne fomenta i terrori e le tetre immaginazioni. Indi l’idiota si raffigura i fantasmi rizzantisi a mezza notte fuor della fossa e vagolanti qua e là per le case a turbar di sogni funesti e neghittosi i superstiti.
Eppur quei luoghi non sono rifugi di tanti amati? Non albergano le più dolci memorie del viver nostro? Non abbiamo alle viscere di quel campo affidato il grembo che ci portava, il petto da cui succhiammo nutrimento e amore? Non riposano quivi altri estinti degni di soavi reminescenze?…
Qui sopra le tube angeliche richiameranci, e pei disciolti ma non distrutti elementi delle prime sostanze riformeransi a meraviglia i nuovi corpi.
Allora questo suolo brulicherà d’ogni intorno animandosi.
Allora vedrete, quasi svegliati da lunghissimo sonno, levarsi in pié, strani uomini e sconosciuti, etruschi e romani, fieri di memorie e di fasti.
Voi però nel gran giorno non andrete superbi di appartenere alla Città più longeva, che sorga pur anco e si nomi nelle Venezie, ma sì di alzarvi, fra tanto mondo infedele, da Cimitero cristiano col carattere in fronte di battezzati cattolici.
D. Giovanni Renier. Rovigo, Minelli, 1836.

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06 Gen 2012

Andrea Renier, Isabella Teotochi Albrizzi, Domenico Pizzamano, Giacomo Casanova, Rachele Vivante (Caterina Bulgari)

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Domenico Pizzamano (il 20 aprile 1797, Governatore Deputato del Forte di S. Andrea, fece affondare la Tartana francese Liberateur d’Italie; Napoleone voleva far mandarlo sotto processo, poi lo graziò), era giunto a Corfù nel 1774 (ivi era nato nel 1748) come Sopracomito; la sua Galera, la Pizzamana, era alle dipendenze del Provveditore Generale da Mar Antonio Renier; la Galera venne insignita del grado di Bastarda e autorizzata a portare l’insegna del Provveditore da Mar, e vele bianche e rosse. Qui Pizzamano conobbe Isabella Teotochi (1760-1836), [il 18 marzo 1796 si risposò con Giovanni Battista Albrizzi], allora sedicenne; i due si innamorarono; ma la rigida madre di Isabella fu contraria al matrimonio: i Teotochi si erano impoveriti e non potevano permettersi il pagamento della dote; inoltre Domenico era dedito al gioco, ed era perciò visto con sospetto. Isabella fu costretta quindi, assolutamente contro la sua volontà, rifiutando il convento, a sposare il N. H. Carlo Antonio Marin, nato ad Orzinuovi, Sopracomito di Galera, il 10 aprile 1776 nell’Arcivescovado e nella Cattedrale di Corfù. Testimone di nozze (e fu anche testimone nell’annullamento del matrimonio nel 1794, Bibl. Correr, Atti dell’annullamento del matrimonio di Isabella Teotochi, ms. PDc 564) fu Andrea Renier, da non confondere col il figlio del Doge Paolo, era del ramo di Santa Margherita, fu Daniele, ed era zio di Daniele Renier primo Podestà di Venezia.
Il N. H. Andrea Renier, n. 1729, Governatore de’Condannati, amico della famiglia Teotochi, descrive Isabella negli atti dell’annullamento del matrimonio Marin-Teotochi (v. anche Adriano Favaro, Isabella Teotochi Albrizzi, Udine, Gaspari, 2003).
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02 Gen 2012

del cardinale Michelangelo Celesia nipote di Isabella Renier

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cardinale michelangelo celesia
da wikipedia

Michelangelo (al secolo Pietro Geremia) Celesia (Palermo, 13 gennaio 1814 – Palermo, 14 aprile 1904) è stato un cardinale italiano.
Nacque a Palermo il 13 gennaio 1814. Compì gli studi letterari, filosofici e teologici nel monastero della Scala, dove poi fu anche maestro dei novizi. Priore nel monastero della Maddalena a Messina e in quello di Militello, il 25 marzo 1850 fu nominato abate di Montecassino.
Fu in seguito Procuratore generale dell’Ordine e il 16 marzo 1860, proposto dal re Francesco II di Borbone, fu nominato da Pio IX vescovo di Patti. Gli fu tuttavia impedito di prendere subito possesso di questa sede perché, avendo egli prestato giuramento presso il governo borbone, rifiutò di giurare lealtà al Governo italiano.
Costretto in esilio tra Palermo e Roma, governò la diocesi per mezzo di Lettere pastorali e tramite il Vicario generale. Solo alcuni anni più tardi, nel 1865, grazie ad un’amnistia, poté raggiungere Patti. Nei pochi anni trascorsi in diocesi effettuò una visita pastorale, nonostante il morbo asiatico, e inviò una Relazione ad limina, documento accorato ed autobiografico, che descrive le difficoltà interne provocate da parroci inetti e indisciplinati, ed esterne provocate dal Governo italiano con le sue pretese di intromissione con il regio placet nelle nomine ecclesiastiche e nella esecuzione dei decreti.
Dichiaratamente papista e difensore dell’infallibilità pontificia, figura di primo piano al Concilio Vaticano I, il 27 ottobre 1871 fu promosso arcivescovo di Palermo; nel concistoro del 10 novembre 1884 fu creato cardinale da Leone XIII; resse la chiesa palermitana fino alla morte.
Oratore e scrittore fecondo, lasciò molte e interessanti opere raccolte e pubblicate in 9 volumi tra il 1887 e il 1889: Opere pastorali edite ed inedite del Card. M. Celesia. Tra di esse almeno 8 lettere pastorali indirizzate alla diocesi di Patti, tra le quali Lo spirito del Cattolicismo, un vero trattato di ecclesiologia e apologetica, sviluppato per circa 500 pagine.
Morì a Palermo il 14 aprile 1904 all’età di 90 anni

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02 Gen 2012

di Isabella Renier moglie di Gaetano Celesia

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stemma celesia

Da regione.sicilia.it/beniculturali/bibliotecacentrale
Celesia. Nobile ed antica famiglia di Genova, che si vuole passata in Sicilia nella prima metà del secolo XVII per un Lorenzo, che fu tesoriere della crociata, maestro marammiere del Senato di Palermo ed acquistò, per sé e suoi, l’ufficio nobile di maestro notaro del detto supremo magistrato municipale. Lorenzo Celesia e Maurigi, suo nipote, con privilegio del 26 maggio esecutoriato a 5 ottobre 1733, ottenne concessione del titolo di marchese, del quale troviamo, a 11 luglio 1744, investito Gaetano Celesia e Santostefano, marchese di S. Antonino, suo figlio. Sposò questi la nobil donna veneta Isabella Renier (figlia di Daniele Renier del quondam Lancillotto, senatore di Venezia) ed ebbe Lorenzo, Daniele, Giovanni, Nicolò, Ignazio, Lancellotto. Lorenzo Celesia e Renier, terzo marchese Celesia, sposò la nobil donna Concetta Inveges, fu governatore magazziniere dell’olio del Senato di Palermo e deputato dell’illuminazione della città e fu progenitore del vivente Gaetano Celesia e Sitaiolo sesto marchese Celesia. Di Daniele, Giovanni ed Ignazio Celesia e Renier pare che non esista discendenza. Nicolò Celesia e Renier fu abate cassinese di San Martino delle Scale, col nome di Michelangelo; Lancellotto Celesia e Renier sposò Giuseppa Caruso, dalla quale ebbe Pietro-Geremia e Gaetano. Pietro-Geremia, monaco cassinese sotto nome di Michelangelo, dopo essere stato abbate di Montecassino, procuratore generale dell’ordine cassinese in Roma, vescovo di Patti, fu arcivescovo di Palermo e cardinale di S. R. C. del titolo di S. Marco, e la venerazione della quale i fedeli lo circondarono fu la più degna testimonianza delle sue rare doti del cuore e della mente. Gaetano Celesia e Caruso sposò la nobile donna Maria Provvidenza Parisi e Salamone e fu padre di Lancellotto e Francesca-Paola, moglie dell’avvocato Giuseppe Fazio Bua. Dal matrimonio di Lancellotto Celesia Parisi con la nobil donna Antonietta Pilati e Maccagnone dei marchesi della Gran Torre, ne vennero: Gaetano; Maria-Provvidenza in Traina; Francesca Paolo con Giuseppe Fazio Furnari; Rosalia; Elena; Eleonora; Pietro, beneficiale della R. Cappella Palatina di Palermo, e Michele. Gaetano Celesia e Pilati, tenente di fanteria nella milizia territoriale del regio esercito, già cameriere segreto di cappa e spada di S.S. il pontefice Leone XIII, commendatore dell’ordine gerosolimitano del Santo Sepolcro, cameriere segreto dell’attuale pontefice Pio IX, è sposato a Teresa Pampelone e Riccio, dalla quale ha: Antonietta e Francesca.
Arma: d’azzurro, al ciliegio sradicato al naturale, sinistrato da un leone d’oro, coronato dello stesso, ed accompagnato in cinta da cinque stelle d’argento.

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02 Gen 2012

del consigliere di governo Daniele Renier e Giacomo Chiodo archivista

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Da Storia delle istituzioni giuridiche e politiche di Venezia
Di Manuela Preto Martini

Giacomo Chiodo protagonista della fondazione dell’archivio dei Frari.
Tutti i lavori di concentrazione saranno seguiti da Chiodo in persona nonostante fosse stata istituita, come accennato, una commissione apposita dal governo di Vienna per i trasporti, la collocazione, distribuzione e compilazione di elenchi degli archivi, presieduta dal consigliere di governo Daniele Renier, e la cui prima seduta si tenne il 4 dicembre 1821. Un organismo istituito con il disappunto di Chiodo e con il quale fu costretto a convivere, che avrebbe dovuto sorvegliare il suo lavoro, ma che funse ai suoi occhi come una sorta di mancato riconoscimento degli sforzi compiuti fino a quel momento per preparare la concentrazione.
L’esperto conte Renier lasciò abilmente al direttore l’organizzazione del lavoro della commissione e la preparazione delle sedute che sollevò questioni a lui particolarmente care come l’organizzazione del personale, la cui sistemazione era stata prevista sin dal 1815 con la parificazione degli impiegati dell’archivio di S. Teodoro a quelli della registratura governativa e un progetto per egli archivi antichi esistenti nelle province sui quali andava estesa la sorveglianza della direzione dell’Archivio generale di Venezia con l’acquisizione dell’elenco dei fondi al fine di prevenire qualsiasi dispersione, egli infatti riteneva che avrebbe mancato all’idea di una generale concentrazione “se non aggiungessi un pensiero che oltrepassa i confini di questa città”

Minuta di una Lettera di Chiodo a Daniele Renier (Istituzione e costituzione dell’archivio generale in Venezia, busta 1, fascicolo 1-3,
24 ottobre 1821.
“Oso di accennare un consiglio sopra l’argomento che veramente ferisce il mio amor proprio e mi disanima dopo tanti lavori rassegnati per la regolare costituzione di uno stabilimento archiviale che fosse veramente utile al sovrano servigio. Compilatore delle leggi sin dal 1789 sotto la cessata Repubblica di Venezia, confermato ed incaricato di una speciosa commissione archiviale sotto l’antecedente imperiale regio dominio austriaco, depresso come subalterno sotto l’italico, nominato da sua maestà l’augusto nostro sovrano archivista e direttore di tanto stabilimento, antico cittadino originario di Venezia, mi pare sommessamente di poterlo assoggettare. La imperial regia Corte per gli oggetti de’trasporti, collocazioni, distribuzione, elenchi, catastico, vuole costituita una commissione presieduta da un consigliere di governo, ma tutte le stesse operazioni senza il ritardo delle dispari discussioni di vari individui erano già divisate da me e ne aveva rassegnato il metodo ed in parte eziandio alcune eseguite in tanti trasporti verificati ed in alcune distribuzioni ordinate. Il consigliere di governo direttore della cancelleria fu ed è pur ora quello che a tutto sorveglia e l’eccelso governo dietro a miei rapporti delibera. A che dunque una commissione per eseguire ciò che già sollecitamente e tosto che usabili siano i locali ridotti era stabilito da me di verificarsi col sistema appunto del dispaccio divisato? Non servirebbe che di ritardo e d’imbarazzo”.

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30 Dic 2011

del Vescovo Giovanni Renier (Iohannis Reynerii) sepolto sotto l’altare della S. Spina nella Cattedrale di Belluno

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altare s.spina belluno
lapide johannes renieriis

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22 Dic 2011

Daniele Renier e la costruzione dei ponti sul Piave e sul Tagliamento (1805)

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Nel 1805 l’Austria, impegnata nella guerra con la Francia, dovette cercare di migliorare le modeste comunicazioni con il Veneto e il Friuli (alcuni anni dopo, per tale motivo militare, Napoleone decise la costruzione della Strada d’Alemagna, verso il Tirolo, Austria e Baviera): le truppe e i vettovagliamenti esigevano infatti sempre più rapidi spostamenti. Il progetto fu affidato a Daniele Renier (l’anno dopo sarebbe stato nominato podestà di Venezia), e Giulio di Strassoldo: lunghi rettifili, ad imitazione delle antiche strade romane elevate.
Fu progettata perciò la Strada Regia tra Treviso e Udine, il ponte della Priula sul Piave e il ponte della Delizia (punto nodale di cruciale importanza) sul Tagliamento; in particolare Renier si occupò di ponti; era allora Consigliere del Governo austriaco, e fino al 1804 aveva la delega alle strade e ai ponti.
Le comunicazioni sul Piave e sul Tagliamento erano allora per lo più affidate a luoghi dove era facile il guado d’estate, in mezzo al fiume spesso vi erano delle isole, e d’inverno il traghetto con barche; il percorso dei fiumi era spesso mutevole; le piene spostavano le ghiaie, rendendo poco sicura l’infissione dei pali di rovere; venivano costruiti talora dei ponti provvisori, quasi delle passerelle, in abete, ma spesso erano travolti dalle piene.
Nel giugno 1805 la Commissione strade affidò l’incarico di studiare il percorso e di costruire strade e ponti; vi erano dei ponti a Lovadina sul Piave, a Pinzano e a Valvasone sul Tagliamento. Daniele Renier doveva costruire un ponte a Lovadina, e a Valvasone o poco più a sud alla Delizia sul Tagliamento, e successivamente a Ponte di Piave e a Pinzano (ASV, Governo, atti riservati (1798-1805), b. 174, fasc. 14, 22, 23, 66, 75). Renier si avvalse dell’ing. Rubbini, di Malvolti, dell’Artico. A giugno il Piave aveva distrutto il ponte di Lovadina. Vi erano tre assi: a nord da Treviso alla Priula e Pinzano; nel mezzo a Lovadina e Valvasone; a sud a Ponte di Piave e Madrisio.
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17 Dic 2011

Bernardin Renier Savio di Terra Ferma alla Scrittura (1791-1796) e le Cernide e Craine del 1796.

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Il Serenissimo Principe fa sapere, ed è per ordine delli Illustr.mi, ed Eccell.mi Signori Bernardin Renier Savio alla Scrittura Uscito, e Iseppo Priuli, Savio alla Scrittura Attuale.
Reso certo l’Ecc.mo Senato, tanto per le relazioni dei suoi Generali delle Armi, che per quelle de’Capi di Compagnia, dell’ottimo servigio prestato nella Regolata Milizia dei suoi diletti Sudditi, estratti dai Corpi delle Cernide, e Craine delle Provincie della Terra Ferma, Istria, e Dalmazia, fa ad essi noto per mezzo del presente Proclama quanto segue.
I. Che al terminar del cadente biennio que’Bassi Uffiziali, e Soldati delle Cernide, e Craine, che non saranno incorsi nel delitto di diserzione, né avranno abusato delle ottenute Licenze, conseguiranno come fu loro promesso la gratificazione di Ducati 12 effettivi, e la uniforme di cui sono presentemente vestiti.
II. Che a quelle Cernide, e Craine, fra le attualmente serventi, le quali in vista del caritatevole trattamento conseguito, e del genio acquistato per la vita Militare, si offrissero volontariamente a continuare nel servizio per un periodo di tempo che non dovrà superare gli anni tre; e sempre nelle guarnigioni della Terra Ferma, verrà in riflesso alla loro offerta, contribuito ciò che segue.
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11 Dic 2011

una leggenda carolingia ed un affresco mortuario in Piemonte, di Rodolfo Renier

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vezzolano-2
vezzolano

Da Emporium 11-12

UNA LEGGENDA CAROLINGIA ED UN AFFRESCO MORTUARIO IN PIEMONTE, di Rodolfo Renier

In una piccola e riposta conca vinifera, che s’apre sotto il ridente paesello di Albugnano, dominante dall’alto le colline cretose dell’Astigiano e del Monferrato, siede la bella e vetusta chiesa di S Maria di Vezzolano, tutta in sé raccolta sotto la patina secolare che la rende veneranda. Traversò quella chiesa, che vide gli splendori di più civiltà, tristissimi giorni, ed oggi sembra sorrida mesta e tranquilla, nell’età delle rivendicazioni storiche e dei centenari clamorosi, perché anche ad essa si pensa, e anch’essa, dichiarata monumento nazionale, s’ebbe sanate le sue ferite, e fu ed è visitata, quantunque sia alquanto remota da ogni centro di vita moderna, da matori di cose artistiche e di anticaglie. Anche di questo medesimo Emporium, tanto benemerito della nostra coltura artistica, il sig. E. Bracco, anni sono (IV, 1896, 457 sgg.), le consacrò un articolo diligente, che mi dispensa di parlarne più a lungo.
Su due particolari invece mi è grato trattenermi, perché non furono sufficientemente studiati.
La chiesa di Vezzolano, per la sua pregevolissima architettura, va riferita al sec. XI o ai primordi del XII, né si hanno memorie storiche di essa che ci consentano di assegnarne la fondazione ad età molto più antica. Questo mostrò il barone Giuseppe Manuel di S. Giovanni, che ebbe a consacrarle una memoria documentata nel vol. I della Miscellanea di storia italiana, Torino 1862; questo confermò l’architetto conte Edoardo Arboreo Mella, che dapprima nella memoria suddetta, quindi in un articolo a parte pubblicato nel periodico torinese L’arte in Italia (an. I, 1869, pp 39 e 57), illustrò la chiesa dal punto di vista architettonico e scultorio; questo finalmente dovette riconoscere, forse nolente e non senza industrie per regalare al monumento una maggiore antichità, il canonico Antonio Bosio, che parecchie volte ritornò su quella chiesa in articoli di giornale ed in opuscoli, finchè non le dedicò addirittura un volumetto dal titolo: Storia dell’antica abbazia e del santuario di Nostra Signora di Vezzolano, Torino, 1872.
Se non che specialmente il Bosio era incline a prestar fede ad una tradizione del luogo, da lui e da latri riferita, secondo la quale Carlomagno, recandosi a caccia per quei colli, con ricco seguito, avrebbe avuto colà una terrifica visione di scheletri. A commentarla e a fargli cuore sarebbe uscito dal suo romitaggio un monaco, che gli avrebbe mostrato la vanità della potenza terrena, e avrebbe ottenuto dalla Vergine che il grande imperatore guarisse dall’epilessia a cui andava soggetto. A ricordo di questo fatto, a edificazione dei fedeli, a riconoscenza per la sanità ricuperata, Carlomagno avrebbe in quel luogo edificato la chiesa di S. Maria di Vezzolano, con un monastero di benedettini, largamente fornito di beni. – E’ chiaro che se questa storia avesse qualche fondamento di vero, l’origine della chiesa sarebbe di alcuni secoli più antica di quel che ci dicono l’architettura sua e di documenti.
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09 Dic 2011

Il Consigliere di Governo Daniele Renier e il ponte della Priula.

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…La maggiore dimensione delli 84 Roveri non farà che maggiormente assicurar il lavoro, sempreché non oltrepassino li 4 piedi e ½, e 25 piedi di lunghezza, e si dimostra l’urgenza dei medesimi non solo per la futura sede del possibile Ponte stabile, ma per li capi saldi indispensabili alle Barche del Ponte provvisionale, non potendo aver luogo la sostituzione come al Tagliamento per la differente qualità del fondo.
17 Luglio 1805 Daniele Renier.
Eccellenza, giunto la scorsa notte a Treviso, debbo riferire che con spiacere non ho trovate verificate né la spedizione di 16 Ruote e Mazzoni, né quella delli 16 Roveri, li quali non andrà male se fossero di 4 piedi e ½ e 25 piedi di lunghezza. Lasciando per ora il pensiero del legname di Larice, ho qui trovato il modo di avere sollecitamente il legname [di abete] occorrente, giacché in quattro o sei giorni sarà tradotto dal Cadorino a questa parte. Per la traduzione al Barco [Priula], ove si acquistasseo qui in Treviso, occorrerebbero molti carriaggi, a differenza che dal Cadore discende per la Piave al luogo preciso del lavoro. Avrei desiderato di trovare a questa parte quasi approntata la Macchina a Batti palo, ma alcuni ritardi di spedizione fecero avere tardi l’incarco. Dietro la nota del Sig. Capitano del Bosco del Montello, dalla quale risulta che alcuni Roveri delle precisate dimensioni non sono dritti, ho spedito il Cap. Graneich coll’Ing. Munari per riconoscere i Roveri atti al lavoro.
19 Luglio 1805. Treviso. Specifica del legname d’albero occorrente per la costruzione d’un Ponte sopra Barche attraverso la Piave tra la Priula, ed il Barco: 540 chiavi di piedi 30, 1500 Murelli bastardi, 22 Rulli di piedi 22.
19 Luglio 1805. Al Sig. Capitano del Bosco del Montello. Le commissioni nelle quali sono incaricato mi fanno credere più opportuno nel Luogo in cui mi attrovo, a risparmio di tempo, di rivolgermi direttamente a Lei, onde possa aver luogo la condotta delli Roveri. Incarico l’Ing. Munari e il Cap. Graneich, di portarsi domani mattina a Giavera, onde poter contrassegnare i Roveri, che oltre che per le dimensioni, anche per essere dritti possano servire all’erezione dei Ponti sopra la Piave, nelle Località di Bosco, e Biadene. Commetto alli suddetti di ricevere nei modi più facili, la pronta traduzione delli 12 della lunghezza di piedi 25 per Lovadina, e delli 84 per la Priula o Barco. Daniele Renier.
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03 Dic 2011

Lettera di Marco Renieri a Emmanuele Cicogna

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markos renieris

Lettera di Marco Renieri (Markos Renieris, 1815-1897, studiò a Venezia e Padova, ambasciatore, ministro, direttore dal 1890 al 1896 della Banca di Grecia) a Emmanuele Cicogna.

Atene 9 Agosto 1840.
Chiarissimo Signore, resta fra le più oscure e fosche della Storia Universale, la Storia dela Grecia e dei suoi Popoli nel Medio Evo. Questa celebre Nazione che aveva affaticato gli Storici per la narrazione delle sue gesta, questa Nazione di la Storia si è presa la pena di tramandare ai posteri perfino le azioni più inconcludenti, è ridotta a una menzione fuggitiva d’un Costantino Porfirogenito; intorno a sé nel Medio Evo vi è una nebbia, fino ai moderni suoi figli, nel novero de’quali sono anch’io, che veramente afflitti da questa situazione, hanno deliberato di dare alla luce tutti quanti i documenti che venissero trovati della storia Greca, che occupa gran parte della Dominazione Veneta in Grecia.
E Venezia, conscia della sua grandezza, ha avuto cura di tramandare ai posteri con tutte per più minute particolarità la sua Storia, così una parte della luce che la Serenissima Repubblica destinava a se stessa serve ad illuminare anche le sorti dei sudditi nei suoi tre Regni dell’Oriente, Cipro, Candia e Morea. Ciò soltanto basterebbe a giustificare la temerità con cui io oso rivolgermi a Lei.
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27 Nov 2011

delle feste per l’Elezione di S. E. Paolo Renier alla Dignità di Doge di Venezia

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NOTA CHE DIMOSTRA LE PERSONE IMPIEGATE NEI DIFFERENTI UFFIZI, E OPERE CO’ SUOI ONORARI DI PANE E VINO alle stesse somministrato nei tre giorni delle Pubbliche Feste d’allegrezza che furoni li 14, 15 e 16 Gennaro 1778 (m. v., 1779) fatto per l’Elezione di S. E. Polo Renier alla Dignità di Doge di Venezia

A Zuane Benetto capo delli Rinfreschi con 150 persone da questo impiegate nelle due bottigliere a pani tre, e Vino Bozze due per cadauno ogni uno delli tre giorni delle feste: Pani 1250; Vino Secchi 228; a Domenico Rossi capo Cassier delle guardie, per 210 Bombardieri a Pani 4 e Vino Bozze 2 per sera per ciascuno, Pani 2620; Vino Secchi 165; a detto per 39 Uffiziali e 16 Bombisti a Pani otto e Vino Secchi uno per sera, Pani 1320, Vino Secchi 47; a 222 fra Camerieri e Cape, a Pani sei e sei Bozze di Vino per ogn’uno, per tutti li tre giorni Pani 1332, Vino Secchi 338. A Marco Franceschi che somministrò dolci; a Giminian Cossi che somministrò Porcellane e Veri; Trentin custode in Argenti; Giacomo Briati per Cristalli da lumi; Perucchieri 30; Gastaldo di Zecca; Campaner di San Marco; Campaner di S. Stae; Uomin delli mascoli; uomini del Pistor che somministrò il pane; il Forner di casa; Barca del Ghiazzo; Gastaldo delli Acquaroli; Scoa Piazza; Missier Grande; sei Capitani dei Cai; Capitano delli Censori; Capitano delle Rive; Cavalier del Dose; Scalco delle Rason vecchie; Giacomo Fagian Capo della Fusta, per ragioni da lui prodotte; detto per li uomini che diede i segni per li tiri di mascoli e vascelli: Peatter di casa; altro Peatter che portò porcellane e veri; Mandolin Ebreo che somministrò vari generi di tappezzerie e altri mobili nelli tre giorni; Capo dei Conzadori nel Palazzo Ducale, per orchestre; Marangon di Casa; a uomini 12 del detto; Murer e Tagliapietra di Casa; Fravo di Casa; alli uomini del Fravo; Fenestreri di Casa.
Terrazzeri; Scova Camin, per nettar il Palazzo ducal dalle immondizie; Scoazzeri per tener netto da scoazze; Calegher; Fioreri per tre gioni di assistenza; Scuerarol di Casa; Barcaroli di Casa; diversi amorevoli e benemeriti di Casa; Staffieri e Donne di Casa; 17 Servitori; Nonzoli di San Marco; quelli di San Basso per suonar campana; San Geminiano per simile; San Giacomo e San Zuanne di Rialto per simile; due simili di Mons. Patriarca; Barca del Cancellier Grande; barche delli massieri; due Barche di Ca’ Michiel; 5 Barche di Ca’ Manin; due di Ca’ Ruzzini; Ca’ Morosini; Ca’ Priuli; quattro di Casa; Zuanne Zilli Scrittural del Mastro di Casa; Antonio Piazza assistente del Mastro di Casa; Zuanne Bernardi simile alla Sala del Ballo; Michiel Questini e Antonio di Ca’ Contarini per assistenza; tre Donne assistenti alla Camera dele Dame; Capo della Camera, Marco Frescan, e suo assistente, cioè Anzolo Schiavo; due Travasadori; assistente di Caneva; Custode delle cere; Marco Forini assistente; Capo delle Cere; Zunne Cereri Direttor delle Camere; Custode delli Tabari; Zuanne Tigre Dispensier al Pane; Zuanne Piazza assistente alla dispensa del pan; Custode della Biancheria; diversi Capi d’uffizio e assistenti; Francesco Bonatto che servì nella cusina del Mastro di Casa; Custode alla Camera del Gioco; Capo delle Cape Nere; a Paganoni assistente; custode della Camera delli Scudieri; Direttor dei Fuochi all’Inglese e Mascoli, e suoi uomini.
Alla Guardia degli Arsenalotti del Palazzo Ducale; Custodi del Casin in Campo Rusolo; Facchini e Sfadiganti; Ospital della Pietà; de’Mendicanti; degl’Incurabili, Rev. Padri Carmelitani Scalzi; R.R. P.P. di San Giorgio in Alga; R.R. P.P. Cappuccini alla Zuecca; Rev. P.P. di S. Francesco della Vigna; S. Bonaventura; S. Giobbe; San Secondo; S. M. Maggior; R.R. M.M Convertite; della Croce; Cappuccine di Muran; Soccorso; a 10 Peotte a 10 Secchi Vino, e Pani dieci per una; una detta delli Poveggiotti; a 1082 Libertà de’Traghetti, come da nota rilevata dal Magistrato alli Censori, a Pani sei e Vino Secchi uno per Libertà, Pani 6492; Vino Secchi 1082; alla Plebe e Barcaroli, nelle sei dispense fatte nelli tre giorni e pane consumato, Pani 6322; Vino Secchi 728; a scemi et altro Vino Secchi 66. Somma Pani 41.433; Vino Secchi 4746

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23 Nov 2011

L’Incoronazione a doge di Venezia del Ser.mo Paolo Renier

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doge renier
Il giorno 15 Gennaio 1779 seguì l’incoronazione del Serenissimo D. D. Polo Renier. Sosteneva il Cassierato il Cav. Federico Rezzonico, che smontato quella mattina alla rivetta detta del Dose in veste di damasco, stola d’oro, scarpe e calze rosse, fu incontrato dai Ministri della Procuratia, che precedendolo s’incamminarono alla Chiesa di S. Marco, e al Tesoro, entrando in Chiesa per la picciola porta presso il Coro. Al Tesoro erano schierati dodici Bombardieri con schioppi in spalla. Levata dal Tesoro la Corona Ducale e riposta su d’una sottocopa d’argento dorata, in una sottocopa simile fu riposta la berettina prevista a spese della Procuratia, le quali sot-tocoppe erano adornate di garofoli.
Chiuso il Tesoro, per avviarsi sopra la Scala de’Giganti, precedevano i due Fanti, e Capitani della Procuratia, seguitavano il Fiscal della medesima, e l’Assistente del Proc., indi i due Gastaldi, e Nodari, e finalmente il Procuratore.
Tutta questa comitiva era per lato scortata dai dodici Bombardieri, il capo dei quali precedeva il Fante. Ascese con quest’ordine la scala de’Giganti, dove dentro la porta della Cancelleria il Procurator Cassier avea fatto preparare uno stanzino prospiciente di tavole addobbate con damaschi, e galloni, dentro il quale un tavolino pur coperto con damaschi; si riposero sul tavolino le due sottocoppe, a lato del quale si pose a sedere il Proc. sopra una sedia dipintavi preparata, e altre cinque inferiori, disposte intorno ai cinque ministri. I Fanti stettero alla porta, e i soldati si disposero in ordinanza a mezzo cerchio alla porta. Discese il Ser.mo Principe Polo Renier, in Damaschino di veluto dalla Scala d’oro, accompagnato dalla Ser.ma Signoria. Al passar dinanzi la Cancelleria, uscì il Procurator Cassier, e fermatosi sulla porta inchinò il Ser.mo, che con un picciolo abbassamento di testa congedò da quello la Ser.ma Signoria, Cancellier Grande e Cancellieri Ducali, e principiò il suo viaggio alla Chiesa di San Marco per la scala di San Nicolò, seguito dai 41. Fatte in Chiesa le consuete solennità, cioè prestato il giuramento sull’altare, e comparso di poi sul bigonzo dei Musici, dove da Alvise Zen più vecchio dei 41 fu con eloquente orazione presentato al popolo usando la solita frase: Questo è il Doge che v’avemo eletto, che v’ha da piaser, e che ve piaserà.
Di poi fatto dal Doge stesso dal bigonzo picciolo discorso al popolo, montato il pozzetto ivi preparato accompagnato da parenti, e Ballottino come al solito, fu condotto al giro della Piazza, e ricondotto per la porta della Carta, a’piedi della Scala de’Giganti. Smontato dal Pozzo, ascese la Scala, dove nei tre primi scalini sul primo piano, s’erano già disposte le cose. Il Consigliere più giovane gli porse la cuffia, e il più anziano il Corno ducale. Poi al secondo volto delle colonnette fatto dal Doge discorso al popolo, poi al Piovego e al Maggior Consiglio, e accompagnato alle sue stanze. Bibl. Marciana, Ms. It. cl. VII, 1723 (=8598).

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17 Nov 2011

componimenti poetici per le nozze Renier-Berlendis, 1760

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CANZONE LIBERA di Marco Bembo

Io, che l’imprese e i pregi / Degl’incliti Renier cantai giuliva, / Farò che più n’echeggi / Per sì bel nodo in or l’Adriaca Riva, / Oggi in tua vece intanto / Coi Veneti ragiono e canto: / Alme onorate e care, / Che ad onta dei più turboli nemici / Raccolte in seno al mare, / Trapassate le notti, e i dì felici, / La Famiglia Reniera / Non splende in voi qual luminosa sfera? / Stirpe sì illustre, e degna / Quanto mai si distinse or col valore, / Come la fama insegna, / Or colla fe’, or con il senno, or con l’amore / Su quelle Rive amene / D’amor, di grazia, d’umiltà ripiene, / Che videro ed ammirato Andrea, / E Fedrigo a Regie Ambascerie / Eletti, e degni al pari, / D’un tanto amor, conobbero le vie / Anche un Luigi invitto / Pugnando accrebbe il pubblico conflitto. / Ma, a che ricordo a voi / Le prische glorie / Di fatti memorandi / Dei Renier Eroi / In ogni tempo generosi e grandi. / Se l’eccelsa Famiglia / Anche oggidì si fa inarcar le ciglia? / Su, su, si canti / Dei Renieri gli antichi vanti, / Per cui son stati degni di gloria / Ormai ritornino alla memoria. / Alla memoria nostra ritorni / Nicolò col suo figlio illustre e forte / Che di virtù e di coraggio adorni, / Sfidato in campo aperto ambi la morte; / Sol perché sciolta e libera la cara Patria veggasi / Oro e argento donasi, / E il proprio sangue spargasi; / Ma regni libertà. Del nemico troppo audace / Già la speme a terra giace. / Della fede, e del valore, / Del Renier vincitore / Già la fama in alto sale, / E lo stuol reso immortale / Senza eguale. / Chi lo vede por al piede, / Del nemico soggiogato le catene, / Ove n’è libere e sciolte. / E Fedrigo, ed Alvise, / Alme ben note, e a virtute care. / E Lorenzo, che piena / Di valore magnanimo guerriero / Del nemico fiera / La vincitrice man nel regno pose. / E non lungi da loro, / Colui che serve Bergamo e Verona, / Il gran Giovanni, che ancor Si-gnore, / Sul suo bel Sile, / Giusto, cortese, affabile, gentile. / Al mirar dei Renier l’alta propago / A raccoppiar ogni bel raggio perso / Attenti, questo cielo di gioia è pago, / E in bellezza di pace a terra immerso. / Vide già l’Adria in questa e quella etade / Le chiare imprese dei Renier tuoi figli / Nei duri cuori, e nei maggior famigli / Serba tua gloria antica e libertade.

SONETTO di Melchiorre Cesarotti

Quando porrai sull’onorata soglia / Sposa, il più bel fior del paterno tetto, / Qual di bei fregi augusto coro eletto / Fia che incontro ti venga, / E che t’accolga! / Mite virtù che a venerabile invoglia / E sol del bene altrui fassi diletto / Vedrai del Suocer tuo nel grave aspetto / In natia maestà di fasto spoglia / Zelo con Fedrigo, e accorto ingegno / Che la commossa in sé turba guerriera / Tende a far d’Adria più temuto il Regno. / Sposa, si specchiano in lor la Patria altera, / Vestali eterne; e da Imeneo sì degne, / Tal prezioso dono attende e spera. Da Bibl. Marciana.

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15 Nov 2011

spese incontrate dopo la morte del doge Renier per l’elezione del doge Manin

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Da Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Di Gaetano Moroni

Anno 1789. Filza: spese incontrate dopo la morte del doge Renier. Da esso ricavasi, che negli 8 giorni in cui i 40 elettori stetter chiusi per eleggere il doge successore Manin, si spese in pane, vino, olio e aceto lire 29,421: in pesce 24,410: in carni, polli e selvaggina 20,360: in salami, salcicciotti, prosciutti 3,980: in confezioni e candele di cera 47,660: in vini generosi, caffe, zucchero 63,845: in frutti, fiori, condimenti 6,314; in masserizie di cucina, legna, carbone 31,851 : in arnesi noleggiati, guasti 41,624: in ispese minute 108,910: per stuzzicadenti 25: per tabacco 4,931: in carte da giuoco 200: in altri giuocarelli da veglia 606: in berrette da notte 506: in calzette e borse di seta nera per chiudervi la coda 64: in tabacchiere 3,067: in pettini alla real, da toppé, da bonnet 2,150: in essenza di rose, di lavando, di vainiglia, e in belletto 182. Totale, lire 390,806. Trovo esagerata l’asserzione, la repubblica possedere la sesta parte d’Italia, con ben quindici milioni di sudditi! Negli stati di Terraferma contavo 20 città floridissime, con 3,550 comuni ricche di terre ubertose,di bestiame e altro. Le rendite si fanno ascendere a nove milioni di ducati. Aveva porti, marina militare numerosa e copiose munizioni. Si deplora la condizione oziosa dell’esercito, l’abbandono delle fortezze, eccettuandosi gì’ intrepidi e arditi schiavoni e albanesi, e le cerne o milizie di campagna composte di gioventù gagliarda e pugnace. Oltre le rendite indicate, che in tempo di pace superavano le spese, la repubblica poteva crescere l’imposizioni, avendo opulentissimi cittadini, fedeli e della patria amantissimi, non le sarebbero venute meno nelle sue straordinarie occorrenze.Si vide manifestamente se il tesoro della repubblica era in fiore.
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12 Nov 2011

Lancillotto Maria, il figlio Daniele Renier e Marcantonio Michiel (marito di Giustina Renier) alle sedute del Senato, 1796-1797.

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marcantonio michielMarcantonio Michiel

Da Annotazioni di Francesco Calbo alle sedute del Senato (1785-1797)

Addì 9 agosto 1796, martedì.
Dopo la balottazione prima del così detto mazzo del Pregadi e prima che si leggessero le ducali in seconda balottazione insorse dal suo banco il Consiglier da basso ser Marc’Antonio Michiel, ricercando una deputazione di causa. La quale accordatagli dal Savio del Consiglio in settimana ser Zan Antonio Ruzziri, chiamò li voti non sinceri del Senato, onde fossero obbligati li Savi a proponere al Senato stesso l’elezione di un Provveditor general in terraferma, il quale non fosse obbligato a partire, se non quando le circostanze lo volessero, ma dovesse presentare un piano, il quale, salvando la detta massima di neutralità, provvedesse alla tutela dei suditti abbandonati e relativamente alle circostanze presenti della Repubblica subito tutelasse. Rispose negativamente il Savio di settimana sudetto, ed insisté con qualche declinazione però il Michiel, che fu opposto anche da ser Lauro Costantin Querini, il quale ricercò alla Serenissima Signoria la destinazione d’altro bossolo dal ricercato dal Michiel, perché il Senato concedesse il richiamo del Provveditore generale in terraferma eletto in Bergamo e si eleggesse un altro Provveditor estraordinario di qua dal Mincio. Accordata questa separazione dal Savio di settimana, che oppose nuovamente l’eccitamento Michiel, fu questo rifiutato con voti b. 162, 6 v., e 23 n. s. Riflettuto poi dal Savio in settimana sull’eccitamento Querini, esponendo alcune difficoltà di ben eseguirlo e promettendo di rinnovar studi sullo stesso, tema replicate volte delle meditazioni de Savi, insisté il Querini, onde fossero li Savi precettati a studiare e proponere nell’affare. Fu preso l’eccitamento non opposto dal Savio di settimana con voti n. s. III, v. 6, b. 75. Fu esaurito questo eccitamento richiamando il Kav. Foscarini, in settimana Ruzzini, li 13 agosto 1796.
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06 Nov 2011

articolo sulle spugne del genere Reniera (genere che prende il nome dal Prof. Stefano Andrea Renier)

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Da Traité de Zoologie concrete, par Yves Delage – Edgard Herouard
Lecons professées a la Sorbonne
Tome II – 1re partie : Mesozoaires – Spongiaires, Paris 1899
renier spugne1
renier spugne2

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05 Nov 2011

Alvise Renier in una Riferta di Giacomo Casanova agli Inquisitori di Stato

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Il padre di Bernardino Renier, Alvise, è ricordato da Giacomo Casanova nella sua Riferta n. 7 agli Inquisitori [1776?]:
“Ill.mi ed Ecc.mi Sig.ri Inquisitori di Stato.
Domenica scorsa 25 di Marzo alle ore tre della notte in corte Contarina a S. Moisè [Casanova abitava a 20 metri, in corte del Luganegher in Frezzeria; in corte Contarina ebbe il suo casino anche Giustina Renier Michiel, verosimilmente si conoscevano] il Signor Andrea Sanfermo attaccò con parole ingiuriose il N. H. G. Battista Minio fu de Zuanne.
Questo patrizio non si difese da tutti gli improperi in altro modo, che col dirgli: Temerario ricordatevi qual differenza passa tra voi, e me, respingendolo poi col braccio, quando alzando le mani, parea che il minacciasse.
Ecco la ragione istorica dei questa scandescenza.
La galante moglie del Sanfermo, ch’era delle fanciulle dell’Ospitale dei Mendicanti, è innamorata del N. H. Minio contro la volontà del marito, che non vorrebbe, che avesse altri che il N. H. Sig. Alvise Renier (padre di Bernardino) fu de Sig. Bernardin, il quale, sebbene mal corrisposto, la serve attualmente.
Il N. H. Renier, a cui non è ignota la secreta intelligenza della Signora con l’altro, si lagna col Sanfermo, il quale non potendo farsi ubbidire dalla propria moglie, crede di aver giusto motivo di sdegnarsi con N. H. Minio.
Questo, amante amato dalla medesima, non può risolversi a finir di turbare la pace del N. H. Renier, e del marito.
Questo imbroglio, che potrebbe aver serie conseguenze, non è forse indegno delle sapienti riflessioni di V.e Ecc.ze”.
Da Archivio di Stato di Venezia, Inquisitori, B. n. 565.

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02 Nov 2011

Bernardino Renier Savio di Terraferma alla Scrittura (1791-1796) e il Tenente Colonnello di Reggimento Stefano Leoni.

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Noi Bernardin Renier Savio di Terra ferma alla Scrittura.
La Suddita Famiglia Militar Leoni segnalatasi con distinte azioni tra le Pubbl. Truppe, lasciò nei superstiti il nobile genio di seguire le onorate traccie de’suoi Maggiori nella Professione delle Armi. Così appunto fece il Serg. Magg. Stefano Leoni, che s’incaminò al servizio cadetto nel 1771, e imbarcato nel 1780 sopra Pubbl. Legno, incontrò un fatalissimo naufragio in questo Golfo, ove fu dolente spettatore della perdita del Cap. Bernardo suo Padre, di un Fratello, e della intiera Compagnia, salvatosi pur Egli miracolosamente dalla voracità dell’onde, che lo ridussero sul momento di essere ingojato dalle medesime. Tale dolorosa catastrofe di disgrazie commosse la Pubbl. pietà a grado, che con il solenne Decreto 23 Xbre 1780 [all’età di 35 anni] gli conferì di Capitanio della stessa detta Compagnia del defunto suo Padre. Riconoscente quest’Ufficiale ai singolari tratti della Pubbl. beneficienza, si diportò con la maggior attività in tutti gli incontri ne’quali seppe degnamente meritarsi la soddisfazione delle Cariche, che lo fregiarono di amorevoli attenzioni, prova sicura dell’animo, e sicuro servizio da lui prestato.
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29 Ott 2011

sugli affreschi della Villa della famiglia Berlendis (imparentata con i Renier) a Capriolo (BS)

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STEMMA: scudo bipartito, la parte inferiore è divisa in due campi, bianco e rosso; nella superiore, in campo celeste, campeggia una scala sormontata da una croce d’argento, affiancata da due stelle d’oro
stemma berlendis

Da engramma.it
Estratto da: Il ciclo di affreschi di Palazzo Berlendis a Capriolo: una lettura iconologica e un’ipotesi di attribuzione, di Guido Pelizzari

Preliminarmente sarà da notare come molto stretti siano sempre stati i rapporti tra la famiglia Berlendis, originaria di Bergamo, e la Repubblica di Venezia. I Berlendis divennero Patrizi Veneti il 28 marzo 1662 in seguito a una cospicua donazione alla Serenissima; all’epoca dell’acquisizione del patriziato i legami tra la famiglia e Venezia erano però già consolidati da un secolo. Nell’ultimo quarto del XVI secolo Giacomo, figlio di Paolo Berlendis (architetto militare distintosi nella costruzione delle mura di Bergamo per conto della Repubblica di San Marco, militare di professione, dopo essersi distinto a Cipro durante l’assedio di Famagosta nel 1571 e a Lepanto, viene mandato come “Provveditore alle fortezze” dell’isola di Creta e più precisamente di “Candia, Rettimo [costruita dal 1573 al 1582], La Canea, Suda, Spinalunga e Carabusa” . Già anziano, dopo esser stato nominato generale d’artiglieria, viene inviato dal Senato anche a combattere gli Uscocchi nella guerra di Gradisca (1615-1617) dove si distingue, con il suo concittadino Alessandro Agliardi, durante gli attacchi a Trieste e Segna .
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26 Ott 2011

Daniele Renier e il Patriarca Jacopo Monico, 1849.

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jacopo monico
Il 3 agosto 1849 Daniele Renier, sentito Giambattista Cavedalis e con l’accordo di Daniele Manin (Vincenzo Marchesi), presentò alla presidenza dell’Assemblea municipale una petizione che poteva ipotizzare la resa, sottoscritta da Girolamo Dandolo, il Patriarca Monico e 70 persone.
Si chiedevano al governo i motivi che lo potessero indurre alla resistenza ad ogni costo ad onta delle aggravate circostanze [erano cadute Palmanova e Marghera].
Il pomeriggio del 3 agosto 1849, Daniele Renier era assieme al Patriarca Jacopo Monico, che alloggiava al secondo piano del Palazzo Querini Stampalia a Santa Maria Formosa [il palazzo patriarcale era ancora in restauro e rifacimento], per una riunione sulla pubblica Beneficenza, quando il palazzo Querini fu assaltato da una turba di fanatici: si accusava falsamente il Patriarca di aver firmato una petizione per trattare la resa con gli Austriaci (la situazione ormai era disperata, e infuriava il colera): “Nel giorno fatale in cui il Palazzo Querini abitato nel secondo piano da S. E. il Patriarca fu assalito da un’orda di malvagi, erano il Patriarca, il Conte Sceriman, il Co. Antonio Zen, il Co. Andrea Valmarana, S. E. Daniele Renier e altri radunati in una stanza per trattare gli oggetti di pubblica beneficenza. Un rumore si udì nella strada, ossia nel Campiello Querini, e un botto di sasso in uno dei balconi…
Il popolo montò sul ponte, sforza un balcone del primo piano di casa Querini, mette a soqquadro quell’appartamento, e le stanze terrene dell’Agenzia patriarcale, indi aperse le porte prossime che mettono sulla scala ed ascende nel secondo appartamento abitato dal Patriarca, entra nelle stanze, vede un ritratto del Papa, e lo fa in pezzi…
In mezzo a questo furore giunse Niccolò Tommaseo ov’erano quei Signori della Beneficenza, cioè il Conte Renier e il Co. Sceriman; e il Conte Renier dice: ‘Oh bravo Tommaseo, tocca a voi di tranquillizzare il popolo, tocca a voi di arringarlo e distoglierlo da tale azione’ ” (A. S. Ve., Presid. di Luogoten., b. 29, f. 21).
I mobili vennero gettati in canale, e asportate monete e medaglie. Vi fu poi un processo contro il notaio Giuseppe Giuriati e il pittore Ippolito Caffi, esuli a Parigi e Genova (Caffi si dichiarò innocente); la moglie di Giuriati scrisse una supplica al co. Radetzky.

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20 Ott 2011

Nicolò Tommaseo sull’opera di Marco Renieris riguardante la Filosofia della Storia

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marco renieris giovaneMarco Renieris giovane

Da Dizionario estetico Di Niccolò Tommaseo
D’alcuni lavori storici, a Gino Capponi
……………………………..
Viaggiatori e storici amano le sentenze; hanno ciascuno la sua teoria. Ma chi ha teoria sua, faccia un libro e ivi la spieghi a suo bell’agio, e a quella sottometta, come gli pare, uomini e avvenimenti. Di tal genere è il libro che scrisse nella lingua moderna dei Greci Marco Renieri, educato in Italia, giudice ora in Atene; giovane che onorerà le due patrie, potrà far lucente delle italiane e latine bellezze la lingua sua l’innovellata, e cotesta novella letteratura conforterà della scienza d’ Europa. Nella sua Filosofia della Storia, discorso di poca mole ma di concetto fecondo, e’ riduce la vita del genere umano a questi tre stadii: Il popolo che assorbe nelle grandi sue forze le forze dell’ individuo ; dal sestodecimo secolo l’individuo che vuol far da sé e sovrastare, e si crede poter fare e disfare le moltitudini; da ultimo un’ era in cui le potenze individue e le sociali verranno contemperandosi in tranquilla armonia. Questa era, il giovane degno, la crede venuta già: e cosi sia. Ma quand’ anche il suo principio non comprendesse i fatti dell’umanità tutti quanti, molti al certo ne comprende e dichiara ; è più determinato che taluni di quelli del Vico, più chiaro che que’ de’ Tedeschi a me noti; altamente religioso e civile. E la legge de’ ricorsi del Vico è conciliabile con questa del Renieri; ponendo che in ciascuna nazione, presa da sé, i primi passi al bene sian mossi dalle tradizioni ; la decadenza provenga dal ripudiare quest’eredità sacra de’popoli; il rinnovellamento e il perfezionamento, dal conciliare insieme la tradizione comune e col ragionamento dell’uomo individuo, la carità coll’amore di sé. Può, in mezzo al generale progresso del genere umano, un popolo decadere : e segno del suo decadimento sarà questo appunto, che la ragione e il volere dell’ individuo si sforzino prevalere alla ragione e al volere dell’ universale: siccome segno di risorgimento sarà il ritornare alla smarrita armonia. Sempre in qualche parte dell’umana famiglia,in qualch’uomo almeno, questo spettacolo di dolore si offrirà, temo; non per questo saranno men visibili i generali incrementi di lei. Perchè l’umanità si dica avanzata in sua via, basta che i beni diventino sempre maggiori de’mali: a distruggere il male bisognerebbe rifare 1′ umana natura, mutare i disegni della infallibile e imperscrutabile Provvidenza.
A dire quante nobili verità il trattatello del Renieri contenga, converrebbe tradurre il più della prima parte ; che nella seconda l’erudizione è fatta alquanto schiava alla teoria, e in troppo angusto spazio ristretta. Ma vivo è lo stile; e, tranne qualche modo esotico o astratto senza necessità, chiaro il linguaggio, e greco. Seguiti egli a onorare la lingua e le lettere patrie : egli, veneratore del popolo, scriva accomodato all’ intelligenza del popolo : egli, conoscitore e degli italiani fasti e de greci, non badi alle censure illiberali e minuziose, e s’ingegni di sempre più raccostare le due chiese e le due nazioni.
A voi, dotto delle antiche lettere greche, sarà cosa grata vedere, per mano di questo giovane buono, rannodati i già rotti vincoli tra l’antichità e il nuovo secolo, tra Grecia e Italia, le cui memorie son tanto comuni che i due popoli voglionsi 1′ un dell’ altro colonie. E cosi potessero molti con le dolci dimore dell’ ingegno acquistare al par di voi, Gino, l’attica cittadinanza! Tra quelli che più sono pii alla gloriosa o madre o sorella, e più degni di lei, voi sapete, ma non tutta Italia ancor sa, che dobbiamo collocare Silvestro Centofanti; il quale, nel Discorso sull’ indole e le vicende della letteratura greca, si mostra assai volte critico pensatore, e le cose antiche illumina di nuovi concetti. Ne’quali non tutti io convengo; e trovo ne’suoi stessi principii la ragione del non convenire:, ma non posso non lodare con gioia e l’acume del vedere e la Tulliana abbondanza del dire, e quel caldo splendore, si raro nel tempo nostro, tempo di torbe fiamme o di freddi bagliori.
E a voi, Gino, io auguro quella pace operosa e rassegnatamente mesta, nella quale l’ingegno matura, come la terra nell’autunno, i suoi frutti. Illustrate, e con gli scritti e co’ consigli agl’ingegni crescenti, la storia italiana, nella quale la storia della famiglia vostra tien seggio.

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15 Ott 2011

stemmi famiglie apparentate con i Renier

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Alvise Renier, nipote primogenito del Doge Paolo, nell’82 sposò Marina Corner ed ebbe quattro figlie, che sposarono Gasparo Vendramin Calergi (Elena), Faustino Persico (Maria Caterina), Paolo Cavalli (Elisabetta), Enrico Martinengo Cesaresco (Adriana).

dal Coronelli
stemmi famiglie parenti renier

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10 Ott 2011

Il Consigliere di Governo Daniele Renier, la città di Serravalle e la Strada d’Alemagna, 1818.

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Daniele Renier ebbe un ruolo importante nella costruzione della Strada d’Alemagna. In un libretto manoscritto della Comunità di Serravalle che celebra l’inaugurazione della strada il 2 marzo 1818 (Bibl. Correr), vi sono grandi lodi, con poesie e sonetti, al Governatore Goëss, al co. Renier, lodato per la sollecita costruzione della strada, e ad Antonio d’Adda.
“…Il nostro Governatore Goëss, che ha ripristinato l’antica sede di giurisdizione a Serravalle, sensibile quanto sì grande, e commosso ai mali di questa popolazione, per salvarla istituì la grand’opera stradale, che benefica sarà sorgente di ricchezza, e di meraviglia. Festeggiandosi a Serravalle, 2 Marzo 1818”.
“…Il genio sublime del Ciambellano di S. M. I. R. Consigliere di Governo N. H. Co. Renier con quella inestimabile sapienza, che in ogni istante marca il suo cuore, ed eterne le sue azioni, secondò, e diede vigore a questa stupenda disposizione; alla grand’opera un sommo grande ci voleva…!

“A S. E. Daniele Renier, Benemerito Consigliere al Dipartimento Acque e Strade, per la cui indefessa opera, tributo d’ammirazione e riconoscenza della Città di Serravalle.
Sonetto del nob. Carlo d’Althan.

“Sognò sull’Alpe l’Africano guerriero,
E vide un tempio a eternità sacrato,
Dove l’effigie di Daniel Reniero
Giaceva sculta ai sommi lievi a lato.
Crollò la penna del marzial Cimiero
Ebbro di sdegno, perché avverso al fato
Segnò sì tardi, che un Regal sentiero
Fra le rupi venisse un dì creato.
Oh Roma, ei disse: se l’alpestre giogo
S’apriva innante, e pria nascea Daniele,
Terra saresti per mia gloria un rogo.
Pur scenderò qualunque siane il fine;
Conteria pur, che con piacer disvele
Qual strada s’aprirà fra queste brine”.

Da Bibl. Correr, Cod. Cicogna n. 3009, fasc. 13

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08 Ott 2011

quando Rodolfo Renier pubblicò una lettera del mezzosoprano Giuditta Grisi

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giuditta grisi
giuditta1
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08 Ott 2011

Paolo e Giustina Renier nel Pantheon Veneto

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Il Pantheon Veneto.
Nel 1847, a cinquant’anni dalla caduta della Serenissima, in occasione del IX Congresso degli Scienziati Italiani, e quindi nel clima culturale euforico ed entusiasta che portò pochi mesi dopo all’insurrezione antiaustriaca del 22 marzo 1848 e alla nascita della nuova quanto effimera Repubblica di Venezia, i notabili della città e la classe colta, che animavano il dibattito sulla passata grandezza e sull’avvenire di Venezia, aderirono prontamente alla proposta dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di far eseguire dai più celebrati artisti del momento i busti marmorei dei maggiori veneti, dei personaggi che nella bimillenaria storia delle genti venete avevano dato lustro alla loro terra.
Lo sguardo veniva rivolto naturalmente soprattutto agli eroi del tempo della Serenissima, ai protagonisti non solo della storia militare e politica, ma anche letterati, poeti, pittori, architetti, storici, come a significare che le glorie della Serenissima, essendo anche glorie dello spirito, potevano continuare, rinnovarsi, perpetuarsi anche per l’avvenire.
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06 Ott 2011

stemmi Renier

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da Armi o blasoni dei patritij veneti di Coronelli, Vincenzo Maria
Biblioteca Nazionale Marciana
stemmi Renier

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05 Ott 2011

il Podestà Daniele Renier sulle opere d’arte custodite a Venezia

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Regno d’Italia. Milano 14 Dicembre 1809.
Il Direttore Generale della Pubblica Istruzione.
Al Sig. Podestà di Venezia.
Tra le Carte, che trovai inespedite presso questa Direzione Generale, ho particolarmente fissata la mia attenzione a una rappresentanza, ch’Ella ha fatto sino al 12 Gennaio di quest’anno, in nome di codesta Accademia, e della Commissione all’Ornato, onde validamente opporsi al deperimento, che tutto giorno accade degli oggetti di Belle Arti. Pur troppo è vero quanto viene esposto nel Processo Verbale da Lei trasmesso, ed enormemente spiacevoli sono a chi ama l’onore Italico le irreparabili perdite che noi abbiamo fatto, o per demolizione, o per la custodia cattiva di Chiese, ed altre Fabbriche pubbliche ad opere sommamente pregevoli per le arti, e per la storia patria. Nell’applaudire vivamente, come io debbo, nello zelo, ed oltre di lodar le premure, ch’Ella ha mostrato pel Pubblico Bene, unitamente alli sig. Membri dell’Accademia, e della Commissione all’Ornato, ho una vera compiacenza di potervi esprimere, che d’ora in avanti sarà mia cura particolare, come pure di S. E. il Ministro dell’Interno, perché non si abbiano più a dolere di simili scandali i coltivatori delle Arti, e gli amici della nostra gloria nazionale. Frattanto la prego di volermi indicare in un Elenco quei dipinti a fresco, che meritano d’essere trasportati in tela, e quali sono quegli oggetti preziosi di Belle Arti, che minacciano o guasto o rovina. Ho il piacere d’assicurarle nella mia stima. Leopoli.
Dall’Archivio dell’Accademia delle Belle Arti di Venezia (Incurabili), b. 3, 1810.
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03 Ott 2011

delle frequentazioni di Ippolito Nievo a casa di Faustino Persico, marito di Maria Caterina Renier

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da “Il poeta soldato, Ippolito Nievo, 1831-1861: da documenti inediti” di Dino Mantovani

Portogruaro era allora una piccola città ben più vivace e prospera che non sia oggi. Alquanto lontana dalle città maggiori, costituiva un centro non trascurabile di vita civile, e vi fioriva quella borghesia agiata, operosa e istruita che fu singolare forza e vanto delle provincie venete. Le famiglie non tenevano i loro figliuoli stretti nell’ angusto àmbito della vita campagnuola, ma li volevano ornati di tutta quell’educazione che i tempi potevano dare: prima al seminario, poi, come si dice tuttora nel Veneto ” a Padova, „ essi imparavano quanto occorreva a far buona figura in società; e la vita de’ paesi minori, socievole come a Venezia, andava adorna di molto decoro nelle usanze, nei divertimenti, nelle conversazioni. Il seminario di Portogruaro, frequentato da molti alunni laici, aveva allora gran riputazione, e, se non poteva competere con quello celebre di Padova, era però certamente uno de’ migliori istituti d’istruzione classica delle Provincie venete. Vi professavano sacerdoti di molta coltura, di piacevole eloquenza, di spirito temperato; e vivevano nel mondo accogliendone anche le novità meno pericolose. Non però senza lotte e contrasti. La diocesi di Concordia comprende una lunga zona di territorio che va dal mare alle Alpi : terre veneziane e terre friulane. Essendo Concordia divenuta un misero villaggio, il vescovo risiede a Portogruaro, dove il clero dell’alta e quello della bassa diocesi si contendevano allora il primato, l’uno rappresentando l’elemento veneto colto, mondano, accomodante; l’altro l’elemento friulano, rozzo, un po’ selvatico, ligio alle tradizioni severe. Cosi all’egemonia di Portogruaro contrastava il paese montanino di Clauseto, vivaio di preti rigidi e imperiosi.
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30 Set 2011

Daniele Renier consigliere nel governo del Veneto, 1816

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Governo del Veneto (1816)

Governatore: Peter von Goess (carinziano);
peter goess
Vicepresidente: Alfonso di Porcia (friulano)
alfonso gabriele di porcia
Consiglieri :
Francesco Aglietti (veneziano);
francesco aglietti
Guido Anzidei (pesarese);
Girolamo Del Rio (padovano);
Modesto Farina (comasco);
modesto farina
Franz von Hohenwart (viennese);
franz von hohenwart
Giacomo Jacotti (friulano);
Francesco Mengotti (feltrino);
Antonio Mulazzani (bergamasco);
Joseph Pantz (viennese);
Christof Passy (tirolese);
Daniele Renier (veneziano);
daniele renier
Adam Revysne von Revickzy (austriaco)

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26 Set 2011

Alvise Renier console dei Mercadanti

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Da Volumen Statutorum Venetorum Di Menno (Simons),Jacobus Novellus

Ordine de l’officio del li Consoli. 1459. xxvj. Mazo.
Conciosia che spesse volte occore litte, & differentìe tra quelli,che vendono, & comprano in Venetia Canelle, Zenzari, gottoni, & ogni altra mercantia , delle qual apertamente avanti che concludino li mercati liberamente si po veder; tra li qual mercadanti doppo che hanno fatto & concluso mercado, & tolto le mercantie, molte volte nasce litte, & differentie doppo discorso il tempo, digando quelli tal che compran,.non seguir cosi di sotto, come di sopra, & per questo compareno avanti li Signor Consoli di Mercadanti lamentandosi: Et perche, doppo tolte,& portate via le ditte merce, el si potria commetter molti inganni, & fraude per quelli che comprano, a danno grandissimo & incargo de quelli che vendono tal mercantie, & attento anchor, che il venditor non sa mai quel che l’ha venduto, per questi errori & differentie, el sìa laudabile, & iusta cosa, a proveder a tal inconveniente, che per li tempi che han’ da venir, mai più occorino tal differentie.
Per li sopradetti & Egregij homini M.Stephano Magno, M. Domenego Loredan, M. Aloyse Rhenier honorandi Consoli di Mercadanti, è sta provisto & ordinato, Che de caetero quando alcun Mercadante, si terrier, come forestier, comprarà alcuna mercantia veder, & tentar di sotto,& sopra.ò in mezzo, con tutte quelle diligentie, perche doppoi mossa, & portata via ditta mercantia da loco a loco, non si possa, ne debba far alcuna rason.

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24 Set 2011

articolo di Paolo Renier sui ‘capricciosi dettati della moda’

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Capricciosi Dettati della Moda , ARTICOLO DEL SIG. PAOLO RENIER DI VENEZIA.
Chi vorrebbe far l’Aristarco ad una gentile ed elegante Signorina cui venisse il capriccio, per amor del suo sesso, di riempire la pagina di un giornale dei capricciosi dettati della Moda, e ciò che più monta ponesse ogni studio onde illustrare, quel figurino, che quantunque faccia bella mostra di sé, è soggetto talvolta di serie meditazioni fra le misteriose cortine di una toletta?
Non avrebbe dessa bel campo per mostrare il suo spirito, il suo buon gusto, ed interessare pur anco della lettura gli stessi uomini, che diverrebbero più facili nel concedere alle femmine ciò che reclama la Moda? Ma per far ciò si domanda buon sapore di critica onde giustificare o dannare la Moda in alcune sue innovazioni, giacché anche la Moda ha i suoi principii immutabili, le sue leggi di convenienza, in mezzo a moltiplici stravaganze.
Premessa sempre la narrazione storica di quanto venne adottato nella brillante Parigi, sì per la foggia del vestire che per la parte ornamentale, si fa innanzi la nostra saputa Modigrafa colle sue osservazioni. Rimarca p. e. in quel figurino non bene assortiti i colori: soverchio il numero delle fettuccie: troppo allacciata la gracile personina per cui riesce talvolta istecchita e manierata. Modificazione (grida col figurino fra le mani), per carità modificazione onde non dare nell’esagerato, e si alimenti più che si può l’illusione. E qui vengono i consigli… Alla bruna dagli occhi grandi nerissimi non istà bene quel cappellino giallognolo; adotti quindi per questa volta il formato, e nulla più. Al giallo sostituisca un altro colore più omogeneo alle sue carni. Cosi la bionda dagli occhi azzurri e dalle carni alabastrine abbia sempre per tipo de’suoi colori il nero ed il cilestro, ed infine qualunque altro colore che dia risalto alle sue carni.
Né si ristà la nostra gentile Modigrafa al solo materiale adornamento della persona; spinge anche più in là i suoi consigli, e per tal guisa si fa interessante anche pegli uomini. Vi sono stoffe (sono le sue parole) per Signore che essa chiama privilegiate dalla fortuna, altre per una classe meno agiata, finalmente quelle che soddisfano il desiderio della terza categoria, non meno vogliosa delle altre di vestire alla moda.
Essa si propone di voler provare che quella tale stoffa, che non può convenire per quelle tante ragioni che si farà con buon garbo ad esporre, anziché accrescere decoro e brio fa sfigurare chi l’indossa. Difficile assunto, ma che spera di dimostrare con modi urbani e gentili. Ottimamente scrisse fin qui il sig. Paolo Renier [di Angelo Maria], e noi sacerdoti della Moda leggeremo con piacere i dettati ch’egli promette.
Da La Moda, di Francesco Lampato e Luigi Carrer, 3 Gennaio 1839

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22 Set 2011

prefazione di Domenico Andrea Renier riguardante un suo libro sulla malattia della rabbia

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da ‘Un mot sur la rage virulente et sur l’inoculation du virus rabique’
prefazione domenico renier1
prefazione domenico renier2

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19 Set 2011

di Giovanni Hellmann marito di Felicita Bertrand, già vedova di Bernardino Renier

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giovanni hellmann
Da Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino …, Volume 91 Di Gaetano Moroni

Nella 2.^ Sala Palladiana si trova la Pinacoteca Renier, che contiene i dipinti legati nel 1850 da M. Felicita Bertrand Helmann, vedova del conte Bernardino Renier (il segretario dell’ accademia marchese Pietro Selvatico celebrò la donazione nella Gazzetta di Venezia de’ 19 ottobre 1850, con quanto riprodusse il Giornale di Roma a p. 1000). Ivi leggo, che la quadreria esisteva nel palazzo di Padova, parimenti dalla contessa ereditato dal cultissimo nominato consorte, ma che prima di possederla l’accademia di Venezia, la contessa avea disposto che la godesse in vita il 2.° marito di lei, maggiore Giovanni Hellmann, uomo degno di quelle gemme, perchè di mente a forti ed elevati studi nutrita. Ma egli con rara nobiltà d’animo, rinunciava a sì alto beneficio, perchè più presto la patria del Renier tributasse nuovo e più riconoscente pensiero alla memoria dell’ottimo concittadino, e di quella che fu tanto conforto a’ tardi anni dell’egregio patrizio. Il ch. marchese, nel dichiarare la riconoscenza dell’accademia, notificò che dessa destinava apposita sala sulle cui pareti si rammentasse l’eletto dono della liberale testatrice; chiamando benemeriti della patria coloro, che i tesori dell’arte italiana vogliono tolti al pericolo di crescere invidiabile ricchezza a terre straniere, concedendoli a quegl’istituti nostri, de’quali è primo ufficio istruire la gioventù nelle discipline del bello, contemperando il precetto coll’esempio de’monumenti operati dagli avi immortali.

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18 Set 2011

della nomina a Podestà di Daniele Renier, e delle sue valenti azioni in difesa della Città

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podestà daniele renier

Il Podestà Daniele Renier, il Ministro dell’interno Di Breme, i Giardini, i vascelli.

Renier Podestà, missioni a Napoleone a Milano, Berlino e Varsavia. Regno d’Italia. Milano 30 Novembre 1806. Il Ministro dell’Interno, al Sig. Daniele Renier Podestà di Venezia. Essendosi degnata S. A. I. il Principe Viceré di accogliere il voto espresso di tutti li ordini dello Stato di supplicare S. M. l’Imperatore, di aggradire che una Deputazione possa presentarle al Quartier Generale il tributo d’ammirazione, e di riconoscenza che le sue ultime vittorie comandano ai suoi popoli d’Italia, ha la prelodata A. S. I. con suo venerato Decreto del giorno 28 cadente Novembre nominata Lei Sig. Podestà, in altro dei tre Deputati presso Sua Maestà. Mentre ho l’onore di notificarle senza ritardo, giusta il prescrittomi in copia concordato lo stesso Decreto per la corrispondente esecuzione, non mi rimane che la scelta fatta nella tanto degna di lui persona, ad una sì luminosa e interessante missione, pregandola di aggradire i sentimenti della mia più distinta stima e considerazione. Di Breme. Da Archivio del Comune di Venezia, n. 8674, 1806.
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15 Set 2011

Alvise Renier agente in Dalmazia sopra la regolazione dei sali

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Da Mnmeia Hellniks historias vol. 9
DXXIX. 1549, 30 Martii.
Consiliarii, capita XL, sapientes Consilii, Terrefirme, Ordinum.

Fo concesso per questo Consiglio l’anno 1542 a 22 di Decembre al fidelissimo nostro Theodosio Vergizi Spatafora citadino di Napoli di Romania per premio de i meriti soi, et per ricompensa delli beni che 1′ havea abbandonato in detta città , l’ officio di gabelloto del sal nella città di Sibinico, con tutti salario, utilità , preeminentie, obligation et carghi con li quali l’ havea goduto il predecessor suo, etcet. come in detta concessione si legge. Et perche l’ anno 1540 per il qu. nob. nostro Zuan Alvise Venier, all’ hora conte et capitano di Sibinico, et il diletto nob. nostro Alvise Rhenier, Agente nostro in Dalmatia, forono ordinati, et instituiti alcuni capitoli per la regolation delli sali, che entrano in quella gabella, li quali si come apportano notabile beneficio, et utile a quella camera nostra, cosi hanno levato del tutto le regalie, et utilità del detto officio di gabelloto, a gravissimo maleficio et danno del predetto fidelissimo nostro, non gli essendo rimasto altro, salvo che il solo salario delli ducati 48 all’ anno, delli quali convien darne 24 all’ anno ad uno mesurador ch’ attende a detta gabella insieme con lui, di modo che vien a restar con soli ducati 24 all’anno, si come dalla supplicatione soa, et dalla risposta del diletto nobil nostro Piero Navagier al presente conte et capitano di Sibinico hora lette, questo conseglio ha inteso ; onde havendo il predetto supplicante rechiesto, che se voglia in qualche modo proveder all’ indennità soa, con dargli modo che possa sostentar se et la numerosa soa fameglia, conviene alla giustitia, et alla pietà della Signoria nostra esaudir la petition soa, cosi ricercando la fede, et meriti soi: però L’ andera parte che per autorità di questo conseglio al salario che ha il predetto officio di gabelloto di ducati 48 all’anno, siano aggionti altri ducati vintiquatro, si che ia tutto siano ducati settantadoi all’ anno, li quali siano pagati dalla camera di Sibinico nel modo et forma che al presente si pagano li detti ducati 48, acciò che l’ habbia modo di vivere, et che possi esercitar l’officio con quella diligentia, et fede che conviene all’importantia dell’officio predetto. Et della presente deliberatione ne sia data notitia al conte et capitano di Sibinico, et successori per la debita osservantia soa.

Hieronyinus Pisauro Sap. Cons. Aloysius Mocenico Eques Sap. T. F.

De parte . . . 164 de non … 13 non sinceri … 11

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12 Set 2011

Rodolfo Renier presenta alcune lettere inedite di Andrea Doria

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Da Giornale ligustico di archeologia, storia e letteratura, Volume 10, 1883
LETTERE INEDITE DI ANDREA DORIA

AI DIRETTORI DEL GIORNALE LIGUSTICO.
Chiarissimi Signori

Il conte Luigi Nomis di Cossilla, sindaco, archivista, consigliere di stato in Torino, appartenne a quella eletta nobiltà piemontese, che tanto bene meritò della patria. Fu di principi liberali ed amò le lettere, vivendo in corrispondenza con gli Studiosi più meritamente stimati de’ tempi suoi, emulo in questo del Napione, che fu suo suocero. Raccolse egli con amore e intelligenza un numero molto rilevante di autografi, non risparmiando cure nè spese, e facendosi aiutare dal Napione, dal Balbo e dal Gazzera. Morto lui, la sua raccolta fu gelosamente custodita e aumentata dal figlio Augusto, il quale la legava al Museo Civico di Torino con testamento del 7 gennaio 1876. La preziosa raccolta non passò effettivamente nel Museo se non nell’ autunno del 1882 e venne collocata in apposito armadio a vetri , che si può vedere nella sala N. I. Il Museo Civico già possedeva un certo numero di autografi , ma la raccolta Cossilla costituisce ora in questa parte la sua principale ricchezza. Essa è formata di 34 mazzi di autografi vari , 4 mazzi di autografi di cardinali e 16 mazzi di autografi di principi. Il maggior numero degli autografi è del secolo passato, e vi ha parte larghissima, anzi preponderante, la Francia : ma non vi mancano preziosi documenti di tempi più antichi , segnatamente del secolo XVI.
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08 Set 2011

del Podestà Daniele Renier riguardo la soppressione del Convento delle Cappuccine (e altri) a Venezia

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Lettera del podestà Daniele Renier al Prefetto Serbelloni.

L’8 giugno 1809 Renier scrive allarmato al Prefetto Serbelloni: Regno d’Italia, Dipartimento dell’Adriatico.
Il Podestà della Comune di Venezia. Al Signor Prefetto dell’Adriatico.
Mandò il Sig. Ministro un più dettagliato riscontro sul Progetto sul Giardino, e Passeggiata pubblica, che mi sono fatto in gradito dovere di comunicarle nel mio Rapporto del 28 Maggio n. 3339; ho in pregio di rimetterLe in copia il relativo Dispaccio. Importando poi l’esecuzione del Dispaccio medesimo, che contempla la sollecita esecuzione del Progetto, che vengano demoliti i Fabbricati dei conventi, e adiacenze, di San Domenico, di quello della Cappuccine, del Collegio dei Somaschi, e dell’Ospitale di Marina, così trovo essenziale sopra due oggetti, singolarmente di ricorrere alla di Lei Autorità, perché venga rivocato il traslocamento delle R.R. M.M. Cappuccine, che un sentimento di venerazione e divozione insieme per un così esemplare Istituto mi vedo ardito in pregar il Sig. Prefetto a voler concorrere che venisse ricercato dove meglio anderebbero nella circostanza di trasferirsi.
Essenzialmente poi m’interessa di conoscere le di Lei intenzioni rapporto alla progettata comunicazione del Rivo di Castello; però tale operazione dipende dall’Autorità alle Acque.
L’onore di interpretarmi con distinta stima, e considerazione. Venezia 8 Giugno 1809.
Renier. Bellato segr.

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03 Set 2011

busti di Federico e Alvise Renier nella chiesa della Madonna dell’Orto

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busti di federico e alvise renier
Madonna dell’Orto – Venezia, Cappella Renier, Busti di Federico Renier Comandante di galea a Lepanto, Podestà di Padova e di Treviso (1543- 1601), e di Alvise Renier(1509- 1560), Provveditore a Creta, Duca di Candia e Bailo a Costantinopoli.

Federico di Alvise (a sinistra). Fu Senatore assai influente, e nel 1566 ebbe una parte di primo piano, come conferma il Cicogna, nelle lunghe discussioni svoltisi al Senato sull’opportunità di muovere guerra ai Turchi, o di mantenersi neutrali nella contesa fra questi e Carlo V. Federico fu un acceso sostenitore della prima tesi, ed in tal senso poi il Senato deliberò, con lievissima maggioranza, dando luogo alla nota alleanza con i principi cristiani, ed ai fatti d’arme che ne seguirono (battaglia di Lepanto) Ricoprì numerosissimi incarichi, tra i quali: Capitano a Verona, nel Cadore, ed a Crema; più volte Savio; Capo dei Dieci; Avogador de Comun; Censore; Rettore della Canea; Ambasciatore a Roma in occasione dell’elezione di Pio III; in seguito, Ambasciatore presso lo stesso Pontefice; elettore del Doge Gritti; lui stesso candidato a Doge nell’elezione del Doge Lando; regolatore delle discordie fra Brescia e Crema, ecc. Morì ad 80 anni, ed è sepolto nell’altare Renier alla Madonna dell’Orto, con iscrizione. Era stato creato, dal Pontefice, Cavaliere, e quindi, dalla Repubblica, Cavaliere della Stola d’Oro. Sulla lapide posta sotto l’erma è scritto: “Federico Rhenerio Senatori integerrimo summis Honoribus ac Reip. Onerib. Maxime cum laude perfecto qui praecipue in memorabili Belli navalis conflictu contra Turcas ad Echinadas se acerrimo Religionis ac Patriae defensorem praebuit. Obiit MDCI die VII Martii. Joannis Rhenerius frater PC”.

Alvise di Federico (a destra). Fu una personalità di grande rilievo per cultura ed eloquenza, e partecipò attivamente alla politica veneziana, specialmente in incarichi esterni. “Senatore di merito straordinario e di profonda penetrazione negli affari più reconditi di Stato”, come lo definisce un suo biografo, ricoprì numerosi incarichi, dal 1537 alla morte, avvenuta nel 1560: commissario in Dalmazia per la definizione dei confini – Provveditore alla Canea; Rettore e Provveditore a Cattaro; inviato in Dalmazia a ricevere l’ambasciatore ottomano – Bailo a Costantinopoli nel 1545 (sono riportati suoi documenti nel testo del Bertelè) – Savio del Consiglio – due volte Ambasciatore straordinario presso il governo ottomano, con il quale appianò molte divergenze – consigliere – console dei mercanti.
Nel 1550 fu nominato Duca di Candia, succedendo a Sebastiano Venier. Più volte elettore ducale, fu egli stesso candidato a Doge nell’elezione del Doge Priuli, ottenendo 21 voti, cioè una votazione vicina alla maggioranza di 26 richiesta; in seguito fu Procuratore di S. Marco, ed Ambasciatore presso il Pontefice. Oltre alle sue doti politiche per le quali venne citato come “oracolo delle situazioni difficili”, si dice avesse una vista così acuta, per cui dal capo Lilibeo, in Sicilia, vedeva e contava le navi all’ancora nel porto di Cartagine. Collezionista di monete antiche, collaborò con il Vico ed il Golzio nella stesura dei loro testi di numismatica, che furono i primi in questa materia. È sepolto alla Madonna dell’Orto, con la seguente iscrizione, posta sotto l’erma:
“Aloysio Rhenerio DM Procurator integerrimo Rebus tam Domi quam Foris difficilissimis temporibus felicissime gestis optime de Rep. Merito praesertim bis legatione functo ad Solimanum Magnum Turcarum Imperatorem. Obiit MDLX die XV Aprilis. Joannes Rhenerius nepos PC”.

Erano del ramo Renier di Ca’ Foscari, quello di Bernardino.

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25 Ago 2011

pala di Matteo Ponzone sull’altare Renier nella Chiesa della Madonna dell’Orto in Venezia

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san giorgio matteo ponzone
TITOLO: San Giorgio tra i Santi Girolamo e Trifone
L’opera proviene dalla chiesa di San Giovanni dei Furlani, detta della Commenda di Malta. Gli stemmi alle basi delle colonne sono quelli di Federico Renier e della sua seconda moglie Agnesina Erizzo, sposata nel 1514. La pala è stata qui collocata a seguito delle confisca napoleonica della pala del Pordenone di San Lorenzo GIustiniani e altri Santi. Il capolavoro, portato a Parigi nel 1797, è oggi nelle Gallerie dell’Accademia.

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22 Ago 2011

di eredità e possessi Renier nella provincia di Padova

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da Terminazioni, E Dichiarazioni Fatte dagl’Illustrissimi, & Eccellentissimi …
Di Marco Antonio Giustinano

Li Nob. H. H. s. Polo Giustinian Lolin fu di s. Zuan’Andrea, e Fratelli Renier fu di s. Antonio, e Zuanne, e Fratelli Michiel fu di s. Marc’Antonio, possessori, cioè detto s. Polo de campi doicento in circa, in parte arrativi, parte prativi, e parte vallivi con Casa dominicale, e da Lavoratori, e cinque casoni, e detti N.N.H.H. Renier, e Michiel per le loro possessioni con fabriche, il tutto posto nelle ville di Ponte Casale sotto Conselve, erano già del Co: Lodovico dal Verme, e poi della Sereniss. Signoria, e da essa venduti parte 1442, 16 Marzo al q. N.H. Bernardo Zane, e parte l’anno 1461, 6 Decembre al q. Sig. Filippo di Garzon, & indi pervenuti nelli sodetti N.N.H.H. Giustinian, Renier, e Michiel in virtù de loro titoli, godino come gl’altri sodetti possessori de beni de Signori conti dal Verme, l’essentioni, immunità, e prerogative tutte delle gravezze, reali, personali, e miste, con li loro Lavoratori, o Affittuali, e de dacij vecchi in vigor dell’antenominato Privilegio Imperiale 1387. 2 . Agosto, e per le vendite sopradette. Et lo stesso ottengano.
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19 Ago 2011

il podestà di Brescia Bernardino Renier sulla gente di Gardone Val Trompia

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da pierantoniobolognini.it

1645 – DALLA RELAZIONE DEL PODESTA’ BERNARDINO RENIER
Relazioni dei Rettori Veneti in Terraferma. Milano, Giuffré, 1978 vol XI, cit…

… Il territorio bresciano è di lunghezza di miglia cento… ha in sé molte e grosse terre et Vali… Li habitanti di detto territorio ascendono al numero di doicentoottantamilla, la Valcamonica n’ha cinquantaduemilla, Val Sabia undecimilla, et la Valtrompia diecimilla. Sono tutte genti ardite et feroci et molto inclinate alle armi…
… Vi è la terra famosa di Gardone nella Val Trompia, che per il sito et per li molteplici utilissimi edificij di fabricar canne et altri instrumenti militari in tanta copia e con tanta facilità et per l’industria delli abitanti è una delle più celebri terre della Provincia; ridducono là gli huomini le pietre in ferro et il ferro si convertirebbe subito in oro quando la Serenità Vostra stimasse profittevole il facilitargliene l’essito; ma regna tra quelli abitanti l’invidia e l’odio, onde ne sono nati et sono tutthora fra di loro capitali discordie, dalle quali ne sono provenute et ogni giorno ne succedono moltiplicità di homicidij…
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17 Ago 2011

quando il Bailo di Costantinopoli Paolo Renier ottenne per i veneziani il commercio nel Mar Nero

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Da Storia Civile E Politica Del Commercio de’Veneziani, Volume 8
Di Carlo Antonio Marin

Mentre Renier era Bailo alla Corte Ottomana, potè con la sua destrezza ottenere che qualche legno Veneto mercantile, potesse penetrare in quel mare, prima di allora ai Veneti affatto intercluso . La Porta ne’ suoi timori già avuti ed aveva, che la Repubblica, eccitata più di una volta, avesse a collegarsi co’ suoi nemici la Russia, e l’Austria, aderì facilmente alla concessione. Dietro a un privilegio così speziale molti dei sudditi Veneti concorsero per averlo di commerciare in Mar Negro . I Cefalonioti fra gli altri i più destri speculatori , or con bandiera Prussiana, ora con Russa, ora con Turca , commerciavano non solo in Mar Negro, ma in tutte l’Isole dell’Arcipelago . Portavano sopra tutto vini e liquori telarie di bombace, generi propri dell’ Isola, e tutto ciò, che di altri generi o manifatture forastiere permesse, potevano avere nelle coste di quel mare un più facile smercio. Traevano in concambio caviale di Azof o di Tangarof nuovi Russi stabilimenti, grani in Crimea e Bessarabia, e tutto altro che credevano utile ad ismerciare, più in questo che in un altro Porto (*) dove tornava loro più utile il farlo . Il grano di Odessa. incominciò ad aver grande smescio tra le nazioni, perciò incominciarono i nostri a concorrervi con que’ che trafficavano in Mar Negro, e in quel Porto. Odessa detta dai Turchi Codgibei è una città di Bessarabia, dentro la costa Occidental del Mar Negro , che contiene 20000 circa, tra naturali è forastieri abitanti . Da essa si estraggono granaglie di tutti i generi; semi di lino, e canape, pellami salati e

(*) Quando io sono arrivato in quell’Isola nel 1778 come Comandante di una galea, subordinata ad un Controammiraglio dell’Armata sottile della Repubblica , che si diceva il Governatore dei condannati , viddi Lixuri or riguardevole paese dell’Isola, rovinato dai terremoti il più squallido e languente. Quando io sono poi giunto alla stessa in qualità di Proveditore, o sia Governatore, trovai Lixuri ristaurate tutte le abitazioni, ripiena di doviziose persone. Livatò altro paese dell’Isola, non era men ricco ben fabbricato e ragguardevole di Lixuri. Questi due paesi non ebbero felice aumento, prosperità e ricchezza, che per il Commercio che facevano i suoi naviganti in Mar Negro. Il numero dei bastimenti nel primo mio approdo a Cefalonia , non era che di 60 poco più. Quando ivi tornai, si calcolavano da poco men. di 600 bastimenti dai grandi ai piccoli.

concjatti i , ai quali si dà il nome di bulgari, pellizzarie o pelli di volpi di lupi, ed altri animali selvatici. Ferro, sevo, telarie in genere, e particolarmente quelle dette lunette . Ed inoltre catrame, canape, lino, e cere. S’incominciò dai nostri con 13 bastimenti l’ un per l’ altro da 4500 staja di grano, i quali in progresso arrivarono a circa 200 e forse più . I contratti si facevano a Kiovia a cinque rubli per ogni due staja di grano, e si vendevano nei paesi Occidentali in ragione di 70 lire allo stajo ed anche più . In una parola guadagnavano i mercanti nostri nel commercio dei grani in Odessa dibattute le spese più del 40 per 100. Ma supponiamo che tra i tre primi anni, ed i posteriori traesser di lucro un solo 20, e che invece di 4500 staja per bastimento i 200 ne contenessero soltanto 3000, la summa viene a rappresentare staja 600000. Quindi il lucro percetto da questo numero al 20 per 100, risultarebbe di 12 millioni di lire Venete. A ciò si deve aggjugnere per lucro il mantenimento degli equipaggi, che ritornati in patria spendevano il loro civanzo.

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12 Ago 2011

quando il Vescovo Giovanni Renier concorse alla costruzione di un monumento a Feltre in onore di Panfilo Castaldi

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,panfilo castaldi
castaldi
etc. etc

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09 Ago 2011

studi sui Monti di Pietà di Ferdinando Cavalli, figlio di Elisa Renier

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da Memorie del Reale veneto istituto di scienze, lettere ed arti, Volume 6, 1856
Di Istituto veneto di scienze, lettere ed arti

STUDJ SUI MONTI DI PIETÀ DEL M. E. Dr. FERDINANDO CAVALLI
Illustri colleghi! Gli stabilimenti che prestano denari sovra pegno corrispondente sono, fuor di dubbio, da annoverarsi fra quegl’Instituti di beneficenza pubblica, che toccano più da vicino la condizione economica de’necessitosi; ed è appunto di tali stabilimenti che, per soddisfare al compito assuntomi, vengo oggi ad intrattenervi.
L’usura è mal vecchio nel mondo, nato d’un parto col bisogno e col commercio. Poco o nessun riparo gli antichi seppero mettere a questo scapito. Gli Ateniesi erano feneratori avidissimi, e Solone lasciò il peso dell’usura a beneplacito del prestatore. In Roma, sotto i re, l’interesse del denaro non ebbe regole : prime le dodici tavole lo tassarono (mi tengo alla opinione di Niebuhr e di Troplong) al dieci per cento l’anno. I tribuni nell’anno 406 lo ridussero alla metà; poi nel 414, a vietare ogni interusuro, venne la legge Genucia, la quale però io credo con Salmasio non sia mai stata attuata.
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09 Ago 2011

In morte della Nob. Dama Giustina Renier Michiel

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In morte della Nob. Dama Giustina Renier Michiel
Autrice delle Feste Veneziane, e di altri pregevoli lavori
di Paolo Renier, di Angelo Maria

Visione
Travagliato dal duol supino giace
Il fral mio lasso, e priva di conforto
S’agita l’alma e non vi trova pace.

E vaneggiando, in più pensieri assorto,
Scorgo al fioco chiaror di mesta luna
Sacro un ricinto sovra l’acqua sorto.

Ivi una nebbia di vapor s’aduna:
A custodia vi son squallide larve
Che aggirando si van per l’aria bruna.
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04 Ago 2011

di Adriana Renier Martinengo Cesaresco

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da Giornale della provincia Bresciana
N. 16071. EDITTO
Essendosi da quest’ I. R. Tribunale interdetta l’amministrazione e la disposizione de’ proprj beni alla contessa Andrianna Renier vedova del fu conte Enrico Martinengo Cesaresco di questa città, in causa di delirio melanconico ricorrente, di cui è affetta; se le sono deputati curatori alla persona e beni esistenti nelle provincie di Lombardia il nob. Clemente Rosa di Brescia; ed all’amministrazione dei beni nelle Provincie di Venezia il N. V. conte Alvise Renier di lei padre.
Ciò si porta a comune notizia per ogni effetto di legge , mediante pubblicazione del presente editto, che sarà affisso ai luoghi soliti, ed inserito per tre volte nelle pubbliche Gazzette di Milano, Venezia e Brescia, a diligenza rispettiva dei nobili curatori.
Brescia, dall’I. R, Tribunale Provinciale il 22 agosto 1825.
BERTI Presidente
Soretti Cons. Capponi, Cons.
Odoni Seg.

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03 Ago 2011

in onore di D. Giovanni Renier nominato Canonico della Cattedrale di Treviso

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Da Elogio di San Giovanni Crisostomo di D. Giovanni Renier

Prefazione
A Mons. Rev. Don Giovanni Renier Arciprete del S. A. O Costantiniano di Parma, Cavaliere de’SS. Maurizio e Lazzaro, Vicario foraneo, Ispettore scolastico distrettuale, Rettore del Seminario Diocesano.
Monsignor Cavaliere Arciprete, nella infausta circostanza in cui, dopo un regime spirituale durato da quasi 12 anni con amore, sapienza e pietà veramente evangelica di questa importante e vasta fra le parrocchie, siete chiamato ad assidervi fra gl’illustri Canonici della Cattedrale di Treviso. In tale circostanza che diciamo infausta per noi sottoscritti Fabbricieri di questa chiesa e Priori della Venerabile Confraternita del SS., i quali avemmo campo di osservare da vicino in tutta la intierezza le numerose prove che deste mai sempre di nobile disinteresse e zelo, anche pel decoro esterno alla Casa del Signore, non possiamo fare a meno d’esternarvi il nostro dolore, presentendo solo il vuoto che lascerete dietro la vostra dipartita.
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30 Lug 2011

dedica a Daniele Renier riguardo un monumento sepolcrale

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monumento claudia toreuma
Antico monumento sepolcrale, da pochi anni scoperto presso la città di Padova.

A sua Eccellenza Daniele Renier Conte dell’Impero austriaco, Ciambellano, Consigliere intimo di S. M. I. R. A., Commendatore della Corona ferrea e grande Scudiere del Regno Lombardo-Veneto.
Egregio e eccellentissimo Signore! Corre ormai l’anno decimoottavo che lungo l’antica via romana, che da Padova passando per Mandria conduce ai celebratissimi Bagni di Abano, trovossi, scavando a grande profondità, un bellissimo sepolcrale monumento [della liberta Claudia Toreuma]. Marc’Antonio Lion la fece collocare all’atrio della chiesa di S. Daniele…
Prego V. E. di accogliere benignamente l’offerta di questo opuscolo, che spero doverle riuscire gradito, atteso il suo particolare affetto a tutto ciò che ha relazione agli ameni studi dell’antica letteratura e delle arti belle, in queste venete provincie delle quali V. E. è un distintissimo ornamento. Colgo questa opportunità per attestare la mia speciale stima e venerazione per l’E. V. e protestandonele ossequiosamente, umilissimo ossequiosissimo servitore Giuseppe Da Lion. Padova, 2 Ottobre 1838…
Padova, Sicca, 1838. Misc. 1592, Bibl. Marciana.

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30 Lug 2011

Alla memoria dell’arciprete Angelo Dalmistro

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angelo dalmistro
Alla memoria dell’arciprete Angelo Dalmistro (1754-1839)
Discorso dell’ab. Giovanni Renier letto all’Ateneo Veneto di Venezia il 18 Marzo 1839

Ogni giorno ci si offrono prove novelle dell’umana caducità, e questa nostra Italia che nello spazio di pochi anni pianse la perdita di tanti illustri, è chiamata oggi a piangere un’altra e non ultima gloria sua. Da tempo gli uomini delle circostanti città si andavano domandando: che fa il Dalmistro? E il Dalmi-stro che da quasi un lustro cedendo insensibilmente al peso dell’età grave, con comparia tra le genti, sentendosi venir meno le forze della vita, e le intellettuali potenze, finché il giorno 25 dell’ultimo cor-rente febbraio spirò nella pace dei giusti.
A un Veneziano, Membro antico di questo dotto Ateneo, e co’più ragguardevoli che lo compongono legato d’amicizia e da consuetudine, molti, e ciascuno più degnamente di me, avrebbero potuto spargere un fiore sulla sua tomba; ma certo nessuno al paro di me sentia sì forte nell’animo l’impulso a offrir senza indugio questo ingenuo tributo alla virtù di un uomo, con cui divisi lunga stagione gli studi, la stanza, le pastorali sollecitudini, e da cui n’ebbi sempre argomenti di affetto, consigli, conforti ed aiuti a correre la difficil palestra della cristiana eloquenza. Così mi fosse concesso impegno e tempo a rendergli ora qualche testimonianza dell’altissima stima in che tenni Lui vivo, qualche prova del riverente amore che a lui mi strinse vicino e lontano…
Angelo Dalmistro non dovette che a sé l’onorato suo nome. Figlio di onesto ma oscuro padre, a cui le fornaci di Murano ardenti abbronzavano il polmone, all’uscir di fanciullo non vede a sé dinanzi che la faticosa professione del genitore. Se non che, il giovanetto che sentiasi chiamato alla clericale milizia, ne chiese le insegne, e diedesi agli studi nel Seminario diocesano. L’ingegno era molto, fervente la volontà, l’amore per l’umana letteratura caldo…
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27 Lug 2011

delle pubblicazioni di Stefano Andrea Renier

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stefano a. renier
Da Biblioteca italiana, o sia Giornale di letteratura, scienze ed arti, Volume 1, 1816
MANIFESTO TIPOGRAFICO E CALCOGRAFICO.

La parte più feconda e più importante della Storia naturale è certamente la Zoologia, ed è quella che più da vicino e maggiormente interessa l’ uomo.
Tra gli animali più difficili da rinvenirsi e da esaminarsi vivi nel loro elemento sono certamente i marini.
Il Dott. Stefano Andrea Renier medico-fisico, professore di Storia naturale nell ‘ I. R. Università di Padova ec., fin dalla sua prima età con. trasporto particolare e con accurato studio si è dedicato spezialmente a questo interessantissimo ramo di sapere ; ed indagatore indefesso ed osservatore diligentissimo per circa 30 anni continui ha fatto in Chioggia sua patria ricerche ed osservazioni non mai interrotte sugli esseri animali dell’ Adriatico, scorrendolo tratto tratto egli stesso, e mediante un esteso numero di pescatori da lui addestrati procurandosene continuamente i più perfetti individui. Ebbe egli perciò campo di vederli sopra luogo, nel loro elemento vivi, in tutti gli stati ed in tutte le stagioni, e di anatomizzarli a suo bell’agio replicatamente. Questo lo portò a discoprire dei nuovi viventi, a poter fare delle nuove osservazioni , delle esatte anatomie e molte rettificazioni a quello che da altri è stato pubblicato.
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24 Lug 2011

orazione di D. Giovanni Renier sulla riapertura della chiesa di S. Silvestro in Venezia

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Per la festiva riapertura della chiesa di San Silvestro in Venezia, Orazione inaugurale di D. Giovanni Renier

…Questa cara e portentosa Venezia ci lascia ella niente a desiderare di ciò che appartenga a religiosa magnificenza? Dai giorni di Narsete fino all’ultimo sonno della Repubblica, che le diede la vita e ne resse i destini, smentì ella mai nell’esterno culto quella fede che in grembo alle Lagune venne co’padri fuggendo la ferocia degli Unni?
Oh, ciò che ci rimane di grande, palesa per ogni lato la pietà rigorosa dei passati suoi figli, ché la cattolica religione anima dei cittadini, compagna alle eroiche imprese impulso e scudo negli ardui cimenti, sentimento de’rettori e de’capitani, la religion che l’incuorava nei rischi delle battaglie, li rendea forti per anni e secoli a pugnar la causa di Cristo, era testimoniata per ogni evento solenne dalla erezione di monumenti cristiani.
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24 Lug 2011

di Giuseppe Capparozzo amico di Adriana Renier Zannini (collaborò alla raccolta di epigrammi Api e Vespe)

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capparozzo giuseppe
da Treccani.it , di N. Vianello
CAPPAROZZO, Giuseppe. – Nato a Lanzè di Quinto Vicentino, piccola borgata nei pressi di Vicenza, da Angelo e Lucrezia Matteazzi il 10 dic. 1802, passò la fanciullezza presso lo zio paterno Matteo, arciprete a Villaverla, e la giovinezza nel seminario di Vicenza, terminando a ventidue anni gli studi seminarili. Con brevi intervalli, dovuti prevalentemente alla precaria salute, si dedicò ininterrottamente all’insegnamento delle lettere nei ginnasi di Castelfranco Veneto e di Ceneda (1823-31), di Vicenza (1833-34), di Verona (1835-40) e di Venezia (1840-48).
Buon insegnante, diede preminenza all’italiano sul latino, e alla poesia sulla prosa; il suo metodo, articolato in tre momenti, lingua stile fantasia, non si discostava da quello generalmente diffuso nelle scuole seminarili del Veneto, fondato sulla lettura (Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso), sulla traduzione (specialmente da Virgilio), e su componimenti settimanali, in prosa e in verso, per i quali suggeriva la compilazione di “scheletri”, progressivamente ridotti. Ebbe allievi, fra gli altri, P. Perez, dantista rosminiano docente all’università di Graz, O. Occioni, docente di letteratura latina e prorettore dell’università di Roma, entrambi editori delle sue poesie, G. Zanardelli, A. Serena e il Fusinato.
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22 Lug 2011

Sebastiano Renier Podestà di Monemvasia (Morea, Grecia)

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monemvasia
Da Castles of the Morea Di Kevin Andrews,Glenn R. Bugh
………………..
What is strange is that so little can be definitely assigned to the first Venetian occupation of 1463-1540. The only tangible evidence of their presence here is a well-head in one of the ruined houses of the upper fortress, which is carved with the Lion of St. Mark, the coat-of-arms of Antonio Garzoni, podestà of Monemvasia in 1526 and 1538, the coat-of-arms and initials of Sebastiano Renier, podestà from 1510 to 1512, and the date MDXIV. The lower section of the Mura Rossa gives a strong impression of Venetian building, but the majority of the fortifications, almost the whole of the lower town circuit, all the parapets in the upper fortress, and the artillery emplacements at both ends, fall within the Turkish period.
The Venetians of 1690-1715 made Monemvasia the capital of the Lakonian province, and developed the mainland arbour as an outlet for south Peloponnesian exports. But their only addition to the fortifications seems to have been repair-work on the large sea bastion in the lower southwest corner of the town walls, which their guns had bombarded during the siege

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21 Lug 2011

Lettera di Paolo Renier a Marcantonio Michiel

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Pera di Costantinopoli, 17 Agosto 1772.
L’imbarazzo dei molti affari non mi permisero di rispondere tosto alla vostra amorosa lettera.
Spero scuse di questa piccola dilazione, che sono certissimo, che non la imputerete a tepidezza d’amicizia, e di affettuoso attaccamento per voi.
Vi ringrazio delle premure che sentite per la mia Famiglia, e per le cose, che la riguardano.
Vi chiama a ciò la dolce indole del vostro animo, e il futuro che deve succeder fra la vostra, e la mia Casa, quando Voi continuerete a dar saggi di pregevole condotta, e dimostrare amore della applicazione, e dello studio, ch’è quella provvisione, che è la sola che ci può lenire nella vecchiaia…
Con affettuoso cuore vi abbraccio.
Polo Renier.
Da Ms. PDc 732 Bibl. Correr

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19 Lug 2011

di Giacomo Renier sul commercio dei canapi, 1303

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giacomo renier sui canapi

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17 Lug 2011

del procuratore Daniele Renier quando fu eretto il Santuario di Pellestrina

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santuario pellestrina
medaglia pellestrina
Medaglia celebrativa fusa a Venezia nel 1718. Opus: anonimo. (AE – Ø 47,9 mm – 34,8 g). D/ PRAESIDIVM VENETOR(VM) TEMP(LVM) B(EATAE) M(ARIAE) V(IRGINIS) PALESTRINAE A(NNO) D(OMINI) MDCCXVIII S(ENATVS) C(ONSVLTO). La Vergine col Bambino seduta su una nuvola. R/ IO(ANNE) CORNELIO DVCE IOAN(NE) EPIS(COPO) CLODIENS(I) PROCVRANTIBVS ANDREA CAPELLO DANIEL(E) RAINERIO VINC(ENTIO) GRADEN(ICO) P(ROCVRATORE) PROVISORIB(VS) SVPER MONASTERIIS. Scritta in sei righe e sul contorno. Voltolina n. 1405.

A Pellestrina, isola della laguna di Venezia, esisteva, sin dall’XI secolo, una cappella dei Santi Vito e Modesto Martiri. In essa era conservata una sacra immagine della Madonna che, secondo la tradizione, il 4 agosto 1716 si sarebbe animata per spiegare al piccolo Natalino Scarpa de Mutti come salvare Venezia e la Cristianità dalla minaccia dei Turchi. Immancabilmente costoro furono sconfitti da Eugenio di Savoia in Ungheria e cacciati da Corfù ad opera dei Veneziani pochi giorni dopo (26 agosto). Con decreto del Senato, la Repubblica decise l’erezione, in una zona adiacente alla cappella dei Santi Vito e Modesto, di una chiesa adeguata alla sacra immagine.
Su progetto dell’architetto Andrea Tiralli, si iniziarono i lavori ed il 16 agosto 1718 il Vescovo di Chioggia, Giovanni Soffietti, officiava la cerimonia della posa della prima pietra ponendo inoltre, nelle fondamenta, alcuni esemplari in argento e bronzo della medaglia.
Ultimati i lavori, il 30 maggio 1722 fu operata la solenne traslazione della miracolosa immagine. Il tempio ancor oggi esistente è oggetto di particolare devozione da parte della popolazione di Pellestrina soprattutto nel corso della prima settimana di agosto

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15 Lug 2011

oselle di Murano del doge Paolo Renier

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oselle murano doge renier

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13 Lug 2011

Angelo Marchesan su Giovanni Renier

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Prefazione di Angelo Marchesan, da: La cronaca di Mestre degli anni 1848 e 49, e saggio di altri scritti inediti, di Giovanni Renier, a cura di Angelo Marchesan, Treviso, Turazza, 1896.

E’ curioso però che mentre tra le carte del Renier ho trovato doppia copia delle satire contro di lui, neppure una riga, per quanto abbia esaminato con paziente diligenza, ho rinvenuto dei suoi Aristarchi, i quali potei avere soltanto dalla cortesia del prof. Pio Andretta, che per fortuna nella biblioteca di famiglia ne trovò ancora una copia, la quale io penso di riprodurre, insieme colle risposte accennate, in fine di questo volume. Non paghi degli strali satirici ch’erano stati scagliati contro il giovine maestro d’umanità, si volle a forza da lui, da chi si credette offeso, una piena e formale ritrattazione; ma il Renier non s’adattò a tanto, si giustificò semplicemente dinanzi allo stesso rettore ed a’cinque testimoni, Andrea Andretta, Matteo Puppati, Giacomo Trevisan, Carlo Mariani e Angelo Tessari, alla cui presenza furono pure bruciate diciannove copie dell’epistola gli Aristarchi, edita a Bassano per il Baseggio, parte col nome, parte senza nome dell’autore. Dopo questa solenne combustione poetica, il Visentini dichiarò di «dimenticare da quel momento e perpetuamente in avvenire la poesia stessa, di dimettere ogni dispiacere e risentimento, e di ridonare al sig. prof. Renier la primiera amicizia e benevoglienza, senza che più mai vi avesse a ricordare l’avvenimento passato e che per occasione di quello avesse a sussistere alcuna diffidenza o mala intelligenza (v. Foglio apposito in carta bollata, Busta Renier ne’ Cap). Ma l’umiliazione, meritata o no, patita dal Renier era stata troppo forte perché un giovane professore di 26 anni avesse potuto dimenticarla lì su due piedi, e si fosse adattato a continuare indifferente ad insegnare da quella cattedra, che l’invidia dei colleghi con tanta bassezza gli avea contrastata. Più tardi ecco com’egli stesso, parlando di Castelfranco, ricorda il doloroso fatto: “Dopo 26 anni ho diritto alla pubblica fede.
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11 Lug 2011

Margherita Corner, moglie di Daniele Renier, dama della croce stellata

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Da Gazzetta di Mantova, 1825

Venezia 10 agosto.
Alle ore otto del mattino di ieri le LL. MM. II. RR., unitamente alle L.L. A.A. II. l’ arciduca Francesco Carlo e Raineri Vicerè e le arciduchesse loro spose, partirono da Venezia seguite da molte barche e bissone, e accompagnate sempre dai sentimenti della più ingenua riconoscenza di tutti gli abitanti, per la dimora con cui le prelodate LL. MM. A.A. II. onorarono nei passati giorni questa città, e dai più rispettosi augurj per la felice continuazione del loro viaggio e per la costante loro prosperità.
S. M.. l’ arciduchessa duchessa di Parma è pure partita nella stessa mattina di jeri, dirigendosi alla volta de’ suoi Stati.
Nella pienezza delle cose grate ed interessanti, che furono iudicate nei precedenti fogli sul soggiorno degli augusti principi, fu ommesso di dire che nella mattina della passata domenica alle ore 8. S. M. l’ Imperatore in compagnia di S. A. I. il serenissimo arciduca Vicerè si è degnata di recarsi a vedere i magazzini dei sali a San Gregorio, che si stanno ora ricostruendo con ingente dispendio, e di visitare successivamente, colla guida del sig. agente Prescher, i depositi generali dei nitri e il magazzino delle somministrazioni.
La stessa M.S. con graziosissima risoluzione dell’ 8 andante si é compiaciuta di assegnare la generosa somma di lire 60,000 austriache , ordinando, che sulle verificazioni da farsi col mezzo di un’ apposita commissione, ne sia fatta la distribuzione ai veri poveri tanto di questa città, quanto dalle altre città e province venete, in proporzione dei loro meriti e bisogni , e con riguardo ai servizi che avessero reso allo Stato, prendendo soprattutto in considerazione le suppliche che furono presentate alla prelodata M. S. per ottenere soccorsi.
S. M. l’ Imperatrice si è degnata di nominare dame di palazzo le signore Bragadin N. D. Regina nata contessa Sceriman , dama della croce stellata, Carlotti marchesa Chiara, nata Zen, dama della croce stellata, Martinengo N. D. Elisabetta, nata contessa Michiel, Michiel contessa Catterina, nata contessa Pisani , Renier contessa Margherita , nata Corner , dama della croce stellata.

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09 Lug 2011

del viaggio a Vienna di Giovanni Renier, Cappellano d’onore del S.A.I. Ordine Costantiniano di S. Giorgio, all’età di 35 anni

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giovanni renier a 35 anni

Viaggio a Vienna

Verso la metà di febbraio del 1831 stava facendo i preparativi per il viaggio più lungo che avessi fino allora intrapreso. L’ amico Giacomelli aveami assicurato a Venezia un posto nella diligenza di Vienna, il cui passaggio attendeva in Treviso sulla mezzanotte. Festeggiato con lauto pranzo e con eletta corona di amorevoli, era per congedarmi da quella ospitale città con un po’ d’ amarezza, perchè mi avean fatto credere che avrei avuto a compagna di viaggio una vecchia ebrea.
Le celie dei commensali sopra tale avventura poneanmi di malumore. Finalmente giunge l’ aspettata carrozza. Tutti corrono agli sportelli per vedere la fatale viaggiatrice. Io soffocavane a stento la contentezza . . . quand’ ecco discendere lieto e paffuto il domenicano padre Marini, eletto a predicatore nella cattedrale di Udine. Gli astanti diedero in uno scoppio di risa ; io mi gettai rallegrato fra le braccia dell’ amico. Beato di me, se questo buon compagnone non finiva la sua corsa in Friuli ! Ma nella
stazione di Udine rimasi con due tedeschi di Clagenfurt, co’ quali, senza complimenti, prese posto in carrozza il conduttore della diligenza, ex-caporale tedesco, e tutti e tre, francamente accesi i loro sigari, empirono di fumo insoffribile l’ intemo dell’ angusta vettura, dandosi a cinguettare con alto frastuono in idioma alemanno, ridendosi del povero prete che nulla intendeva dei loro discorsi incomposti, e solo italiano era nell’ impossibilità d’ impedire quel tripudio insolente. Più d’ una volta, soffocato dal tanfo e presso a svenire, fui tentato di scendere dal calesse per protestare presso un mastro di posta contro la infrazione dei regolamenti ; ma, pensando che dovea poscia rimanere in balia del brutal condottiere, risolsi di ristarmene e soffrire.
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04 Lug 2011

stemmi Renier a Creta

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stemma renier creta1stemma renier creta2
stemma renier creta3
This particular colored coat-of-arms (quite rare in the Greek areas) is to be found on an icon of Agios Gerasimos (17th c.), in the church of Odigitria Kyra Monastery of Gonia (Kolympari). It belongs probably to a member of the branch settled in Chania and later assimilated into the Greek community of Crete.

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29 Giu 2011

Nicolas Renier(is) nel Comitato dell’Assemblea greca (1826)

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Da Geschichte des Abfalls der Griechen vom türkischen Reiche im Jahre …, Volume 4 Di Anton Prokesch von Osten (Graf)

VII. 14. Proclamation du Président de la troisième Assemblée nationale.

La Nation grecque appelait de ses voeux l’époque, où les Représentans chargés des pleinpouvoirs des peuples de la Grèce, se réunissant en une troisième Assemblée Nationale, devaient délibérer sur les grands intérêts de la Nation, seul but et seul objet de l’Assemblée Nationale tenue le 6 de ce mois d’Avril à Epidaure.
Mais à peine cette Assemblée avait-elle entamé son oeuvre sur les bases de la constitution précédente, que le danger récent qui vint planer sur Messolonghi et les nouveaux armémens de terre et de mer de l’ennemi, tournèrent son attention sur des objets de la plus grave importance ; et certes il aurait été aussi impossible que dangereux, si l’Assemblée, au milieu de pareilles conjonctures et tandis que le féroce tyran de la Grèce médite l’extermination entière de la nation, se fut occupée de matières qui demandent un esprit tranquille, et qui exigent de longues et de profondes méditations.
La sûreté des peuples de la Grèce, base de leur existence politique devait absorber, et absorba en effet, toute l’attention de l’Assemblée nationale, qui ajournant pour le moment ses séances concernant l’organisation politique, se hâta de mettre en oeuvre toutes les forces physiques et morales de la Nation, et de les tenir en activité avec toute la célérité et l’énergie possible, afin de parer au danger qui venait nous menacer.
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27 Giu 2011

Giustina Renier Michiel. I suoi amici, Il suo tempo (V)

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giustina renier michiel
di Vittorio Malamani
Intanto Napoleone era sceso a Milano a cingere “La settentrional spada di ladri / Torta in corona”; di che ingelosite, l’Austria e la Russia si strinsero in Lega e gli mossero guerra. Ma pareva che Napoleone avesse uno spirito al suo comando. In pochi dì ebbe pronti due formidabili eserciti, uno dei quali guidò egli stesso in Germania, e lasciò l’altro in Italia sotto il comando del generale Massena. La fortuna, come sempre, gli arrise. L’Austria, battuta a Caldiero, si trovò a mal partito. La battaglia d’Austerlitz finì di prostrar gli alleati. La pace di Presburgo, conclusa non molto dopo, riunì al Regno d’Italia le province venete soggette agli Austriaci.
I Francesi entrarono a Venezia il 10 Febbraio del 1806; ma Napoleone non vi fu che il 28 di Novembre dell’anno seguente. Era una mattina caliginosa e triste, e cadeva una pioggia minuta e fredda. Il Podestà di Venezia Daniele Renier si portò per tempo con tutti i notabili a Lizza Fusina, ultima stazione di chi andava a Venezia da Padova. L’Imperatore giunse accompagnato dal Re di Napoli e dal Re di Baviera, dalla Principessa di Lucca, dal Principe di Neuchatel, e dal Viceré Eugenio con la moglie. Un formicaio di gondole, di barche, di barchette, di peote, copriva la circostante laguna. Tutta Venezia era accorsa al nuovo spettacolo, e persino vecchi infermi si erano fatti trascinare fin là, per mirare in volto prima di morire l’eroe leggendario di tante battaglie, del cui nome era pieno il mondo.
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25 Giu 2011

della Festa della Sensa

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La Festa della Sensa oggi, di Paolo Renier

L’origine storica della festa è stata più volte illustrata, come pure il fatto che sia stata ripresa, a cura dell’Associazione Venezia Serenissima, dopo la lunga interruzione a seguito della caduta della Repubblica di S. Marco. Poiché i tempi moderni impongono rapida evoluzione in ogni aspetto della società, è il caso di prendere in considerazione se questa manifestazione sia ancora valida e significativa.
Bisogna risalire nel tempo. Premesso che nel passato le feste a Venezia erano numerose, perché ogni occasione era buona per far festa, quella “de la Sensa” costituiva un momento nel quale Venezia esprimeva maggiormente tutta la sua bellezza, il suo fascino, le sue ricchezze, la sua forza, la sua magnificenza. Era cioè un momento simbolico, allegorico, come si fa per celebrare la nascita di uno Stato, ma in modo originale, tutto veneziano.
Ad esempio non si sfoggiavano galee armate, ma il Bucintoro, definita la più bella imbarcazione che sia stata mai costruita; non regnanti scortati da armigeri, ma un Doge, cioè un patrizio eletto da una assemblea; non duelli, ma una cerimonia religiosa, non parate militari, ma una Fiera, nella quale gli artigiani esponevano le loro migliori produzioni; e, atto di profondo significato poetico ed insieme politico, lo sposalizio con il mare. Questo rito, unico al mondo, non era un atto di superbia, ma testimonianza del buon diritto di preminenza sul mare al quale Venezia aveva saputo elargire pace e benessere. Un poeta scrisse: “una città vergine elesse a suo sposo il Mare immortale”.
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20 Giu 2011

di un libretto celebrante la festa svoltasi al Teatro Olimpico di Vicenza in onore di Andrea Renier

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RARO LIBRETTO DEL 1761 CON ALLEGATE 2 INCISIONI IN RAME DI CRISTOFORO DALL’ACQUA DAL TITOLO:
-DESCRIZIONE DELLA MAGNIFICA E VAGA ILLUMINAZIONE FATTA NEL TEATRO OLIMPICO DI VICENZA LA SERA DEL DI’ 17 GIUGNO 1761 PER LA PUBBLICA FESTA CELEBRATASI NEL MEDESIMO TERMINANDO GLORIOSAMENTE IL REGGIMENTO DI CAPITANO E VICE PODESTA’ S.E. ANDREA RENIER IN VICENZA 1761
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olimpico3 renier
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19 Giu 2011

Giustina Renier Michiel, I suoi amici, Il suo tempo (IV)

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di Vittorio Malamani

Se la lettera della pseudo-inondazione acquistò plauso ed onore a Giustina Renier Michiel, un’altra lettera, ma di merito incomparabilmente maggiore, le procurò, quattro anni dopo assai più rinomanza. Nell’estate del 1806 il Visconte di Chateaubriand si condusse per la prima volta a Venezia, per poi trasferirsi a Trieste, e quivi imbarcarsi alla volta di Gerusalemme. Vi giunse il 23 di Luglio, prese alloggio alla locanda del Leon Bianco, e vi si trattenne cinque giorni. Se il Dickens disse che Venezia è un sogno sul mare; se il Montesquieu dichiarò che si può aver viste tutte le città del mondo, ed essere meravigliati giungendo a Venezia; quale impressione di entusiasmo, di fanatismo non doveva riceverne il brillante poeta dei Martiri? Così credevasi generalmente, e fu con senso vivissimo di stupore che, una settimana dopo la partenza di lui, si lesse nel Mercure de France una sua lettera, in data di Trieste, della quale ecco lo squarcio più rilevante:
Trieste 30 juilliet 1806. “A Venise on venoit de publier une nouvelle traduction du Genie du Christianisme. Cette Venise, si je ne me trompe, vous déplairoit autant qu’à moi. C’est une Ville contre nature; on n’y peut faire un pas sans être obbligé de s’embarquer, ou bien on est reduit a tourner d’étroits passages, plus semblables a des corridors qu’à des rues. La Place de Saint Mare seule, par son ensemble, est digne de sa renommée. L’architecture de Venise, presque toute de Palladio, est trop capricieuse. et trop variée; ce sont deux ou trois palais batis les uns sur les autres. Et ses fameuses gondoles, toutes noires, semblent des bateaux qui portent des cercueils; j’ai pris la première que j’ai vue pour un mort que on allait enterrer. Son ciel n’est pas notre ciel au delà des Apenins. Rome et Naple, mon cher ami, et un peu de Florence, voilà toute l’Italie.
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10 Giu 2011

lettera di Antonio Cesari al P. Giuseppe Renier

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Al P. Giuseppe Renier Dell’ Oratorio , A Chioggia.

P. Renier Carissimo
Io le rendo grazie più che so e posso della sua lettera, e di quelle del Sig. Curato che mi mandò contro le mie prevenzioni intorno agli Autor del 300. Io avea proposto di lasciar dire, senza darmi pena di ciò, che altri senta in contrario di quello che sento io: tuttavia, per compiacere a Lei e a D. Vicentini, ho fatto alcune postille su pe’ margini dello Scritto, a corso di penna; ed ella le leggerà e pregerà per quello che le parranno valere. Ben le vo’ dire, che il giudizio del Sig. Curato a me è un viluppo, o meglio un mistero sì alto, che non so uscirne. Egli loda a cielo la lingua della mia Dissertazione e del Panegirico de’ Dolori; e condanna le mie prevenzioni in favore della lingua Toscana. Verità di fatto è, che essendomi io da giovanetto formato uno stile così alla ventura, leggendo i Moderni, io m’ abbattei a vedere un Passavanti; che il leggerlo e innamorarmi fu una cosa medesima ; che da indi in poi io lessi e studiai sempre gli Autor del Trecento, per veder di pigliar quella lingua.
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08 Giu 2011

Giustina Renier Michiel. I suoi amici, Il suo tempo (III)

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di Vittorio Malamani

Fra i salotti di quel tempo si notava quello di Giustina Renier Michiel, a San Moisè, in Corte Contarina, al numero 1460 (?), frequentato allora specialmente da forestieri, e destinato in seguito a diventare, per così dire, l’ultimo lembo di terra nel quale rivivesse in qualche modo la Repubblica veneziana.
Di signore patrizie vi andavano abitualmente la Marina Benzon, bellissima, bionda e d’imponente figura, che avea ballato intorno all’albero democratico, che il Lamberti avea cantato nella Biondina in gondoleta e che nel copioso catalogo di adoratori ferventi ebbe in seguito il Byron; la Contessa Anna Giovanelli, graditissima in società per l’acuto ingegno e il pronto brio, il quale, per altro, faceva singolare contrasto con un fondo di misticismo invincibile, che alla morte del marito Francesco Boldù, la persuase a ritirarsi in un monastero a passare la rimanente vita in esercizi di religione; e la Contessa Cornelia Barbaro Gritti, che vantava poderi in Arcadia e il nome di Aurisbe Tarsense, e che presso già agli ottant’anni, poetava ancora, e andava superba di rammentare sette volte al dì a chi avea la fortuna d’avvicinarla, l’amicizia goduta e i lunghi carteggi tenuti col Metastasio, col Goldoni, col Zucchi, col Willi, col Frugoni e coll’Algarotti.
Vi era pure, fra i gentiluomini, suo figlio Francesco Gritti, il quale, dopo aver tentato invano tutti i generi di letteratura, si era gittato nel mare magmum della poesia dialettale con tanta fortuna, che malgrado la povertà dell’invenzione e l’abuso di arguzie e modi francesi, per la forma signorilmente castigata aveva acquistata fama di classico.
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04 Giu 2011

memoria dell’arciprete di Canale d’Agordo su Giovanni Battista Zannini

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giovanni battista zannini
Dalla Gazzetta Uffiziale di Venezia di lunedì 14 Settembre 1863.
Se la rinomanza letteraria e scientifica dell’esimio avvocato Giovanni Battista Zannini è largamente conosciuta ed onorata, forse non è così della più nobile prerogativa che abbella e sublima le molte altre egregie doti dell’animo suo, e che non può essergli contrastata dall’invidia più bassa, e dalla calunnia più nequitosa.
Vuole giustizia, ed a chi scrive è dovere di scoprire una gemma, la quale riposta, illustra unicamente chi la possiede, e svelata, può col suo lume invitar altri a farne l’acquisto. Essa è la preziosa virtù della beneficenza, e di cui si vuol fare un tenuissimo cenno, ristretto alla parrocchia di Canale, e val che basti a significare il grato animo.
Potremmo dire dello Zannini che merita grandemente della chiesa per la elargizione copiosa, con cui sovvenne al ristauro della stessa recentemente eseguito, e per le cure solerti e sapienti con cui Fabbriciere vantaggia l’amministrazione; ed aggiungere che Deputato tutto fa cogli accorgimenti della dotta sua mente pegli economici e morali miglioramenti del Comune; ma ci limitiamo a dire che fattosi tutore e padre ad ogni guisa di sventurati, non è la sua, la mano tenace che si lascia a stento sgocciolare una meschina elemosina, quasi a levarsi la noja d’importuni accattoni; ma la carità intelligente e svariata che con munificenza profusa si versa nel seno de’poveri.
Questo paese, posto in un seno disagiato delle Alpi, avendo una sproporzione rilevantissima fra i prodotti del suolo e la popolazione (circa 5.000 abitanti), presenta necessariamente uno spettacolo doloroso d’una numerosa poveraglia.
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02 Giu 2011

introduzione di GB Zannini alla sua opera ‘I principii della filosofia politica’

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Da I PRINCIPII DELLA FILOSOFIA POLITICA, per OPERA di GIAMBATTISTA ZANNINI

avvertenza lettori GB ZANNINI
MENTE DELL’OPERA.
In questa età, cosi meravigliosa per trovati meccanici e applicazioni elettriche e chimiche, e colla nuova e immensurabil forza del credito crescente tanto ogni dì nella potenza economica, quanto declinò e declina dalla notizia della Idea e dalla pratica della Virtù, l’occuparmi ch’ io faccio di queste, e il credere ancora, che sole sien atte e degne a reggere il governo degli uomini, m’attirerà dai più la nota, solita darsi a chiunque desideri e mediti il bene de’ popoli, di facile e buon utopista ; da molti d’ uom singolare, che cozza contro le verità della storia; e dai discreti quella di animoso, ma poco misurato oppugnatore all’ impeto dei tempi.
I quali volgono adesso ben diversi da quelli, che correvano agli antichi ed a’ nostri maggiori. Cui se vinciamo d’assai nelle scienze matematiche e fisiche e in quella dell’ arricchire, siamo smisuratamente minori nell’amore della patria e nel culto della sapienza civile.
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01 Giu 2011

Giustina Renier Michiel. I suoi amici, Il suo tempo (II)

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di Vittorio Malamani

II. L’esaltazione al trono ducale di Paolo Renier, nonno della Renier Michiel, avvenuta il 14 Gennaio del 1779, fu uno dei fatti più rumorosi che ricordi la storia veneziana della seconda metà del secolo passato. Ingegno audace e potente, ornato di studi vari e profondi, non c’era forse un uomo che meglio di lui sapesse tenere le cariche più alte della Repubblica.
Sapeva Omero quasi tutto a memoria, e tradusse in dialetto i dialoghi di Platone, versione che non fu mai stampata. Fu legato di grande amicizia con lo spagnolo Emanuele de Azevedo, suo compagno di studi, il quale, sopravvissutogli di pochi anni, ne scrisse con amore l’elogio. Il Cicognara, nel catalogo delle sculture canoviane, accenna al modello d’un Busto del Renier, fatto nel 1776.
Colpa gli si fece di aver menata in moglie una funambola turca, certa Margherita Dalmet, da lui cominciata ad amare a Costantinopoli; ma dal momento che questo legame non era punto riconosciuto dalla legge, e quindi non recava pregiudizio alcuno alla successione del sangue; dal momento che non recava offesa nemmeno alla dignità ducale, perché è noto che nelle comparse pubbliche era la Giustina Renier Michiel che gli sedeva a fianco nel posto della moglie; non intendo il motivo perché gli storici abbiano voluto impossessarsi di questo affare. Non dirò che il Renier abbia fatto una bella cosa; ma bella o brutta, mi pare che fosse padrone di sposar chi voleva. O perché allora non si predicò la croce contro Benedetto Marcello, che sposò una giovinetta plebea per averla udita cantare una sera d’estate sul Canal Grande, sotto le finestre del suo palazzo? Egli è che la penna degli storici, guidata dal rancore, dall’odio, dal desiderio di vendetta, trascese più del dovere.
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29 Mag 2011

lettera dell’abate Angelo Dalmistro ad Andrea Valmarana, marito di Elena Vendramin Calergi, figlia di Elena Renier

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abate angelo dalmistro
Eccellenza P(adro)ne
A darle prova che mi ricordo di Lei, le indirizzo un mio Sermone stampato in questi giorni per l’ingresso di un Parroco. Le ne mando tre esemplari, uno in carta colorata ad uso di V.E., uno slegato pel Sig. Co. Leonardo Trissino. Ed il terzo pel R(everendissi)mo Ab. De Luca, a’ quali porgerà anche i miei convenevoli. Mi fo ardito di pregarla a voler inoltrare a Verona senza spesa, lo che è costà agevole a farsi, l’annesso piego. Ella abbiami per iscusato della libertà che mi prendo e dell’incomodo che le do. Abbiamo a queste parti il Fratello e la Cognata di Lei, co’ quali passo bene qualche giornata. Neppur quest’anno ho trovato la via di Verona, e sto a vedere che morrò senza andarvi. Il destino non mi vuole viaggiatore: pazienza. Due altri miei Sermoni fatti stampare dall’Avv. Biagi Ella avrà opportunamente, le copi de’ quali sono in Venezia, ed io non ne tengo pur una. Tutto fo ad oggetto di assicurarla dell’alta stima, che nutro inverso Lei, e dell’attaccamento che le professo. Vogliami Ella continuare l’onore della sua grazia, che io sono invariabilmente

Coste d’Asolo 13. 7mbre 1824

Di V.E.
Devosmo Obbligatmo Servidore
Angelo Dalmistro

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28 Mag 2011

Giustina Renier Michiel. I suoi amici, il suo tempo

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da GIUSTINA RENIER MICHIEL. I SUOI AMICI, IL SUO TEMPO di Vittorio Malamani
Vittorio Malamani, Giustina Renier Michiel, i suoi amici, il suo tempo, in “Nuovo Archivio Veneto”, XXXVIII (1889) p. I, p. II. Venezia, Visentini, 1890.
giustina renier 13
I. Donne veneziane celebri ve ne furono anche nel secolo passato, ma in un paese di ciechi è beato chi ha un occhio; novantanove su cento furono più belle che colte; nell’inverno della vita le foglie di lauro inaridite dal loro capo, e la memoria ne giunse a noi mummificata nelle opere dei letterati dai quali furono amate.
Tengo per fermo che le nostre signore a modo, senza punto aspirare all’immortalità, ne sappiano per lo meno quanto, se non più, della Contessa Roberti Franco, della Caminer Turra, della Luisa Bergalli, della Teotochi Albrizzi, della Paolina Grismondi, e di tutte le poche altre che al loro tempo levarono alto grido di sé. Bisogna dirlo: nessuna donna veneziana avrebbe potuto reggere il confronto con una donna straniera.
Il Goldoni, grande fotografo dei costumi, con tremenda arguzia introduceva spesso e volentieri nelle sue commedie cameriere arche di scienza che menavano per il naso le ignoranti padrone. In queste il poeta, a parer mio, intendeva raffigurare le dame; poiché, duro a dirsi, ma vero, più era illustre il loro Casato, e meno cura si davano di accrescerne lo splendore con la dignità degli studi. Ne fa fede la dama di cui prendo a narrare, la quale se avesse educato con lo studio il vivacissimo ingegno, ora sarebbe citata fra le donne più illustri d’Italia.
Giustina Teresa Maria Renier nacque a Venezia da Andrea e da Cecilia Manin il 15 Ottobre del 1755, ed ebbe a padrino quel fiore di gentiluomo e di letterato che fu Marco Foscarini. In età di tre anni entrò in un convento di Cappuccine a Treviso, e a nove, quando già il Foscarini era Doge, in una casa di educazione a Venezia, dove una signora francese insegnava a diciotto fanciulle patrizie. Quivi imparò non bene le lingue francese ed inglese; non imparò affatto la lingua italiana, e non poteva impararla da una maestra forestiera; apprese invece qualche poco l’algebra, il disegno e la storia naturale. Questi furono tutti gli studi della nipote d’un Doge; peccato, perché c’era del fosforo nel suo cervello, c’era in lei qualche cosa di virile.
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26 Mag 2011

della morte di Rodolfo Renier

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rodolfo renier
Da Emporium vol. 41

Rodolfo Renier. — La morte inaspettata di R. Renier, seguita in Torino il dì 8 gennaio 1915, ha colpito di doloroso stupore tutti gli studiosi italiani. Egli aveva saputo difatti prendere un luogo di prim’ordine tra loro; dopo avere conquistato con la dottrina e l’ingegno, di cui era largamente provveduto, una cattedra universitaria in età giovanissima, il Renier, senza venir mai meno ai suoi doveri di insegnante, alla sua attività di dotto, aveva consacrato il meglio delle sue forze alla direzione del Giornale storico della letteratura italiana, da lui fondato a Torino nel 1883, insieme ad Arturo Graf e Francesco Novati. L’alto concetto ch’egli aveva dell’ufficio della critica, la nobile ambizione di portare il periodico, di cui, specialmente negli ultimi lustri, egli aveva finito per fare quasi uno specchio dei propri convincimenti e. delle proprie aspirazioni scientifiche, informarono il suo improbo e disinteressato lavoro d’uno spirito d’indipendente superiore obbiettività, quale raramente si suole raggiungere in mezzo alle quotidiane battaglie de’ cozzanti sistemi. Oggi è di moda insorger contro il metodo positivo e cantar il De profundìs alla scuola storica: il vecchio cancro retorico, che ha corroso per tanti secoli l’anima italiana, non è pur troppo ancora estirpato ; e torna a farsi sentire.
Ma la scuola storica ha troppo solide fondamenta per crollare ; l’uragano passerà, senz’averne scosso pur la cima. E il nome del Renier, impresso indelebilmente ne’ sessanta e più volumi della gloriosa rivista a cui dedicò tante cure, ha il suo posto segnato nella storia della cultura d’Italia moderna, accanto a quello di coloro che più efficacemente cooperarono a dare al paese nostro la libertà scientifica, non meno preziosa che la civile non sia.

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23 Mag 2011

breve biografia di Giambattista Zannini, scritta dalla cognata Adriana Renier

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zannini giambattista
BIOGRAFIA di Giambattista Zannini, 1866, Canale di Agordo popoloso e pittoresco paese della Provincia di Belluno è celebrato non tanto pe’suoi monti ricchi di miniere e sparsi di sassi vulcanici nobile oggetto di meditazione al geologo, quanto pei forti ingegni a cui diede la culla. Emersero in Canale o nelle sue vicinanze Valerio da Pos terribile aristarco erede della sferza di Giovenale, Giuseppe Xais eccellente pittore paesista, Paolo Zannini autore di varie opere di medicina, e finalmente il di lui esimio fratello l’avvocato Giambattista, nome chiaro nei fasti delle lettere e delle scienze, che basterebbe ad onorare non solo quell’ermo paese, ma l’intera Provincia, del quale imprendo a narrare la vita.
II. Giambattista Zannini nacque in Canale il giorno 8 febbraio 1790; i suoi genitori Giuseppe e Mattea Andrich incominciarono sin dalla infanzia ad istillarne i germi d’una saggia educazione; terzo di quattro fratelli, che meritarono tutti la laurea dottorale, e di due sorelle, che dimostrarono ingegno distinto, alle naturali attitudini aggiunse il tesoro de’domestici esempi. Ebbe in patria i principì delle lettere dalle labbra d’uno zio materno don Valentino Andrich, maestro perito e paziente che avea aperto il proprio domicilio in Caviola (patria del Marchioretto scultore in legno e in marmo) ai fanciulli dei dintorni per informarli negli ottimi studi. Il nostro giovinetto prese tanto amore a quel luogo in grazia delle squisite accoglienze e dei sodi precetti che vi trovò, che adulto, lo ricordava sovente e il diceva la sua prima università.
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20 Mag 2011

Paolo Renier Sopra Provveditore su di un libro di Francesco Roncalli Parolino

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Da Censura medicinae universae enormiter dispendiosae immo mortiferae

TERMINAZIONE DEL SERENISSIMO VENETO PRINCIPE
Per ordine dell’ lllustriss. ed Eccellentiss. Magistrato Alla Sanità
In solenne modo trasmessa al Sig. Co: Francesco Roncalli Parolino agli 8. Maggio 1761.

Un nuovo saggio del ben distinto talento, e delle studiose fatiche del Conte Francesco Roncalli Parolino Professore Benemerito di Medicina in Brescia è il Libro ultimamente da lui prodotto alle stampe, ed a questo Magistrato alla Sanità dedicato . Utile per ogni riguardo è il primo articolo , che tratta della Riforma delle Tariffe dei Medicinali, che fatto passar sotto il criterio del Collegio dei Medici Fisici di questa Città , riscosse una ben giusta e piena approvazione. Egualmente utili non solo, ma fornite ancora di soda e vera dottrina sono le altre Materie che costituiscono il Libro stesso.
Per dare all’ Autore un riscontro dell’ aggradimento, con cui fu accolta l’ Opera sua, da cui traluce un fondo di erudizione e dottrina , hanno ordinato gl’ Illustrissimi ed Eccellentissimi Signori Sopra Provveditori e Provveditori alla Sanità , che sia esteso l’ Atto presente, per esser spedito all’Eccellentiffimo pubblico Rappresentante di Brescia, con ordino di renderlo noto al benemerito Professore Conte Roncalli, delle di cui studiose fatiche resterà una memoria assai onorata nelli Registri di questo Magistrato alla Sanità , che così ec.

(Tommaso Miehiel Sopra Provveditor.
(Polo Renier Sopra Provveditor.
( Bortolo Grassi Provveditor.
(Alessandro A. Tiepolo Provveditor.
( Gaetano Minotto Provveditor .

Tratta dall’ Autentica esistente in Filza del Magistrato Eccellentissimo alla Sanità di Venezia .
Angelo Zon Secretario.
Mario Giacomazzi Av. Fiscale.

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15 Mag 2011

Giuseppe Zannini, figlio di Adriana Renier, Presidente dell’Ospizio Marino Veneto

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giuseppe zannini
Il dì 4 giugno 1868, Giuseppe Barellai, benemerito promotore e fondatore degli Ospizii marini in Italia; dove il nome ne suona caro e benedetto dalle moltitudini riconoscenti, onorato da quanti amano e pregiano la bontà sincera dell’animo ed il fervido zelo del bene; rivolgeva nelle sale dell’Ateneo Veneto un caldo appello a Venezia, perché, emulando in gara umanitaria l’antica sua rivale e ora sorella Genova, volesse sulle sponde dell’Adriatico far sorgere un ospizio marino, non inferiore ai non pochi e già fiorenti delle spiagge toscane e liguri.
La generosa parola del degno medico e filantropo, inspirata da sentimenti nobilissimi di carità dei miseri e dei sofferenti, e amor vero e vivo della patria, non poteva cader vuota in quella nostra accademia; sollecita sempre del bene e del decoro cittadino, illustrata dalla fama di antichi e viventi suoi soci, e da tradizioni magnanime ed imperiture. Era in vero degno e bello che da quelle sale di studio e meditazione, d’onde si sprigionarono le prime faville della gloriosa nostra rivoluzione del 1848, si levasse, dopo il 1866, una voce di compassione e di provvido affetto, per lenire i mali della povertà, e procurare alla patria, col ritemprarli a sanità e robustezza, gagliardi figli; operosi nelle arti feconde della pace, potenti e valorosamente difenderla in guerra.
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12 Mag 2011

Romanza dedicata dai Pescatori Veneti a Giustina Renier

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Da Studii per le donne italiane, Volume 2
Nella seguente Romanza che la gentilezza del sig. Giambattista Cremonesi ci permette di far pubblica , i Pescatori Veneti innalzano una tomba alla Renier, ricordatrice dei loro antichi fasti.

ROMANZA

Dove il flutto è più remoto
Della veneta laguna,
Al confin di suolo ignoto
La magion del pescator
Sorge in onta alla fortuna,
Al potere, ed al dolor.

Là suo desco un’ innocente
Famigliuola ora compone
Sconosciuta; e pur valente
Ebbe nome a più bei dì,
Quando il veneto Leone
Anche muto sgomentì.

Che le resta? un rude ostello ,
Poco pan mercato a stento,
Una rete ed un battello,
La speranza e l’ amistà;
In que’ lidi sino il vento
Spira senso di pietà.
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09 Mag 2011

Rodolfo Renier ricorda la figura e l’opera di Giuseppe Mazzatinti

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giuseppe mazzatinti
Da Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. 48. 1906

La morte prematura di Giuseppe Mazzatinti, seguita in Forlì sull’alba del 15 aprile 1906, è ormai nota a tutti. Il commemorarlo, peraltro, in questo Giornale, ch’ egli ebbe carissimo ed al quale utilmente cooperò, è per la Direzione nostra un dovere, ed è nel medesimo tempo un bisogno dell’animo mio, legato al povero estinto, da più d’un ventennio, coi vincoli più saldi di stima e d’affetto.
Nacque il Mazzatinti a Gubbio il 21 settembre 1855 da Francesco e da Maddalena Filippetti; compì gli studi elementari e ginnasiali nella città nativa; poscia passò al Liceo di Perugia e nel 1876 a quello di Arezzo, ove nel luglio dello stesso anno consegui la licenza. Dall’ottobre seguente fu inscritto alla Facoltà di filosofia e lettere dell’Ateneo di Pisa, ove nel giugno del 1880 ottenne la laurea in lettere ed il diploma della R. Scuola Normale superiore. Dopo un brevissimo insegnamento nel Ginnasio superiore eugubino, fu nominato nel novembre del 1881 professore di lettere italiane nel Liceo pareggiato di Foggia. Di là passò, nell’autunno del 1883, professore di storia nel Liceo di Alba, ove stette sino al 1887. Dal 1882 in poi, i ministri Baccelli e Martini gli furono larghi di sussidi affinchè potesse esplorare i documenti italiani delle biblioteche francesi, col quale intento egli si recò più volte al di là delle Alpi e soggiornò specialmente in Parigi. Con decreto del 25 settembre 1887 fu destinato alla cattedra di storia nel R. Liceo G. B. Morgagni di Forlì, ed in quella città , divenuta quasi sua seconda patria, rimase poi sempre, stimato ed amato dai discepoli e dai cittadini, i quali ultimi gli affidarono pure la direzione di quella biblioteca comunale. Infermatosi il 19 dicembre 1905, sopportò con coraggiosa fermezza una malattia che non perdona e che lo spense circa quattro mesi dipoi.
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09 Mag 2011

G.B. Renier amministratore della rivista ‘Il Progresso’ di Torino, 1874

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Da The role of scientific journals following the unification of Italy
Di Loretta De Franceschi University of Urbino

“Il Progresso. Rivista mensile delle nuove invenzioni, scoperte e varietà interessanti” (“Progress. Monthly review of new inventions, discoveries and sundry items of interest”) made it quite clear in the second part of the title that it was an “Advertising organ for notices and announcements of a commercial and industrial nature” (“Organo di pubblicità pegli avvisi commerciali e industriali”). The review started up in Turin in January 1873 and was published at least until 1892, but we don’t know exactly when it ceased publication. For the first six years – from 1873 to 1878 – “Il Progresso” came out the first day of every month, as we can read on its cover. Changes were then made in 1879 regarding frequency of issue (fortnightly), and also regarding the second part of the title: the accent was now placed more forcefully on the publication’s mission as a provider of information. Starting from this year it became a “Fortnightly review of new inventions and discoveries, scientific industrial news and sundry items of interest” (“Rivista quindicinale delle nuove invenzioni e scoperte, notizie scientifiche industriali e varietà interessanti”), and the cover stated that the review also contained a “Monthly list of patents of invention and of industrial patents”. After some years came another change, when “Il Progresso” adopted a larger format and became an illustrated review, issued – as before – twice a month. The first issue of January 1873 opened with a brief presentation.
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08 Mag 2011

Giustina Renier, i Michiel e il palazzo Michiel dalle Colonne

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Giustina Renier, i Michiel e il palazzo Michiel dalle Colonne

Dal Contratto di Nozze tra Marcantonio Michiel e Giustina Renier, del 25 Ottobre 1775: “…Per dote, si obbligano il N.H. Andrea Renier padre della Sposa, e il N.H. Polo Renier Avo della medesima, per Ducati 50000, nella maniera seguente. Prima del dar la mano, 24000 Ducati, compresi 4000 Ducati che verranno esborsati, a sollievo di detti N.N. H.H., dal N.H. Anzolo Maria Renier, di loro amorosissimo fratello e zio. Altri 2000 Ducati in tanti mobili, ed effetti. Li rimanenti Ducati 24000 saranno pagati in Ducati 1500 all’anno successivamente (la XVI e ultima rata fu pagata da Alvise e Anzolo Renier nel ‘91). Si obbligano con tutti i loro Beni, d’ogni sorta presente e futura”. Le firme del Contratto sono di Polo Renier, Andrea Renier, Elena Corner Michiel, Marcantonio Michiel, Lodovico Manin Procuratore, come mediatore per parte della Sposa”.
La dote di 50.000 Zecchini data dai Renier dovette essere un sacrificio finanziario estrememante gravoso per le possibilità economiche del nonno Paolo Renier; fu forse una sua puntata d’azzardo, che però dopo pochi anni fallì; dovette essere un duro colpo, anche per lui che si era così esposto; penso che il Doge abbia vissuto i suoi ultimi anni in una profonda inquietudine interna, sia per le sorti della Repubblica, piccolo vascello in una situazione internazionale sempre più oscura ed instabile, sia per le sorti della famiglia.
Agli inizi del secolo XVIII la famiglia Renier fa parte del ristretto numero di Casate, ricche e di antica nobiltà, a cui spetta l’onore e l’onere di fornire i componenti dell’oligarchia senatoria, la vera padrona dello Stato veneto.
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06 Mag 2011

Palazzo Michiel dalle Colonne ereditato da Leopardo Martinengo

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    palazzo michiel dalle colonne
    Da Cento palazzi fra i più celebri di Venezia sul Canalgrande e nelle vie … Di Giovanni Jacopo Fontana
    PALAZZO MICHIEL DALLE COLONNE.
    Ben è giusta la sentenza impararsi meglio da una pietra che da un libro. Infatti alcune colonne di marmo logoro con capitelli di vecchio stile, i cui archivolti sono sculti in forma di modiglioni, ci presentano a prima giunta i vestigi di un’architettura del 1400, nel cortiletto alla destra dell’atrio d’ingresso, come preesistente alle forme dell’attuale palazzo. E più ancora ogni dubbio dileguano il tempo e il carattere della cisterna, in mezzo al detto cortile, avente impresso sopra lo stemma della casa patrizia Grimani, che fioriva fino dal secolo IX. Anzi mancando il blasone della croce, che venne iuquartata, v’ è segno che la mole si erigesse dai primi ascendenti della Casa, ben avanti l’impresa di Gerusalemme, da cui ridondò ai posteri la gloria di quel vessillo, che quale distinzione segnalata le derivava da Goffredo Buglione. Nel prospetto adunque si à imitazione di uno stile di architettura moresca, e si tien dietro, a cosi dire, fra i marmi, al passaggio della bell’epoca, verso gli ultimi tempi.
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01 Mag 2011

Philinopsis depicta, Renier Stefano Andrea 1807

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phil depicta renier2
phil depicta renier3
Cephalaspideans sono un gruppo di gasteropodi comprendenti specie carnivore ed erbivore, che consente un accertamento del rapporto tra queste diete e le caratteristiche morfofunzionali delle ghiandole salivari; le ghiandole salivari dei depicta carnivori Philinopsis sono stati osservati al microscopio ottico utilizzando sezioni semisottili e mediante microscopia elettronica a trasmissione. Un condotto centrale corre lungo la lunghezza di queste ghiandole a forma di nastro sottile che divide in due metà, ognuna formata da una sola fila di tubuli perpendicolarmente attaccata al dotto centrale. L’epitelio semplice del condotto centrale e tubi laterali contiene cellule ciliate e due tipi di cellule secretorie, chiamato cellule granulari e cellule con vacuoli apicali. Un sottile strato esterno di tessuto connettivo copre l’epitelio. Le cellule ciliate sono numerose, ma molto sottili, formando piccoli gruppi tra le cellule secretorie. Il nucleo, mitocondri diversi e un paio di lisosomi si trovano nella regione apicale. Un gambo molto sottile citoplasmatico raggiunge la base dell’epitelio e contiene fasci di filamenti oltre ad alcuni mitocondri.

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28 Apr 2011

collezione di conchiglie di Stefano Andrea Renier al Museo di Storia Naturale di Modena

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Da ATTI DELLA SOCIETÀ DEI NATURALISTI DI MODENA
Serie III – Vol. XII – Anno XXVII., 1893

Stato del Museo al 1832.
E assai difficile farsi un concetto esatto delle cose esistenti nel Museo di Storia Naturale allorché esso fu trasportato nei locali appositamente costrutti, mancando gli antichi cataloghi, i quali però esistevano quando il Prof. Doderlein (1846) pubblicò lo scritto intitolato “ Il Museo di Storia Naturale “ da cui ho tolte le notizie sul Museo dal 1819 al 1846.
Tuttavia si sa che in allora le Collezioni constavano principalmente delle seguenti raccolte:
I. Degli oggetti di Storia Naturale lasciati all’ Università di Modena dal Vescovo Mons. Fogliani (1726).
II. Di una Collezione di Uccelli patrii preparati dal Capitano Maironi (1788). (Questa collezione più non esiste).
III. Di una raccolta di 500 pezzi di Minerali inviata al Liceo dipartimentale dal Consiglio delle Miniere (1810).
IV. Di una piccola Collezione di Uccelli indigeni, che ora più non esiste, trasmessa dalla Direzione generale della Pubblica Istruzione (1811).
V. Di una Collezione di Conchiglie dell’ Adriatico raccolta dal Prof. Renier di Padova (1812).
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27 Apr 2011

Margherita Dalmet seconda moglie del Doge Paolo Renier

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Da Treccani.it , di SS. Pellizzer

DALMET (Dalmaz), Margherita. – Nacque nel 1739 a Costantinopoli, da Giovanni Battista, speziale piemontese. In questa città conobbe Paolo Renier, bailo della Serenissima dal 1769 al 1773. Le notizie giunteci sul conto della D. sono tutte successive e derivate da questo incontro, perché di lei si dovettero occupare di riflesso i biografi del nobile veneziano. Era vedova di un certo Bassi e i cronisti affermano che prima del matrimonio con il Renier la D., donna di grande bellezza, sarebbe stata ballerina da corda e funambola. Con queste nozze il Renier attirò su di sé l’ostilità e la malevolenza del chiuso patriziato veneziano: il matrimonio, tra l’altro, non venne mai segnato nel registro riservato ai nobili, il Libro d’oro, nel quale Paolo Renier risulta sposato una sola volta, con Giustina Donà, morta nel 1751.
Tuttavia, queste difficoltà non impedirono al Renier di essere eletto doge della Repubblica di Venezia nel gennaio del 1779: si trattò di un’elezione tutt’altro che limpida. Giuseppe Gradenigo, il quale era segretario dei Senato e nemico del Renier, scrisse che egli “udendo le voci maligne di traditor de la patria, di subdolo, di ammogliato con donna plebea, già ballatrice su la corda e di costumi infami, che da per tutto publicamente si udivano; e sentendo il popolo commosso da queste voci… fu costretto far virtù per forza e tirar fuori una grossa partita di quei go mila zecchini, che si dice guadagnati a Costantinopoli, e far tacere gli uni e gli altri”.
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26 Apr 2011

Francesco Rizzo Pattarol amico di Giustina Renier

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Viveva allora in Venezia un gentiluomo, grande amico di Giustina Renier Michiel, famoso per una copiosa biblioteca straniera e per essere un gastronomo raffinato, Francesco Rizzo Pattarol. A sentire il Buratti, costui la pretendeva ad uomo di spirito senz’averne l’ombra; i suoi bons mots somigliavano a quelli d’un cattivo Arlecchino; sberteggiava pubblicamente un infelice fratello ebete, ed era vinto in grazia e nobiltà di maniere da un ragazzino moro che lo serviva.
Lord Byron, che da gran tempo abitava le nostre lagune, compose un madrigaletto per la nascita di un bambino del console inglese, nel quale esprimeva il voto che il marmocchio crescendo imitasse la bellezza della madre, la virtù del padre, e l’appetito del conte Rizzo Pattarol.
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22 Apr 2011

Padre Venanzio (Edoardo) Renier da Chioggia

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padre venanzio prima messapadre venanzio
A sx: Prima messa di padre Venanzio a Chioggia, 26 dicembre 1931.

  • Di Aurelio Blasotti
  • Padre Venanzio fu un uomo veramente straordinario, sia per la bella età raggiunta e sia per come è vissuto. Dotato di molti doni, ha saputo operare con generosità senza risparmio di energie fino alla morte, che lo ha colto con la lampada accesa; e ora, giustamente, merita di essere ricordato. La sua vita fu ‘un vero miracolo di giovinezza perenne ‘, come la definì il ministro provinciale padre Luciano Pastorello.
    Padre Venanzio era un frate cappuccino piuttosto piccolo di statura, esile, dalla barba e capelli bianchi e radi. Il suo camminare era sul veloce, a scatti. Ultimamente gli faceva compagnia un bastone, che teneva più per sicurezza che per bisogno, ed erano più le volte che lo dimenticava in qualche parte che non quelle che lo usava. I suoi occhi, piccoli e penetranti, erano luminosi e sereni; la bocca sempre atteggiata al sorriso. Non aveva quasi mai le braccia e le mani ferme, ma in continuo movimento, specialmente per accompagnare le sue parole, anche quando predicava. La vista era molto buona; un po’ meno l’udito e questo lo costringeva a volte a parlare forte.
    Ha mantenuto sino alla fine una mente limpida e attenta, sempre operosa e aperta alle cose nuove. Il padre amava dire: ‘Il futuro sarà certamente più bello del presente’, come ci ricorda Walter Arzaretti, che per molti anni fu il suo braccio destro. Questa apertura al futuro gli era diventata connaturale, dopo la sua lunga esperienza di insegnante ed educatore dei giovani, che continuò ad amare e preferire fino al termine dei suoi giorni.
    Sapeva quello che voleva e non mollava facilmente la presa. Tuttavia, non fu mai polemico o aggressivo. Padre Venanzio aveva un carattere aperto e accogliente; era un inguaribile ottimista. Con gli altri sempre si rapportava in modo ottimistico; non sapeva nemmeno cosa fosse il pettegolezzo o la mormorazione. E di fronte al peccato di qualcuno si accostava alla persona sempre con misericordia. Era incapace di conservare rancore.
    Pur dotato di tanti doni, di mente e di cuore, che metteva a frutto con generosità, padre Venanzio sapeva tuttavia stare al suo posto. Mai si considerò migliore degli altri.
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    21 Apr 2011

    della vita e degli studi di Paolo Zannini

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    Discorso del dott. Pietro De Pra medico primario dell’Ospitale Civile (sposò la figlia di Zannini e Adriana Renier, Cecilia), letto all’Ateneo Veneto il 13 Maggio 1844. Venezia, Cecchini, 1844.

    …L’immutabile franchezza d’indole e di carattere del dott. Paolo Zannini imprimeagli nel volto e nella persona alta ed elegante una tale maestosa severità, quantunque una malattia sostenuta nella puerizia ad un’anca lo costringesse a camminare zoppicando. Il suo volto sempre animato, gli occhi vivacissimi e scintillanti, il naso aquilino indicavano l’acutezza, la fonte alta e spaziosa la mobilità dell’intelletto, e l’apparente sua austerità era temperata da quell’eleganza, da quell’ordine o ar-monia, che spirava da tutto ciò che gli apparteneva: le vesti, la mobilia, la biblioteca, le incisioni, ogni cosa; e diveniva amabilità nelle conversazioni, ove appariva sempre piacevole, colto, brillante; nelle quali teneva favella di letterarie produzioni ed artistiche, di natural bellezze, di solidi avvenimenti, d’indole e d’aneddoti di persone, di cose scientifiche e filosofiche; si palesava nel dire chiaro ed ornato con tali grazie perfino ne’più gravi argomenti, che non lo si potea udire senza forte attenzione, e ricevesse con molta dilettevolezza utilissimi ammaestramenti.
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    19 Apr 2011

    di Felicia Renier moglie del Doge Vitale I Michiel

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    Da Aus Venedig: vom Verf. d. Raeman, Volume 1 Di Theophil Passavant (1853)
    felicia renier1
    felicia2 renier
    Da La dogaressa di Venezia di Pompeo Molmenti
    Vitale Michiel, nel 1096, seguiva nel dogato al Faliero. Se non è menzognera l’iscrizione scolpita sul monumento, a sinistra di chi entra da la porta centrale de la basilica di san Marco, Felice o Felicita Michiel fu donna aliena dal lusso e da le pompe. Il sepolcro de la dogaressa, opera rozza di stile italo-bizantino, è fregiato da pietre, scolpite con bizzarri intrecciamenti d’ornati, e da capitelli, inesattamente collegati a le colonne, e messi là come ornamento, essendo stati probabilmente trasportati da le abbandonate chiese di Aquileia, di Eraclea e di Grado. L’iscrizione latina ritrae con efficacia l’indole de la Michiel. Sopravvissuta nove anni al marito, Felicita fu sommamente pia e benefica e tenne l’elemosina per dovere principalissimo. Indifferente per tutto ciò che poteva toccare la gloria de la sua alta condizione, fuggiva ogni strepito fastoso, ogni apparato di pompa, e trovava tutte le sue gioie ne la fede in Dio e ne l’affetto de la famiglia.
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    18 Apr 2011

    del Palazzo Martinengo da Barco, lasciato da Leopardo Martinengo – nipote di Giustina Renier – al comune di Brescia

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    pinacoteca tosio martinengoPalazzo Martinengo da Barco, sede della Pinacoteca Tosio-Martinengo

    Da IL MARTINENGO DA BARCO, DA DIMORA DI NOBILE CASATA A CUSTODE D’ ARTE BRESCIANA, di Alberto Ottaviano

    L’ultimo rappresentante dei Martinengo da Barco, un altro Francesco Leopardo – vissuto tra il 1804 e il 1887, patriota, già ministro a Venezia del Governo provvisorio di Manin e Tommaseo -, cinque anni prima di morire lascia in legato al Comune il Palazzo e la sua raccolta di quadri e altri oggetti d’arte (tra cui rilevanti raccolte di medaglie). Nasce così una preziosa pinacoteca, aperta al pubblico dal 1884.
    Intanto a Brescia è già stata aperta, fin dalla metà dell’Ottocento, una più ricca collezione municipale: la Pinacoteca Tosio, costituita nell’omonimo Palazzo del Vantini, nell’attuale via Tosio, grazie al legato del conte Paolo Tosio, che ha lasciato alla città le sue ricche collezioni di dipinti, sculture e stampe. Il Palazzo va però molto stretto all’abbondanza delle opere del conte e di quelle già possedute dal Comune o giunte per altri lasciti.
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    18 Apr 2011

    Lettera del figlio adottivo di Giustina, Vincenzo Busetto, al Conte Leopardo Martinengo di Barco

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    Lettera del figlio adottivo di Giustina, Vincenzo Busetto, al Conte Leopardo Martinengo di Barco, figlio di Cecilia Michiel, figlia di Giustina:
    “Venezia, 26 Ottobre 1878. Mio caro Leopardo, i due Busti da te posseduti, rappresentanti uno la Saffo e l’altro la Vestale Tuccia, mandati in dono dal gran Canova alla Celebre Tua Ava Giustina Renier Michiel fino dal 1821, non possono andar disgiunti dai documenti che comprovano la loro autenticità. Ti prego quindi di voler possedere anche le quattro autografe lettere che li risguardano, e che trovi qui accluse. Ti rimetto in segno della vecchia nostra amicizia, e di credermi sempre il tuo affezionato amico”. Vincenzo Busetto.
    Il Busetto era stato adottato come suo figlio da Giustina Renier Michiel; dopo la sua morte curò la pubblicazione di alcune delle numerosissime lettere di Giustina, e la conservazione e catalogazione di numerosi manoscritti presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia.

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    17 Apr 2011

    Giustina Renier Michiel e Antonio Canova, sui due busti in gesso di Saffo e d’una Vestale

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    giustina renierantonio canova autoritratto
    Nel 1821 Antonio Canova scrive a Giustina Renier Michiel:
    Roma, 16 Giugno 1821. “Eccellenza, ho spedito una cassetta con due Busti in gesso, di Saffo e d’una Vestale, da me eseguiti in marmo, e li ho diretti al di lei nome e quei signori Landi e Roncadelli spedizionieri di Bologna, dai quali Ella potrà ricuperare la detta cassetta, non avendo io pensato bene d’inoltrarla fino a Venezia, senza prima prevenirne Vostra Eccellenza affinché prendesse le disposizioni opportune ad evitare la maggiore spesa del trasporto, e di dazio, se vi è, per la Dogana.
    Adempio a tal uffizio con la presente, per cui la prego voler aggradire quest’omaggio della mia servitù e rispettosa gratitudine a V. E., alla bontà e memoria della quale affettuosamente mi raccomando; nel mentre che ho l’onore di ripetermi con tutto l’ossequio. Di Vostra Eccellenza Osseq. Affez. Servitore Antonio Canova”.
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    15 Apr 2011

    una poesia di Luigi Carrer dedicata ad Adriana Renier (Neera)

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    LA PRIMAVERA

    Colla stagion novella
    Tutto ritorna in fiore,
    E un inno dal mio core
    Non spunterà per te?

    Udrò la rondinella
    Gaia trillar dai tetti ,
    E i miei ferventi affetti
    Rimarran chiusi in me?

    Uscite, versi miei,
    Coi fior di primavera,
    E fate di Neera
    Lieta ghirlanda al crin.

    Neera, ove tu sei
    Ivi è sereno e maggio.
    Tutto s’ allegra al raggio
    Del volto tuo divin.
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    10 Apr 2011

    dei gessi delle due Erme di Saffo e della Vestale Tuccia, donate da Canova a Giustina Renier

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    saffo canova donato giustina reniervestale tuccia canova donata giustina renier
    da Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova, Volumi 1-2 Di Isabella Teotochi Albrizzi, Leopoldo Cicognara
    Oltre la celebre Tuccia, Vestale, di cui lo Scultore si compiacque lasciarci il nome, due altre nè scolpì, simili fra di loro, ma nella posizione della testa molto dalla prima diverse, siccome mostrano i loro contorni. Vedesi quella di faccia, queste di profilo; per la quale notabile differenza avviene di sovente che lo stesso volto disegnato nei due modi diversi non sia della stessa persona giudicato. Vengono esse tosto riconosciute appartenere alla famiglia delle Vergini custodi del sacro fuoco, che perenne ardere doveva innanzi al simulacro della Dea Vesta, a cui credevasi dovuto il beneficio del fuoco. Tutta propria di quelle Vergini è l’accomodatura del velo nella foggia che qui lo vediamo cuoprire loro la testa, e poscia correndo sotto al mento, dilicatamente fasciarne il collo così, che un leggero tessuto lo crederesti, il quale in minutissime piegoline raccolto , ivi docile muova, ove la dotta mano dell’Artefice lo guida. L’innocenza , il candore, la gelosa osservanza del santo ministero, a cui erano quelle Vergini consacrate, si legge in certa modesta soavità del volto, accompagnata da una dolce melanconia , non facile ad esprimersi con parole: sentimento inseparabile da qualunque siasi ufficio, che tragga seco si affannosa vigilanza, si grave dell’onore, e della vita pericolo.
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    09 Apr 2011

    Paolo Renier e la Questione Aquileiense

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    paolo renier doge
    di Giovanni Tabacco

    La questione Aquileiense, e le controversie con la Santa Sede. Oggi può sembrare di scarsa importanza la controversia tra Venezia, l’Austria e Roma per decidere se il Patriarca di Aquileia potesse continuare ad avere giurisdizione sui territori di Stati diversi, Venezia e l’Austria.
    Ma solo immedesimandosi nell’atmosfera del tempo si può comprendere che erano coinvolti profondi risvolti di politica, di religione, di diritto feudale. Del resto si disse che questa vicenda fu una delle tante fasi del perenne contrasto fra il mondo latino ed il mondo germanico.
    In particolare egli si dedica alle trattative con la Santa Sede per la definizione delle prerogative ecclesiastiche; dopo l’incoronazione del veneziano Papa Clemente XIII, Carlo Rezzonico (1758), alla quale assiste come inviato della Repubblica, la spinosa questione trova un accomodamento sulla base delle sue proposte.
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    06 Apr 2011

    Marco Renieris (2° da sx) commemorato come Direttore della Banca Nazionale di Grecia

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    marco renieris medaglia
    GRECIA 1902 -MEDAGLIA IN BRONZO COMMEMORAT1VA-841- 1901
    COMMEMORATE THE 60° ANNIVERSARY OF OPERATION OF THE BANK.
    THE FIRST 4 DIRECTORS OF THE NATIONAL BANK OF GREECE:
    G.STRAVROS, M.RENIERIS, P.KALLIGAS, S.STREIT.
    BORDO LISCIO CON PUNZONATURA:BRONZO.
    H.DUBOIS INC.
    GRAMMI 70.4
    DIAMETRO 50 mm

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    05 Apr 2011

    allo sposo Paolo Zannini, di Adriana Renier

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    Tornò l’aurora a sorgere
    Fra tutte a me più bella.
    E al suo ritorno, insolita,
    Virtù l’estro mi sveglia e la favella.
    Così al soffiar di zeffiro
    Sboccian giocondi i fiori,
    Così le spiche tumide
    Si fanno al raggio degli estivi ardori.
    O di congiunti vivido
    Onnipresente affetto,
    Tu l’aura sei che m’agita,
    Tu sei la fiamma che mi scalda il petto!
    Oggi o Paolo che unanimi
    Figli ed amici il guardo te commossi affisano
    E all’ansia degli auguri il labbro è tardo;
    Sì, o figli miei sorridere
    Possa per voi la vita.
    A lui che v’offre immagine
    Di sì rara virtude e riverita.
    A tale o figli giungere
    Deh fosse a voi serbato!
    Tanto da te presumere
    Oso, o diletto che mi vivi allato.

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    03 Apr 2011

    relazione accademica del dott. Paolo Zannini, marito di Adriana Renier, 1816

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    SESSIONE PUBBLICA DELL’ ATENEO VENETO TENUTA NEL GIORNO XXVI. MAGGIO M. DCCC. XVI.
    RELAZIONE ACCADEMICA DI PAOLO ZANNINI D.M. , SEGRETARIO DELL’ ATENEO PER LA CLASSE. DELLE. BELLE LETTERE

    Fuvvi un tempo, o Signori, in cui le dotte Accademie , che furono in ogni età bel ornamento della gentile Venezia, si aprivano, alla pubblica luce, rallegrate dal suono di musicali concerti, e in mezzo allo splendore della più ricca magnificenza . Vedevansi allora le scienze e le arti strette in onesto accordo coll’opulenza generosa ; era facile al seguace di Sofia il salire all’ affetto dei grandi, che lo ammiravano ; e dall’unione degli agi proteggitori col protetto sapere sorgevano d’ogni intorno le produzioni del genio, che immortalavano ad un tempo il mecenate ed il dotto. Effetti eran questi di quella altezza di fiorente prosperità a cui sollevossi Venezia nei giorni di sua maggiore possanza; e dell’ ingenito amore alle nobili discipline, il quale informando gli animi dei Padri della patria, diffondevasi poscia, come la luce dal sole, a riscaldare il petto d’ogni ordine di cittadini , e a suscitare in essi le scintille animatrici del bello operare. Se al volgere di variabil fortuna la rimembranza soltanto rimase di que’ giorni avventurosi, non cadde perciò con essi l’affetto agli studj, e la riverenza a’ loro cultori; che anzi a questi crescevano il cuore le non meritate avversità, ed era cote all’ intelletto il turbarsi d’ogni sapiente istituzione. Ond’ è, che noi qui sediamo custodi vigilanti. dei frutti dell’ ingegno , e indagatori solleciti d’ogni utile verità; e voi pure quivi accorrete, sostenitori.e giudici delle nostre fatiche, e amanti caldissimi dell’onor della patria.
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    31 Mar 2011

    del dramma in musica ‘la Magia delusa’ dedicato a Elena Vianol moglie del Podestà di Treviso Federico Renier, 1702

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    La Magia delusa. Dramma per musica da rappresentarsi nel teatro. Consacrato all’illustriss. Elena Vianol Renier podestaressa degnissima di Treviso, moglie del Podestà Federico Renier
    la Magia Delusa. Dramma per Musica rappresentato nel Teatro Onigo di Treviso l’anno 1702 — in Venezia , per Marino Rossetti editore . 1702 in 12 — di Aurelio Aurelj, Veneziano.
    magia delusa

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    30 Mar 2011

    Rodolfo Renier e le canzonette popolari

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    Da il Giornale storico della letteratura italiana, vol. 60 (2° semestre 1912)

    Canzonette Popolari in un codicetto musicale del sec. xvi. — Il ms., di cui intendo brevemente occuparmi nelle linee seguenti, da alcuni decenni si crede smarrito o perduto, mentre riposa negli scaffali della Biblioteca estense, tra i suoi confratelli della collezione Càmpori. Il Renier, in questo Giornale, 22, 393, ne fece conoscere la tavola compilata dal Cian, prima che la raccolta del compianto patrìzio modenese passasse, in forza del suo testamento, alla Biblioteca estense, in proprietà del Municipio di Modena. Al Renier non isfuggì, com’è naturale, l’importanza del ms., facile ad arguirsi dalla sola lettura dei capoversi, e fece eseguire nell’Estense accurate ricerche, le quali rimasero allora senza frutto. Collocati ora i mss. Càmpori all’estense (sono parole del Renier) feci rinnovare le indagini e ne ottenni assicurazione ufficiale che il codicetto, di cui trasmisi la tavola, non fu compreso nella collezione Càmpori quale venne ceduta al Municipio di Modena. La ricerca fu eseguita in modo definitivo, sicché bisogna concluderne che da molto tempo quel testo a penna sia sviato o sottratto. Frattanto, V. Rossi, Calmo, p. 417, aveva proposto di identificare il codicetto consultato ed esaminato dal Cian con il ms. 295 dell’Appendice di R. Vandini (1), al che il Renier obiettava che mentre nel ms. 295 le canzonette risultavano essere 25 (2), quelle contenute nello smarrito ms.
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    27 Mar 2011

    Giustina Renier: donna e scrittrice che preconizzò il Risorgimento

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    Tutte retrocesse anche le scrittrici del Risorgimento
    Da Repubblica.it, 29 giugno 1998 — pagina 25 sezione: CULTURA

    Il silenzio della memoria non ha colpito solo le donne che inseguono sulla pagina il ‘sogno d’ amore’. Esiste, nella letteratura del Risorgimento, un buco nero che ha inghiottito un bel po’ di nomi e un bel po’ di pagine. Eppure c’ erano anche loro: Giustina Renier, Eleonora De Fonseca Pimentel, Diodata Saluzzo, Giuseppina Guacci Nobile, Enrichetta Caracciolo, Cristina di Belgioioso, Luigia Codemo, Caterina Percoto. Il sentimento patriottico fluiva anche dalle loro penne, volevano un’ Italia unita e libera dallo straniero, ma non solo: nate per lo più ricche e da nobili famiglie denunciavano le condizioni disumane della vita contadina, lo sfruttamento delle donne, l’ ingiustizia sociale. Intellettuali che si schierarono di slancio dalla parte del Risorgimento con i loro scritti, ma anche, in alcuni casi, con le loro vite avventurose. Ma ‘espunte con il nuovo secolo e, dopo Croce, retrocesse al buio dell’ inesistenza.
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    24 Mar 2011

    concessione di Papa Pio IX a don Antonio Renier nel Museo di Castelfranco

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    antonio renier concessione

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    23 Mar 2011

    della vicenda d’amore di Raimondo Bembo, figlio di Elena Renier

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    Da Un secolo di sentimenti Amori e conflitti generazionali nella Venezia del Settecento
    Tesi di dottorato di TIZIANA PLEBANI

    Un’accorata supplica giungeva agli Inquisitori nell’agosto del 1778 dal patrizio Raimondo Bembo (del ramo sulla Riva del Carbon, era nato nel 1752 da Marco e Elena Renier, terzo di tre fratelli e due sorelle). Due anni prima, il padre, conosciuta la sua intenzione di sposarsi con la nobile bergamasca Lucrezia Rota de Negroni, si era opposto con durezza e incomprensioni tali da ridurre il giovane, allora di ventiquattro anni, a richiedere la propria emancipazione: ‘m’indussero all’amara rissoluzione di staccarmi dal paterno asilo’, scriveva infatti Raimondo nella sua supplica ricostruendo la vicenda, ‘e con mia divota extragiudiziale ricercar riverentemente al padre medesimo quanto per ragione e per legge a titolo di legitima’. Ma mentre attendeva ‘l’esecuzione a questo tribunale’ di quanto richiesto, aveva subito prima un arresto domestico nel marzo del 1776, poi a settembre il confinamento nel castello di Chioggia, infine, per motivi di salute, era stato collocato nel monastero dei Padri cappuccini di Chioggia, da cui era stato rilasciato nel gennaio di quel 1778.
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    20 Mar 2011

    arredi da parata del Doge Paolo Renier

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    Da Officina contemporanea

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    19 Mar 2011

    del libretto ‘otto basse danze’ regalato da Michele Faloci Pulignani a Rodolfo Renier

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    faloci pulignaniFaloci Pulignani
    Da archeofoligno.it
    Il 19 settembre 1887 Michele Faloci Pulignani offrì al ch. sig. Dr. Rodolfo Renier un omaggio del tutto particolare in occasione delle sue nozze con l’ottima Signorina Amalia Campostrini.
    Si trattava di un libretto che veniva presentato allo sposo come tributo di rispettosa amicizia con il titolo Otto basse danze di M. Guglielmo da Pesaro e di M. Domenico da Ferrara pubblicate da D. M. Faloci Pulignani in Foligno nella tipografia di Pietro Sgariglia.
    Le otto bassedanze – scriveva il Faloci Pulignani – trovansi in un codicetto cartaceo del secolo XV, appartenente alla biblioteca del Seminario Vescovile di Foligno segnato B, V, 14,… Una sorta di “cimelio letterario” di appena sedici pagine vergate con una grafia minuta dalla mano (probabile) del più famoso maestro di danza del ‘400, Guglielmo Ebreo da Pesaro.
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    16 Mar 2011

    L’ORGOGLIO DI ESSERE ITALIANI

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      tricolore 150 anni

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    13 Mar 2011

    della straordinaria raffigurazione metaforica di Paolo Renier

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    busto paolo renier del canova
    Da dirittoestoria.it
    N. 9 – 2010 – Memorie/Tradizione-repubblicana-romana-III
    Massimo Galtarossa , Università di Verona

    L’anatomia della secessione plebea: le dinamiche sociali e le metafore corporali

    Un’importante prospettiva di ricerca è costituita dall’analisi dell’opera manoscritta l’Ottima Repubblica di Giovanni Tazzino da Castelfranco databile all’anno 1678 che era significativamente dedicata al rettore di Padova, cioè al patrizio rappresentante la Repubblica di Venezia, Girolamo Basadonna. La riflessione in esame verteva sull’identità patrizia, sui criteri di legittimazione politica e sul rapporto fra governanti e governati nel mezzo dei cambiamenti sociali del corpo aristocratico seguiti all’ammissione di nuove famiglie al patriziato veneziano (1649-1718). Le nuove aggregazioni erano favorite dal dissesto umano e finanziario della Repubblica causato dalle spese militare per la difesa dell’isola di Candia, cioè Creta, contro i turchi. Era un periodo di profonde trasformazioni nella composizione dell’élite di governo, dopo la chiusura del Maggior Consiglio nel 1297, che si rispecchiava nelle prese di posizioni delle “scritture” politiche apparse nel periodo in esame.
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    12 Mar 2011

    La cronaca di Mestre degli anni 1848-49, di Giovanni Renier, Parte 2^, cap. 3

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    stemma di mestre stemma di Mestre al tempo della Repubblica di Venezia
    La sortita del 27 ottobre 1848

    La notte del 26 ottobre, favoriti da fitta nebbia, i veneziani ordinarono una sortita per la seguente mattina. Il generale Guglielmo Pepe, comandante supremo, ne fece il piano. Uscirono da duemila uomini divisi in tre colonne. La sinistra di 400, appartenenti alla quinta legione veneta, sopra barche precedute da cinque piroghe e da due scorridore, che dovean facilitare lo sbarco, era diretta a Fusina. Un colonnello aveva istruzione di occupare quel posto, e poi dalla parte della Bora Foscarina approssimandosi a Mestre, servire di riserva alla colonna del centro. Questa di 900 uomini, formata dai volontari lombardi e dai bolognesi di Zambeccari, dovea spingersi per la strada ferrata contro una batteria posta sul crocicchio della via postale, scacciarne gli austriaci, e gettarsi quindi sopra Mestre.
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    04 Mar 2011

    Domenico Andrea Renier, Direttore del Circolo Italiano di Chioggia: 7 gennaio 1849. Viva L’Italia libera ed una!

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      domenico andrea renier

      IL CIRCOLO ITALIANO DI CHIOGGIA A TUTTI I CIRCOLI POLITICI D’ITALIA.
      18 Gennaio 1849.

      Il Circolo Italiano di Chioggia manda a Voi, o fratelli, un saluto di fratellanza e di amore. Questa città finora non abbastanza conosciuta, per la invidiabile posizione che le dié la natura, è il posto avvanzato di quella rocca inespugnabile che custodisce e difende il sacro fuoco della nazionale indipendenza.
      I Cittadini di Chioggia, che nelle memorabili giornate del Marzo seppero insorgere come un uomo solo a scacciare l’abborrito straniero, ed accorsero più e più volte colle armi a respingere i replicati tentativi di una novella invasione, possono ben meritare di essere con onore ricordati nella grande famiglia Italiana.
      Se il giogo dell’Austria tolse qualunque importanza a questa città, che conta pure oltre trentamila abitanti, è giusto ch’Ella sorga una volta a nuova vita, e mostri che i suoi fìgli non sono altrimenti un branco di pescatori, che pensino soltanto alla rete ed all’amo, ma sono veri Italiani, che sentono vivamente l’amore di patria, ed hanno la decisa volontà di propugnare con ogni genere di sforzi e di sacrifizj la santa causa della nostra rigenerazione.
      Il Circolo di Chioggia è democratico, eminentemente democratico, e con questa divisa si reputa degno di figurare fra gli altri Circoli d’Italia, perché dall’azione del popolo soltanto, e non altrimenti, può l’Italia aspettare la sospirata sua indipendenza. Chioggia 7 gennaio 1849. Viva L’Italia libera ed una!

      Pel Comitato, Direttore DOMENICO Dott. RENIER, Ab. ZENNARO, Avv. Dott. D’ANGELO

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    27 Feb 2011

    Tonino e Giustina Renier citati in una lettera di Ippolito Pindemonte inviata a Mario Pieri

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    Venezia, 24 febbraio 1807.
    Signor Mario carissimo.
    Molto prima le avrei risposto, se avessi avuto cose da dirle precise e accertate. Dirò quanto ho potuto raccogliere. Interrogato nuovamente il Prefetto dalla signora Isabella, rispose di non aver ricevuto da Milano commissione alcuna. Lo stesso confermato fu al signor Beppe dalla parte della Municipalità. Nel tempo medesimo non le nascondo che alcuni credono qui die da Milano sien venuti degli ordini, e che di qui sieno stati mandati a Milano non pochi nomi: ma si aggiunge che i Professori tutti deggiono esser Veneziani. Se questo é, riuscirebbe inutile ogni ulterior tentativo almen per Venezia. Ma se questo fosse riguardo a Venezia, temerei forte che nell’ altre città ancora esser dovesse lo stesso, e che l’esclusione dei forestieri fosse massima generale. Perché qual ragion vi sarebbe particolare rispetto a Venezia soltanto? Ecco quanto io posso comunicarle. Francesconi mi par così pieno di premure per lei, che certo di nuovi eccitamenti non abbisogna. Ho consegnato a lui l’Odissea di Rochefort prestatami dal nostro carissimo Cesarotti. Tonino Renier mi disse di essere stato rapito dai versi che udì da lui. Io avrei voluto in quel momento tanti orecchi quanti Argo avea occhi. Ringraziola molto del Macelli e del Perez. Rimanderò l’ uno e l’altro tosto ch’io saprò dove farlo. Mille cose, vedendoli, a Zacco, a Cossali ed a Franceschinis. Vado lentamente nell’Odissea, giacché non sono che al terzo libro. Bisogna dire che io abbia spesso il vento contrario, come avealo l’ eroe di questo poema. La signora Giustina (Renier) e la famiglia Albrizzi le mandano molti saluti, ed io sono al solito con tutto l’animo.

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    27 Feb 2011

    LETTERA DI MELCHIORRE CESAROTTI AL SIG. BERNARDINO RENIER

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    Certificato dall’amico Albrizzi, e di più dalla lettera dell’amabile Cicognara che V. E. avea la generosità di condiscendere alla mia passione amorosa per la sua bella Sensitiva Arborea, fui nell’Autunno scorso alla di lei casa in Padova per attestarle in persona la mia più calda e divota riconoscenza: ma non avendo avuta la sorte di trovarla, mi raccomandai energicamente all’amico mediatore di compir seco lei le mie parti. Ora però che sono dualmente sul punto di eseguire il sospirato trasporto mi trovo in dovere di avanzarle direttamente il vivo senso della mia gratitudlne, e la compiacenza esuberante di aver da lei ottenuto un pegno memorabile della sua graziosa parzialità. Ella non rivedrà più in Padova la sua Sensitiva, ma se mai Selvaggiano potesse aver l’onore di accogliere un così caro ospite, la vedrà primeggiare ribattezzata col nome di Raineria in mezzo ad altre piante minori, che si compiaceranno di far omaggio alla loro Regina, come il mio cuore lo farà sempre al bell’animo del donatore. La mia gratitudine mi renderà più dolci quei sentimenti di vera e giusta estimazione che io le professo da molto tempo per le qualità che la adornano, e mi pregierò in ogni tempo di farmele conoscere, e colla più cordiale riverenza, ec.

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    24 Feb 2011

    Marco Renieris Ambasciatore della Grecia, nella negoziazione di un’alleanza con la Serbia

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    markos renieris
    Da Novinar.de

    Outline of Serbian-Greek Convention from 1861
    In the same year (1861) Garašanin was appointed by the Serbian government as a deputy to the Sublime Porte in Istanbul to discuss a delicate problem of the position of the Muslims in the Principality of Serbia. Garašanin used this diplomatic mission in Istanbul to become more familiar with the inner political conditions within the Ottoman Empire and to establish many contacts with the foreign ambassadors in the Ottoman capital. Surely, the biggest achievements of Garašanin’s diplomatic activity in Istanbul were the very sucessful negotiations between him and Marco Renieris – the Greek representative in Istanbul (1861-1863) on the creation of the Serbian-Greek alliance.
    The Greek motive for these negotiations was the desire to reestablish the Byzantine Empire (lost to the Turks in 1453 and all the time considered by the Greeks as the Greek national state), while the Serbian vision was the remaking of the Serbian Empire from the mid-14th century and state unification of all Serbs who had been living within the Ottoman Empire. The Greek diplomatic contacts with the Serbs in regard to the creation of the anti-Ottoman political-military alliance dated back to the beginning of the 19th century, i.e. from the time of the existence of the Greek national secret society – Philiki Hetairia (”Friendly Society”). However, the main dispute in Greek-Serbian relations and negotiations have been the questions of Macedonia and Albania for the reason that both sides pretended to include major parts of these two Ottoman provinces into their own united national states according to their ethnic and historical rights.
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    21 Feb 2011

    Carlo Goldoni per le felicissime nozze di Caterina Berlendis e Alvise Renier

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    PER LE FELICISSIME NOZZE DELL’ECCELLENZE LORO LA NOBIL DONNA CATERINA BERLENDIS E IL NOBIL UOMO SIG. ALVISE RENIER di Carlo Goldoni

    Perdon, perdon, per carità, Zelenza: / Ghe domando perdon de la tardanza, / Che deboto deventa un’insolenza. / Ho sempre avù sta maledetta usanza / De aspettar sempre l’ultimo momento, / E natura scambiar no gh’ho speranza; / Per altro, co me metto e co me sento, / Co me trovo dasseno in t’un impegno, / Qualche volta son presto co fa el vento. / E se metto un tantin la testa a segno, / Quando strenze el bisogno, e preme, e giova, / Me segonda assae più l’arte e l’inzegno. / No la crede, Zelenza? Ecco la prova: / In tre zorni e in tre notte ho butà zo / Anca el mese passà la Casa nova. / E de più, in confidenza, ghe dirò / Che in altri quattro dì ghe n’ho fenia / Giusto un’altra gier sera al mio burò. / El mondo, che no sa cossa la sia, / Cento cosse s’inventa a so talento, / Cosse che no gh’ho gnanca in fantasia. / Chi dise la Giorgiana è l’argomento, /
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    19 Feb 2011

    Paolo Renier e la Correzione del 1762

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    busto paolo renier
    Da veneziamuseo.it
    Con il 1762 arrivò la terza grande correzione, alla quale, come già si è visto accadde nel 1582, venne sottoposto non tanto il Consejo dei Diese, quanto il supremo Tribunale che per 2/3 veniva da questi eletto: cioè la magistratura degli Inquisidori de Stato (il cui terzo membro era eletto a cura del Minor Consiglio).
    Il significato più importante di questa riforma sta nel fatto che essa venne sostenuta nel periodo finale della storia della Repubblica, normalmente indicato dagli storici come di piena decadenza morale e politica della classe detentrice del potere. Le istituzioni vengono infatti generalmente rappresentate oramai completamente sfibrate del loro originario contenuto democratico, da tempo piegate al volere di una ristretta minoranza di potenti famiglie patrizie.
    Stranamente però, all’interno di questo scenario così fortemente caratterizzato da tanta desolata agonia, il Mazor Consejo sentì invece la necessità impellente di intervenire affinché il potere ed i compiti del Consejo dei Diese e degli Inquisidori de Stato venissero ampiamente rimessi in discussione. Il non breve dibattito politico che conseguentemente si sviluppò è riportato, tra gli altri, anche dal Romanin nella sua “Storia documentata di Venezia”, dalla cui vivace cronaca, qui di seguito riportata nei suoi passi salienti, risalta una vivacità dialettica ben lungi dal clima di smobilitazione con cui molte volte si dipinge la vita pubblica a Venezia negli anni che precedettero la sua ingloriosa fine.
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    15 Feb 2011

    Costantino Renier giudice contro i conti di Cesana

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    Da Istoria di Trivigi Di Giovanni Bonifacio
    Anno 1586. Dopo lunga lite de’ confini tra’ Conti di Cesana , e Valdobiadine, ed altri vicini, il Podestà, e Capitano di Conegliano Giudice delegato, avendo due anni prima per sua sentenza allargato molto i confini de’ Conti, aggravatasi la Valdobiadine , fu di nuovo nell’ottantasei dal Senato quella causa delegata a Pietro Landò, a Giulio Michele, a Costantino Reniero, ad Antonio Moro, ed a Marc’Antonio Erizzo, i quali Giudici, tagliata la prima sentenza il duodecimo giorno d’ Ottobre di quell’anno , restrinsero i termini de’ Conti ai loro antichi luoghi.

    Dalla Rivista IL FLAMINIO, n° 7, 1994
    1586 ottobre 17, Venezia.
    “Sentenza di Nobili Veneti delegati dal Senato a riconoscere, e difinire li confini tra lo Spedale della Val di Dobbiadene e li Conti di Cesana”.
    Pascalis Ciconia Dei gratia Dux Venetiarum etcetera.
    Universis et singulis Magistratibus, Offitialibus et Rapresentatibus nostris, tam presentibus, quam futuris, ad ques he, nostre pervenerint et earum exequutio quomodolibet spectat, seu pertinere poteri et precipue Potestati et capitaneo nostro tarvisino et successoribus fidelibus dilecti salutem et dilectionis affectum.
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    12 Feb 2011

    Vescovi di Belluno e Feltre: dalle origini a Giovanni Renier

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      giovanni renier vescovo
      vescovi belluno

    Da Grande illustrazione del Lombardo-Veneto. Di L. Gualtieri di Brenna, Cesare Cantù

    Vescovi di Belluno.

    Teodoro. Credesi vivesse al tempo di Comodo imperatore.
    Salvatore. Ne parla il Ferrano nel catalogo dei santi: si ritiene vivesse al tempo di Pertinace imperatore, e che sia quello che si venera come santo nella chiesa di Mares, presso Belluno.
    Teodoro; egiziano e vescovo di Barce. Passò in Adria indi a Belluno.
    Lotario.
    Valfranco.
    547. Felice. Dedicò la chiesa cattedrale di Belluno a san Martino vescovo pel cui mezzo aveva ricuperata la vista, e fu sepolto nella chiesa della Madonna di Valdenere presso Belluno.
    564. Giovanni. Mori in esilio sotto Narsete.
    590. Lorenzo. Sottoscrisse la condanna di Severo eretico, patriarca di Aquileja.
    606. Albino. Intervenne al concilio romano, sotto papa Bonifacio III.
    649. Alteprando. Intervenne al concilio lateranese sotto san Martino papa.
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    11 Feb 2011

    L’Editore Pietro Milesi e Giustina Renier Michiel.

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    Dalla Gazzetta Privilegiata di Venezia di Sabbato 7 Luglio 1838.
    Le Feste veneziane, descritte da Giustina Renier Michiel, sono una della patrie nostre opere, le quali in questi ultimissimi anni furono più favorevolmente accolte e ottennero uno spaccio maggiore. Di mano in mano ch’usciva qualche volume, vi era una gara a chi primo fosse a possederlo; e non capitava qui illustre Forestiero d’Inghilterra, di Francia, di Germania che tosto non voleva farne acquisto. Convenne perciò condurre prestamente una seconda edizione copiosissima, che dalla illustre generosa autrice fu lasciata a mio arbitrio e vantaggio, giacché io mi avea tolto il pensiero della pubblicazione de’due ultimi volumi della prima edizione.
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    09 Feb 2011

    della morte di Don Lorenzo Renier

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    Da Studj medici: Vol. 1. Cholera Di Domenico Andrea Renier

    Osservazìone X.
    Lorenzo Renier d’anni 46 — Sacerdote
    Insigne suonatore di organo per la novità e tessitura e difficoltà dei pensieri che al momento ed a capriccio eseguiva; tipo nello studio di accompagnamento e tale che nella funzione di Santa Cecilia in Venezia, dove concorrevano i principali Professori di musica, era prescelto. Maestro-Compositore di gusto e scuola, ciò che si conosce dai pochi componimenti da lui lasciati. Questo eccellente cittadino e prima e durante l’epidemia del Cholèra prendeva ogni mattina, per solo suo consiglio nè so per quali malori, l’acqua di mare. Nel dì sette Agosto 1849 fu preso da terribilissimo Cholèra.
    Allorchè io lo vedeva trovavasi allo stato algido perfetto. — Continue ambascie, continui affanni lo tormentavano; avea l’alvo scorrevole; i vomiti eran scarsi; i polsi nulli; la voce cholerosa perfettamente; la cianosi intensissima; i crampi dolorosissimi agli arti non che ai precordii.
    Non fu possibile di poter distruggere la paralisi del circolo nè con rimedii esterni nè con rimedii interni, per cui moriva in poche ore.
    Quantunque da tal caso non si possa nulla dedurre; tuttavia lo riferisco perciocchè lo vidi unitamente ad altri miei colleghi, e perchè sia conservata dalle stampe memoria di un genio grande quantunque da pochi conosciuto per la nessuna sua vanità, pel nessuno suo orgoglio e pella sua indifferenza alla rinomanza ed alla gloria.

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    08 Feb 2011

    il Podestà Gaspare Renier sui fiumi del territorio di Rovigo

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    Da Ventaglio90.it

    Il problema delle acque. Un’importantissima fonte di notizie su Rovigo, dal 1500 al 1797, sono le relazioni presentate al Senato della Serenissima Repubblica di Venezia da parte dei Rettori di Rovigo. I patrizi veneziani rappresentavano la città lagunare nei centri più importanti. In questo contesto, durante la dominazione veneziana del Polesine e cioè dal 1514 alla caduta della Repubblica Veneziana spetterà ai Rettori di Rovigo -con titolo prima di Capitano e Provveditore Generale di Rovigo e del Polesine e poi Podestà e Capitano e Provveditore Generale- la sorveglianza militare, giudiziaria, amministrativa del territorio, oltre alla delicatissima materia delle acque e di tutto ciò che fosse ad esse connesso.
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    06 Feb 2011